Pakistan sempre più centrale ma l’intelligence Usa è cieca

Pakistan sempre più centrale ma l'intelligence Usa è cieca

Comprensibilmente, presi come siamo dalle vicende della politica interna e dell’economia, stiamo prestando poca attenzione a quanto accade in paesi a noi lontani, non solo geograficamente. Non c’è nulla di male, è fisiologico: i nostri amministratori e tutti noi abbiamo problemi contingenti più pressanti che la curiosità di sapere cosa accade in Afghanistan, in Pakistan o in Birmania. Tuttavia queste colonne ci danno l’opportunità e lo spazio per compiere delle interessanti analisi strategiche riguardanti le scelte politiche e diplomatiche che molte nazioni stanno facendo. Siamo infatti convinti che quanto accade nelle strade di Kabul o di Islamabad ha inesorabilmente conseguenze anche sulla nostra politica, economia o società. Come quando dobbiamo mandare i nostri soldati in missione in quei paesi ma anche, in maniera meno immediata e diretta, quando l’iper-attività dei coltivatori di oppio afgani fa precipitare il prezzo dell’eroina nelle strade delle città italiane ed europee.

La situazione in Pakistan e la sua governabilità sono elementi che condizioneranno fortemente le nostre scelte politiche e militari negli anni immediatamente a venire. Mentre la coalizione occidentale, attraverso le parole di Obama e dei primi Ministri europei è ormai decisa ad abbandonare al suo destino l’Afghanistan ritirando i contingenti militari là schierati entro il 2014, per contro a tutti appare chiaro che senza un confinante Pakistan politicamente stabile ed economicamente solido ogni speranza di vedere l’Afghanistan camminare “sulle sue gambe” rischia di essere vana. Quello che colpisce della percezione che gli americani hanno degli equilibri politici e dei legami tra gli Stati di quella regione del Pianeta, è ancora una volta la mancanza di visione globale, ovvero l’incapacità di capire davvero quale sia il baricentro al quale occorre guardare per comprendere cosa deve accadere.

La guerra del Vietnam è, da questo punto di vista, un parallelo che ci può ricordare la situazione odierna. All’epoca, gli Stati Uniti credettero che bombardare Hanoi fosse la soluzione giusta: non avevano capito che era con Pechino che occorreva andare a patti, non con la capitale Nordcoreana. Il centro di gravità attorno al quale ruotavano le vicende del Sud Est Asiatico era infatti il Paese di Mao Zedong e non è un caso che solo dopo che Nixon e Kissinger “aprirono” a Pechino il martirio del Vietnam poté cessare. Anche oggi, se si vuole trovare una soluzione ai problemi dell’Afghanistan, occorre capire da chi è controllato “by proxy”. In sostanza occorre capire che tutti abbiamo bisogno di un Pakistan stabile che garantisca le condizioni per poterci ritirare dall’Afghanistan, ovvero che Islamabad riesca a combattere l’estremismo e il terrorismo che da ormai troppo tempo dalle strade pachistane tracima nel vicino Afghanistan.

Allo stato attuale queste condizioni non ci sono e l’abbandono dell’Afghanistan ha tutte le premesse per rivelarsi un’operazione rischiosa e perdente. E questo dopo tanti sacrifici e dopo investimenti e spese militari immense. Quello che osserviamo per il momento è l’incapacità del governo pachistano centrale (ma anche di quelli regionali) di porre fine alle violenze settarie ed agli scontri perpetrati da milizie affiliate a vari partiti politici, a diversi movimenti religiosi fondamentalisti e a gruppi etnici. Di fatto i partiti, teoricamente responsabili della conduzione degli affari civili, hanno invece i loro eserciti, il che non va certo nella direzione di una maggiore governabilità del paese né verso la capacità dell’esercito regolare di disarmare gli estremisti religiosi che negli ultimi quattro anni hanno orchestrato brutali attacchi insurrezionali. La fiducia della popolazione verso il governo federale è conseguentemente precipitata, fino al punto che da più parti si è invocato l’intervento dell’Esercito, affinché, eventualmente, esautorasse il governo civile e si impadronisse del potere. O perlomeno, a incaricarsi del ristabilimento dell’ordine pubblico laddove polizia e forze paramilitari hanno platealmente fallito.

In questo caotico e violento quadro si agita la galassia talebana. Organizzata territorialmente su strutture tribali, ha trovato nella valle dello Swat il suo santuario e la base organizzativa nella quale pianificare azioni contro il governo di Asif Zardari, le sue diramazioni periferiche e il fragile governo afgano di Hamid Karzai presidiato dalle truppe Nato. Il disegno a cui puntano i talebani pachistani, attraverso una accorta gestione della strategia della tensione, è in ultima analisi quello di esautorare il governo liberamente eletto e rimpiazzarlo con una egemonia fondamentalista. Oppure, un clero integralista capace di guidare il paese ispirandosi alla Sharia e finalmente fornire un paese islamico di armi nucleari. Che, a ben guardare, è quanto in Iran si vorrebbe fare, sia pure distratti dalle recenti contestazioni di piazza. 

È evidente che questa prospettiva non piace all’India, in eterna contesa con il Pakistan non solo per la questione del Kashmir, ma anche a disagio per i suoi 120 milioni di musulmani potenzialmente sostenitori delle ragioni pachistane. Senza contare che al governo indiano piace assai poco l’idea di trovarsi con un avversario a sua volta armato di bombe nucleari. Una situazione difficile anche per Israele che ha già mal digerito il determinante passaggio di know how atomico da Islamabad a Teheran e che preferirebbe non dover subire una nuova minaccia nucleare. Tutto questo non piace ovviamente neanche agli occidentali, che temono il Pakistan possa diventare il nuovo fulcro dell’estremismo islamico, con la concreta possibilità che là rinascano le basi di addestramento e le infrastrutture di Al Qaeda.

Insomma, il futuro del Pakistan non si presenta certo bene di fronte alle coalizioni politiche, militari, economiche e ideologiche di cui l’Italia fa parte. Senza contare che, al peggio, potremmo assistere ad uno slittamento del perno attorno al quale ruotano le suddette incertezze verso il Golfo del Bengala, il Bangladesh o proprio verso la Birmania, di fatto trasformata in una lunga infrastruttura di appoggio per la marina cinese. Nella quale Pechino ha investito recentemente ingenti somme di denaro in ammodernamenti ed acquisizioni di navi e tecnologie. La Cina resta il convitato di pietra che nell’ombra tesse alleanze con i paesi di questo quadrante del pianeta, sempre pronta ad appalesarsi con autorità qualora le circostanze lo impongano.

Nel frattempo, ogni tentativo di capire cosa potrebbe succedere a breve in Pakistan è frustrato dalla impossibile cooperazione con i suoi servizi segreti (ISI), apparentemente incapaci di operare in maniera efficace e sospettati di troppe storiche connivenze con il jihadismo ed Al Qaeda. Il rapporto ambiguo ed improduttivo con la Cia, incapace di trovare nell’Isi una collaborazione che porti a qualche risultato, è un esempio di questo stallo. Il Pakistan è per gli operativi Cia un territorio quasi totalmente interdetto, non fosse altro perché questi agenti, formati nelle migliori università americane e quasi tutti di fattezze caucasiche, spiccano troppo quando si muovono per le strade di Lahore o Peshawar, affollate da etnie fisicamente molto diverse. Ne consegue che la Cia deve fare affidamento su risorse già presenti sul campo. Fra le quali si registrano un numero altissimo di vittime per attentati ed assassinii. Le agenzie di intelligence e sicurezza pachistane sono infatti il bersaglio preferito di kamikaze e terroristi radicali, tanto da venirne paralizzate o fortemente limitate.

Il risultato finale è un frustrante clima di mutua mancanza di fiducia che impedisce l’acquisizione di humint (human intelligence) sul campo. Non è un caso che il Dipartimento della Difesa ed il Dipartimento di Stato Usa, esasperati da questo impasse, abbiano in tempi recenti delegato la raccolta di humint a contractors privati come la Dynacorp, la Triple Canopy o la famigerata Blackwater: sperando che queste agenzie, notoriamente spregiudicate, abbiano maggiore successo degli organi governativi.

Comunque sia, il fatto è che un Pakistan che rischia di diventare una roccaforte fondamentalista e pro-talebana, armata di testate atomiche, pone seri problemi alla comunità internazionale e rischia di trasformare in denaro gettato dal balcone le ingenti somme e risorse spese nella stabilizzazione dell’Afghanistan. Il fondamentalismo islamico, tramontate le speranze di vedere in uno dei paesi nord africani, nella Siria o nell’Iran, la nazione porta bandiera del jihadismo o dell’oltranzismo religioso, potrebbe identificare proprio nel Pakistan la nuova nazione forte, capace di negoziare alla pari con i tradizionali avversari occidentali ed Israele, forte del proprio arsenale nucleare.

Non si tratta di uno scenario di fantapolitica da talk show, ma di un’ipotesi che i recenti sommovimenti e rivoluzioni nei paesi islamici rendono plausibile. Visto anche come la cosiddetta “primavera araba” sta rischiando di diventare il “cavallo di Troia” che consentirà all’estremismo islamico di conquistare il potere in paesi dove le precedenti dittature avevano reso questa opportunità impensabile. In un non lontano futuro anche la piazza pachistana potrebbe forzare il suo governo a cedere lo scettro a nuovi e inaspettati poteri.

*Preside Università CIELS – Pentagono
Docente di Studi Strategici all’Università di Trieste