Ora il Pdl vuole cancellare le banche popolari da Piazza Affari

Ora il Pdl vuole cancellare le banche popolari da Piazza Affari

Le banche popolari rischiano di fare la fine dei dinosauri. Ecco perché la Banca Popolare di Milano e il Banco Popolare sono stati fra i titoli migliori della seduta, guadagnando rispettivamente l’ 8,24% e il 5,05% alle 17.00 (l’altra popolare, Ubi banca, ha guadagnato il 2,14%). Un emendamento al Dl liberalizzazioni in discussione al Senato, presentato dal Pdl a firma di Franco Asciutti e Maria Elisabetta Alberti-Casellati, prevede la cancellazione di alcune peculiarità che storicamente caratterizzano il dna degli istituti cooperativi: il voto capitario, il limite al possesso azionario, il numero minimo di soci e il gradimento per l’ammissione a socio. Ovvero, la non applicazione dei commi dall’1 al 6 dell’art. 30 del Testo unico bancario nei confronti delle banche popolari quotate. Una mossa che ha infuocato il dibattito sulla riforma della materia, attualmente in discussione in Commissione Finanze a Palazzo Madama.

Se in Piazza Affari la notizia ha accelerato i rialzi dei due maggiori istituti popolari quotati, secondo il principio della contendibilità, sul piano politico non sono mancate le reazioni. In una nota congiunta i senatori della Lega Nord, Massimo Garavaglia e Paolo Franco, scrivono: «Il governo Monti e il ministro Passera hanno un’ottima occasione per dimostrare di non essere espressione del grande sistema finanziario e bancario. Basta invitare al ritiro immediato degli emendamenti aggiuntivi all’art. 27 presentati da esponenti del Pdl che demoliscono il sistema delle Banche Popolari e di Credito Cooperativo». Il presidente dell’Udc, Rocco Buttiglione, si sofferma invece sull’importanza del loro ruolo sul territorio: «Le banche popolari sono istituzioni che legano il credito al territorio, mantengono gli investimenti legati alle realtà produttive invece di speculare sui derivati a Wall Street, incentivano uno sviluppo reale di prospettiva invece di puntare ai profitti immediati di pochi. Per questo hanno conquistato quote di mercato e sono spesso più solide di istituti dai nomi più altisonanti». Un punto, quest’ultimo, smentito in realtà dalle recenti vicissitudini societarie della Popolare di Milano.

Il presidente di Assopopolari e numero uno del Banco Popolare, Carlo Fratta Pasini, ha fatto sapere attraverso una nota stampa di essere aperto al dialogo, ma non a una modifica unilaterale dello status quo per decreto: «La riforma della disciplina delle Banche Popolari è un tema che può sicuramente essere affrontato e discusso, ma seriamente, nelle sedi e con le modalità opportune e non certamente per emendamento, senza contraddittorio e nell’ambito della conversione di un provvedimento d’urgenza».

La mozione presentata dai due senatori sarà discussa questa settimana, ma il tema non è nuovo. La scorsa estate il vicedirettore generale di Bankitalia Anna Maria Tarantola aveva sottolineato l’urgenza di «elevare i limiti al possesso azionario, soprattutto per le popolari quotate» proprio nel corso di un’audizione in Commissione finanze al Senato. Rivedere un modello, tuttavia, non significa fare tabula rasa, come vorrebbero invece gli onorevoli Asciutti e Alberti-Casellati.

Emendamenti Liberalizzazioni

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