Bellavista Caltagirone: un miliardo di debiti fa paura quanto i pm

Bellavista Caltagirone: un miliardo di debiti fa paura quanto i pm

Porti, aeroporti e scandali. Francesco Bellavista Caltagirone, presidente del gruppo immobiliare Acqua Pia Antica Marcia, socio di Cai, la compagnia che controlla Alitalia, proprietario del Molino Stucky di Venezia e del Grand Hotel et des Palmes di Palermo, è ancora nei guai. Fermato stamani di fronte al Comune di Imperia, è stato poi trasferito nel carcere della città ligure con l’accusa di truffa aggravata ai danni dello Stato. Fermato anche Carlo Conti, ex amministratore delegato della Porto di Imperia Spa e uomo di fiducia dell’ex ministro dello Sviluppo Economico Claudio Scajola, che risulta indagato ma ha sempre liquidato le accuse come «tiro al bersaglio». Indagati a piede libero anche l’ex direttore generale del Comune ligure, Paolo Calzia, Delia Merlonghi, legale rappresentante della società di Caltagirone Acquamare, e Domenico Gandolfo, ex direttore della Porto di Imperia Spa fino al 2007.

Caltagirone entra nell’affare nel 2005, rilevando il 33,3% della società Porto di Imperia Spa, partecipata pariteticamente dal Comune della riviera ligure e da un pool di imprenditori locali, tra i quali il suocero di Scajola, Piero Isnardi. Niente gara d’appalto: i lavori partono nel 2007 e i costi lievitano da 30 milioni iniziali a 140 milioni di euro. Il Pd cittadino presenta un esposto in Procura e presso la Corte dei Conti, e scattano le prime verifiche a fine 2010, quando la Guardia di Finanza perquisisce la sede romana dell’Acquamare e della Porto Imperia.

Fonti vicine alla società romana, rivendicando la correttezza del proprio operato, spiegano a Linkiesta che l’affidamento in house contestato dai pm è frutto di una legge varata dall’attuale presidente della Regione Liguria, Claudio Burlando – all’epoca ministro dei Trasporti – allo scopo di promuovere lo sviluppo della portualità turistica italiana. Si tratta del Dpr 509/97, che al comma 8 dell’art. 5 recita testualmente: «Qualora non ricorrano ragioni di preferenza, si procede a pubblica gara». In pratica, se la conferenza di servizi messa in piedi dal sindaco del Comune interessato assieme Regione, circoscrizione doganale, Agenzia del Territorio, etc. dà il via libera, non è necessario mettere in piedi una procedura pubblica aperta a tutti.

Dall’Acqua Marcia fanno sapere inoltre che l’aumento dei costi non ha nessun impatto per il Comune di Imperia, poiché non avrebbe lo status di socio investitore. Spulciando l’ultimo bilancio disponibile, relativo al 2010, la Porto Imperia ha chiuso in utile per 465mila euro a fronte di un patrimonio netto di 2,5 milioni di euro e debiti per 6,5 milioni. Giudicato ovviamente «esagerato» il pericolo di fuga e l’inquinamento delle prove, motivazioni che hanno spinto al fermo di Caltagirone Bellavista, alla luce delle molteplici riunioni in seno al Cda della società, cui ha sempre partecipato il Comune di Imperia. 

E forse il punto è proprio questo. Poco più di un anno fa, infatti, Pierre Marie Lunghi, dirigente dell’Ufficio porto e demanio del Comune, aveva revocato la concessione demaniale, poi ristabilita dal Tar ai primi di marzo 2011. Una mossa che aveva scatenato le ire del sindaco di Imperia, Paolo Strescino (Pdl), l’uomo dal quale proprio oggi si stava recando Caltagirone.

Vicende giudiziarie a parte, tra le quali il sequestro di un’area di 300mila metri quadri in periferia di Milano, in zona Bisceglie, per irregolarità nelle bonifiche – nel terreno sono stati trovate tracce di metalli tossici e diossina – la società rilevata nel 1994 dal cugino dell’editore del Messaggero, “outsider” per sua stessa definizione, non naviga in buone acque. A quanto risulta a Linkiesta, infatti, non è ancora stato trovato un accordo con tutte le banche creditrici per la ristrutturazione del debito monstre da 960 milioni di euro, a cui si contrappongono, come si legge nella nota integrativa ai conti 2010, attivi immobiliari per 2,5 miliardi di euro, corrispondenti a un «rapporto tra indebitamento lordo e valore del patrimonio (loan to value) del 40%». Oltre a questo, la società vanta un debito nei confronti dello Stato per non aver versato circa 30 milioni di euro di tasse Irpef, Iva, Irap e Tfr. 

Una delle condizioni che hanno imposto le banche, con l’advisor Lazard, per la ristrutturazione della loro esposizione è la cessione di alcuni asset. Uno dei più pregiati è l’Ata, la società di servizi aeroportuali proprietaria del city airport di Linate. La società conferma che ci sono stati dei colloqui con dei compratori interessati, ma non si sbottona sui nomi. Nei mesi scorsi si era ipotizzato un interessamento del fondo F2i di Vito Gamberale, che di recente ha rilevato dal Comune di Milano la maggioranza di quote della Sea, la società che gestisce i due principali scali lombardi. 

A rischio anche l’avanzamento dei lavori al Porto della Concordia a Fiumicino, un’opera da mezzo miliardo di euro che negli ultimi anni è stata oggetto di ripetuti fermi per ritardi nei pagamenti alle imprese subappaltanti. Soltanto un paio di mesi fa il Comune di Fiumicino aveva approvato le ultime varianti, anche questa volta tra le polemiche.

Twitter: @antoniovanuzzo
 

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