“Con il nuovo articolo 18 i contenziosi raddoppieranno”

“Con il nuovo articolo 18 i contenziosi raddoppieranno”

«Il problema della lunghezza nei processi civili non è legata al procedimento, ma all’assenza di personale nei Tribunali. Non è possibile che il Csm ci metta 14 mesi per nominare un presidente di sezione». Ne è convinto il giuslavorista Giorgio Treglia, secondo cui l’ulteriore ingolfamento delle Procure che scaturirà dalla riforma dell’articolo 18 sarà di ancor più difficile gestione per via delle mancanze del sistema giustizia. Per Treglia, che insegna diritto processuale civile presso la Scuola di specializzazione per le professioni legali della Statale di Milano, «Alcuni aspetti della riforma, come l’indennità fino a 27 mesi nel licenziamento per ingiustificato motivo oggettivo, affosseranno le Pmi. In Italia è molto raro che venga eseguita una sentenza di reintegro». Sostanzialmente, le controversie sono tutte di tipo economico. 

La bozza Fornero dà ampi poteri al giudice nel sancire la legittimità o meno del licenziamento, e sui motivi discriminatori di esso o meno. Da avvocato dovrebbe essere contento.
Sì, penso che i contenziosi raddoppieranno, quindi dovrò assumere qualcun altro. Un esempio? Visto che l’onere di dimostrazione del licenziamento per motivi economici è in capo al datore di lavoro, ed è il giudice a decidere, ora sarà molto più complicato per il datore di lavoro dimostrarne la fondatezza evitando il risarcimento. Quindi per gli avvocati è una manna. Battute a parte, vorrei sottolineare che l’Italia è l’unica nazione d’Europa e dei Paesi dove si applica la common law che ha una norma come l’art. 18: altrove è il giudice che stabilisce se ha luogo la reintegrazione, come ad esempio in Francia, Germania e Spagna. Oltretutto, è molto raro che in Italia venga eseguita una sentenza di reintegro, quindi tutto si risolve a una mera questione economica. Una sentenza della Cassazione, infatti, ha sancito che il datore di lavoro può anche non reintegrare il lavoratore, purché venga pagato. In sostanza, la Corte dice che, se effettivamente il rapporto si è rotto a seguito di un licenziamento, e se giudice lo ha ricucito, le parti sono libere di eseguire il contratto, quindi è legittimo che il datore di lavoro rinunci alla prestazione del lavoratore, basta che lo paghi. C’è poi un aspetto del disegno di legge che è estremamente demagogico.

Quale?
La proposta d’indennità fino a 27 mesi nel licenziamento per ingiustificato motivo oggettivo (cioè per motivi legati a difficoltà economiche dell’azienda, ndr). Se il giudice stabilisce che è illegittimo l’impresa deve pagare 27 mensilità al dipendente. Un rischio troppo grande per le tante Pmi italiane, che preferiranno tenersi un dipendente improduttivo. In Spagna, qualora si dimostri che la causa dell’allontanamento è ingiustificata, per calcolare il risarcimento si applica un coefficiente agli anni effettivamente lavorati. Un concetto che sarebbe opportuno introdurre anche nell’ordinamento italiano, che già avrebbe alcuni strumenti utili. Insomma bisognerebbe che le sentenze venissero eseguite.

Ad esempio?
C’è una norma che ha rivoluzionato il codice di procedura civile: si tratta dell’art. 614 bis del Codice di procedura civile, introdotto dalla legge 69 del 2009. Riguarda l’attuazione degli obblighi di fare/non fare infungibili, che non sono suscettibili di esecuzione forzata. Se per esempio un teatro ha un contratto con un cantante per una serie di date, e questo non si presenta senza alcun motivo valido, nella sentenza di condanna del giudice scatterà l’istituto di pagamento di una somma di denaro per ogni giorno d’inosservanza nell’adempimento della suddetta sentenza, o ritardo nell’esecuzione del provvedimento. Una clausola che potrebbe funzionare anche nelle sentenze di reintegro, ma l’ultimo comma dell’art. 614 dice che la norma non si applica alle controversie riguardanti il lavoro subordinato. Basterebbe eliminare le ultime righe dell’articolo per rendere effettivamente esecutive tutte le sentenze di questo tipo. 

Per far funzionare il nuovo art. 18, che rischia di ingolfare tribunali già oberati all’inverosimile – i tempi della giustizia civile in Italia sono un annoso problema  – non servirebbe una grande riforma del processo civile e del lavoro?
No, il problema non sono i processi, ma la manodopera. A mio avviso il procedimento civile italiano è tra i migliori al mondo, e con l’ultima riforma del novembre 2011 sono stati eliminati 30 riti diversi riallocati in 3 riti. Il punto è che il giudice oggi scrive i verbali e li deposita da solo con enormi perdite di tempo. Non solo: il tempo medio per formare un giudice è di 3 anni. In Italia bisognerebbe triplicare il loro numero, oppure adottare una soluzione all’inglese: chiamare gli avvocati a fine carriera a fare i giudici. Il reclutamento dei magistrati è inefficiente, perché se mancano 12mila giudici non posso metterci anni per recuperarne 300. Va riformato anche il Consiglio superiore della magistratura: non è possibile che ci metta un anno o 14 mesi per stabilire chi è il presidente di una sezione. Insomma, il discorso è di pura manovalanza.

Andrebbero liberalizzati i costi degli avvocati vista la pioggia di cause che potrebbero arrivare?
Io sono favorevole alle liberalizzazioni, ma salvaguardando alcuni principi per salvaguardare chi utilizza il servizio, cioè i cittadini. Ad esempio ci vuole molto più rigore e specializzazione degli avvocati, ma aprendo il mercato andrebbe perduto un istituto fondamentale per i meno abbienti che è il gratuito patrocinio. Guardi com’è andata con l’arbitrato e la mediazione: spesso il lavoro non porta ai risultati sperati. Nelle cause di lavoro potrebbero addirittura essere i sindacalisti a rappresentare i lavoratori, se avessero una conoscenza tecnica tale da poter andare davanti al giudice.

In Italia ci sono 46 tipologie contrattuali diverse, perché non formulare un testo unico del lavoro che indichi un quadro di riferimento?
No, ritengo che l’intervento dello Stato nella singola contrattazione non dovrebbe esserci. Nel codice civile c’è la teoria generale del contratto, e la Corte di cassazione ha sancito i principi del contratto. In una recente intervista televisiva, Bonanni ha detto che il contratto collettivo dovrebbe fornire un quadro generale dove inserire la contrattazione di secondo livello. Lo trovo condivisibile. Ad esempio, perché mai le varie croci di pubblica utilità come la croce bianca e la croce rossa devono adottare il contratto delle aziende di commercio?

Meglio una via italiana al modello tedesco?
Meglio da un lato che i sindacati non pongano veti, e dall’altro che vengano ascoltati non soltanto quando minacciano di bloccare il Paese con gli scioperi. Le parti sociali non devono cercare nuove regole, ma applicare quelle che già esistono. Il discorso ovviamente vale anche per Confindustria, che ha un enorme problema di rappresentanza. Paradossalmente, con questa riforma potrebbero ritornare in auge le iscrizioni ai sindacati.

Twitter: @antoniovanuzzo 
 

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