Post SilvioFormigoni, il tramonto del Celeste che a Silvio diceva sempre sì

Formigoni, il tramonto del Celeste che a Silvio diceva sempre sì

“Roberto la sua posizione l’ha chiarita: anche lui è ovviamente un peccatore come tutti noi, ma l’importante è saper rientrare sempre nella comunità, ristabilire quel dialogo con la Grazia, anche dopo che si è passati da un’esperienza di allontanamento”. Ti sentivi rispondere così se, tra il malizioso e l’ingenuo chiedevi, ai giovani ciellini schierati come un sol uomo in campagna elettorale, come si sposasse l’ipotesi di love story tra Formigoni e la show girl Emanuela Talenti e il suo voto di castità, implicito nell’adesione all’ordine laicale dei Memores Domini. Finivano gli anni Novanta e con loro il primo mandato da presidente regionale lombardo di “Roberto”.

Nel 1995 quando venne eletto la prima volta era ancora un politico democratico-cristiano, membro del partito di Casini e alleato organico di Forza Italia. Era solo questione di tempo, e nel 2000 il partito di tutti era già Forza Italia. Lo chiamavano tutti così, per nome, negli anni in cui il Celeste Formigoni e il movimento ecclesiale di Don Giussani erano, senza crepe, la stessa cosa. Nelle Università i ciellini si trovavano per la Scuola di Comunità settimanale e poi, prima e dopo, tutti a volantinare, a convincere, a spiegare. Con lo stesso fervore, vincevano elezioni universitarie strappando storici feudi alla sinistra tutta rasta e kefiah o vincevano a man bassa in Regione, addirittura doppiando (successe nel 2000) un brontosauro per bene come Mino Martinazzoli. Spazzato via, alla guida di un centrosinistra mai davvero nato in Lombardia, come un avanzo non più digeribile di Prima Repubblica.

Proprio di Martinazzoli, alcuni tra loro amavano ripetere una frase degli anni della cortina di ferro e della minaccia comunista: “Noi siamo quelli che hanno capito che la vita è più importante della politica”. Già. Difficile davvero distinguere vita e politica seguendo il percorso di Roberto Formigoni. Figurarsi poi riuscire a fare classifiche di importanza. A 20 e pochi anni incontra Don Giussani e Comunione e Liberazione. Di lì in poi, lui, il “movimento” e il progressivo radicamento nella vita politico-economica locale e nazionale diventano in fretta la stessa cosa. Nel 1984, quando diventa europarlamentare democristiano con il record di 450 mila voti, è il volto nuovo in assoluto. È uno dei segnali di quel vento nuovo che arriva dal Nord Italia, quello che Craxi aveva capito e Berlinguer neanche percepito, quando la Lega è ancora solo un malcontento larvale, ed esprime appena un pugno di consiglieri comunali sparpagliati qua e là. Sbaglia chi pensa che il fenomeno Formigoni, già allora, fosse frutto solo di una capillare e indefessa azione di propaganda.

I ragazzi ciellini, le loro riviste, i loro incontri e il loro entusiasmo sicuramente contarono nella costruzione di quel primo, fondamentale consenso. Ma contò anche la capacità di intercettare, in piena Milano da bere, quella voglia di libertà economica e di America un po’ yuppie che la faccia nuova del 37enne Formigoni rappresentava bene. Non era di Milano, Roberto, ma di Lecco e il suo “provincialismo gli ha fatto sempre preferire il Pirellone e sognare Roma, piuttosto che puntare sull’Europa”, come annotava anni fa nelle conversazioni riservate il primo presidente lombardo, un vecchio Dc come Piero Bassetti. Già, ma nella Padania provinciale degli anni ‘80 quei limiti erano un’impressionante catalizzatore di successo, perché parlavano la lingua del boom imprenditoriale, della voglia di successo e ricchezza, senza mai tradire la tradizione dei nonni che per generazioni e generazioni erano andati a messa la domenica. Anche i suoi nemici, dentro alla Dc, erano adatti a fare diventare grande il suo consenso al Nord. Ciriaco De Mita, che lo disprezzava a parlava di lui come di uno stupido, era una perfetta brochure pubblicitaria in una pianura padana che iniziava a non poterne più di casse del Mezzogiorno e voleva efficienza, mercato e giovinezza.

A guardarli oggi, quegli anni Ottanta in cui Formigoni divenne Formigoni mentre c’era ancora il Pci e Berlusconi solo un grande imprenditore legato alla politica, sembrano proprio preistoria. Fotografie ingiallite di un piccolo grande sogno che giorno dopo giorno sembra più logoro. Atti fondativi di un mito politico e di un culto della personalità che non hanno resistito agli anni. Non sono solo le inchieste giudiziarie che, a ritmi martellanti, scavano dal di dentro il potere formigoniano. Molti uomini che hanno avuto ruoli importanti nelle scorse giunte e in questo consiglio regionale sono indagati, alcuni patteggiano, altri si proclamano innocenti e poi tacciono. Di certo il controllo di “legalità” all’ombra dell’asse tra la Formigoni, il Pdl lombardo e la Lega Nord non era ferreo. Ma anche in passato quel blocco di potere e e l’egemonia di Cdo e Cl sono stati fatti oggetti di indagini dure, spesso assai più dure di queste. Pensate a Oil for Food, ad esempio. Eppure Formigoni non perse né consenso né spinta propulsiva verso il (suo) futuro, tanto che ancora nel 2008, quando scalpitava per diventare ministro dell’ultimo governo Berlusconi, le sue aspirazioni sembravano quanto meno legittime. Perché dunque, appena pochi anni dopo, del Celeste parliamo come di un politico in evidente declino che, al di là delle camicie sgargianti e dei sorrisi sornioni, sembra sapere che il declino è irreversibilmente iniziato?

Semplice: perché finito il berlusconismo e Silvio Berlusconi si è ritirato nelle mura della sua famiglia, delle sue aziende e degli affari suoi. Perché Silvio Berlusconi ha perso e Formigoni, che pure esisteva come politico e rappresentante di un mondo anche prima, difficilmente saprà sopravvivergli, politicamente. È il destino che tocca a chi preferisce fare guerriglie invece che combattere in campo aperto, a chi il coraggio delle sue intuizioni sa mostrarle sempre e solo in privato e off the records, ma poi è pronto a smentirlo in pubblico, costi quel che costi. Succede a chi prima accetta nel suo listino l’imposizione di Nicole Minetti, e poi scandalizzato le scarica addosso la croce di ogni colpa e di ogni misfatto. È quel che capita a chi, invece di sfidare la Lega sui cavalli di battaglia nordismo, dell’autonomia lombarda e della trasparenza, preferisce la guerriglia e le battutine, e alla Lega invidia soprattutto il forte radicamento nel palazzo romano. A differenza di Casini, ad esempio, che da quella storia si è chiamato fuori e lontano per tempo, Formigoni non ha coerenze politiche da sventolare né rinunce alle poltrone da sbandierare. Del resto, quando per le elezioni regionali del 2005 Formigoni pensò di lanciare una sua lista di riformisti, aperta anche a mondi che guardavano a sinistra, arrivò il voto di Berlusconi e Formigoni si tacque. Di lì in poi, si occupò soprattutto di dotare la regione di un nuovo palazzo, facendo a gara coi vicini immobiliaristi a chi aveva il grattacielo più lungo.  

Come finirà, la storia di Formigoni? Difficile dirlo con esattezza, ma nel gioco di contrappassi è ben possibile che per vie strani ritorni – lui e la sua intera regione – alla casella di partenza. Lo abbiamo già visto, in fondo, a Roma, quando allo sgretolarsi del berlusconismo è riapparsa con forza la sapienza e solidità della Prima Repubblica, presa per mano da Giorgio Napolitano. E a Milano? A Milano potrebbe non finire diversamente. Un Formigoni sfibrato, senza più idee né abbastanza voglia di combattere, con in mano una Regione paralizzata e seduta sui successi del primo decennio, potrebbe accettare un passo indietro nel 2013, sfruttando la congiunzione con l’elezioni politiche. In uno schema politico nuovo, ancora tutto da definire, per la Regione sta già scaldando i motori un vecchio leone della Prima Repubblica: quel Bruno Tabacci che, tornato a Milano a fare da assessore plenipotenziario dell’amico Giuliano Pisapia. Un politico moderato, Tabacci, che Presidente di Regione è stato già alla fine degli anni Ottanta e che può ben spendere un abbandono anticipato della nave berlusconiana cui Formigoni è rimasto invece attaccato fino all’ultimo. Contratterà un salvacondotto per un sistema di potere e di affari – sanità, ma non solo – che difficilmente potrebbe essere smontabile di punto in bianco. E in cambio, perfino, potrebbe garantire anche i voti e un moderato attivismo di quella Cl che oggi non lo idolatra più come un tempo. E per sé? Potrà stare tranquillo: nessuno gli negherà un seggio nell’amata e sempre troppo rimpianta Roma.
 

(Il Pirellone di Gio Ponti illuminato con la scritta Expo e il numero di paesi aderenti)

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