Incidente nel Mare del Nord, a rischio 200 milioni di Eni

Incidente nel Mare del Nord, a rischio 200 milioni di Eni

La situazione va complicandosi e il rischio di esplosione aumenta di ora in ora. Le notizie che provengono dalla piattaforma gestita dalla Total al largo del Mar del Nord, dove domenica scorsa si è verificata una fuoriuscita di gas nel corso di un’operazione di trivellazione, non sono per nulla buone. Secondo quanto ha riferito ieri notte alla Bbc David Hainsworth, responsabile sicurezza e ambiente della compagnia petrolifera francese, «Il flare gas (il gas di scarto che viene bruciato nelle ciminiere, ndr) è ancora acceso nella piattaforma principale, ma il vento sta spostando il gas fuoriuscito nella direzione opposta rispetto alla fiamma. Prevediamo che il vento soffierà in questa direzione per i prossimi sei giorni, e stiamo valutando diverse soluzioni per estinguerla». Una delle quali dovrebbe essere una perforazione sottomarina per convogliare i 200mila metri cubi di gas che ogni giorno si disperdono nel mare in un altro pozzo, operazione che potrebbe però durare sei mesi e costare molto, anche all’Eni. 

Il Cane a sei zampe, infatti, è il secondo azionista del giacimento, da cui ogni giorno vengono estratti 140mila barili di petrolio equivalente, con il 21% delle quote. Il gruppo guidato da Paolo Scarioni non ha ancora diramato nessuna notizia ufficiale sull’incidente, e come spiegano a Linkiesta da San Donato milanese, non ci sarà una posizione sulla vicenda, poiché la comunicazione spetta alla Total in qualità di capogruppo (con il 46%, gli altri azionisti sono, oltre a Eni, BG con il 14,1%, E.ON con il 5,2%, Exxon Mobil con 4,4%, Chevron con il 3,9% e altri con un altro 4,4%). Sebbene al quartier generale del Cane a sei zampe le bocche rimangano cucite, gli analisti di Intermonte hanno già calcolato, come spiega il quotidiano Mf -Milano Finanza, che «La perdita di produzione di Eni è pari a circa 25 mila barili di petrolio equivalente, l’1,4% della produzione totale del gruppo. Su base annua, si potrebbe arrivare a un impatto negativo, a livello di Ebit, pari a circa 250 milioni di euro, l’1,2% dell’utile operativo totale», pur mantenendo il giudizio “outperform”, “farà meglio del mercato” e il prezzo obiettivo a 22 euro, così come Equita, che giudica il titolo hold, “da tenere”, e il prezzo obiettivo a 20,9 euro per azione.

Qualora Total optasse per trasferire il gas in un pozzo scavato ad hoc a fianco di quello danneggiato, la perdita potrebbe alzarsi ulteriormente rispetto ai 25mila barili quantificati ieri. Sebbene sia ancora troppo presto per fare previsioni, il silenzio dell’Eni è strategico in questa fase. 

Secondo Martin Preston, esperto d’inquinamento marittimo all’Università di Liverpool, «La fiamma è sopra alla piattaforma, mentre il gas è fuoriuscito intorno alla sua base, quindi rimane un cospicuo spazio fisico tra i due». Il che dovrebbe allontanare, almeno per il momento, il rischio di esplosione. Tuttavia, fino a quando non si estinguerà la fiamma, è troppo rischioso avvicinarsi alla piattaforma, dove il gas viene estratto dal fondo marino a una pressione elevatissima. 

Domenica scorsa Total ha evacuato tutti i 238 lavoratori della Elgin, che si trova a 241 km al largo di Aberdeen – e produce il 3% del fabbisogno inglese di gas – e per precauzione anche la Shell ha sgomberato il personale di due piattaforme situate nelle vicinanze. Nel frattempo la Guardia Costiera scozzese ha posto un divieto di passaggio aereo e navale in un arco di circa 8 km quadrati nei pressi del pozzo. Stando a quanto si legge nel comunicato della compagnia, l’impatto a livello ambientale «non è significativo». Eppure gli ambientalisti hanno già lanciato l’allarme. Jake Molloy, che riunisce il sindacato dei trasportatori marittimi e ferroviari inglesi, ha già paragonato l’emergenza al disastro della Deepwater Horizon, la piattaforma gestita dalla British Petroleum che due anni fa ha devastato le coste del Golfo del Messico. 

La storia, in ogni caso, non depone a favore della Total: secondo un’inchiesta del quotidiano britannico Guardian, tra il 2009 e il 2010 si sono verificati oltre 100 incidenti, in larga parte sconosciuti, nelle piattaforme di trivellazione del Mare del Nord, la maggioranza dei quali in strutture di proprietà della Shell e della compagnia francese. 

Twitter: @antoniovanuzzo