Politica e sport, una storia di boicottaggi (soprattutto mancati)

Politica e sport, una storia di boicottaggi (soprattutto mancati)

Il cancelliere tedesco Angela Merkel ha annunciato l’intenzione di boicottare gli Europei di calcio, previsti in Ucraina, se continuerà la detenzione dell’ex premier Yulia Tymoshenko. Boicottaggio parziale, perché saranno i rappresentanti del governo a disertare la manifestazione (tranne forse il ministro dello sport Hans Peter Friedrich), mentre la partecipazione della squadra di calcio per ora non è in discussione. Spesso la popolarità dello sport viene sfruttata per inviare segnali politici, e il boicottaggio è uno dei metodi più visibili ed estremi. Specie nella forma della mancata partecipazione della delegazione sportiva.

Nell’ultimo decennio della Guerra Fredda si verificaronoi casi più eclatanti. Da un lato la decisione degli Stati Uniti – e di altri alleati occidentali – di non partecipare alle Olimpiadi di Mosca 1980 (quelle in cui Mennea vinse l’oro) per protesta contro l’invasione dell’Afghanistan. Dall’altro la reazione sovietica e dei Paesi comunisti (tranne la Romania di Ceausescu e la Jugoslavia di Tito) che disertarono nel 1984 i Giochi a Los Angeles. La motivazione ufficiale fu che non ritenevano garantita l’incolumità dei loro atleti.

Anche l’edizione dei Giochi del 1976 a Montreal aveva dovuto subire numerose diserzioni. Taiwan non partecipò perché non le venne consentito di presentarsi col nome di “Republic of China”, e 27 Stati Africani si rifiutano di presenziare a causa dell’ammissione ai Giochi della Nuova Zelanda. Il Paese australe era stato duramente criticato per aver partecipato pochi mesi prima ad un incontro di rugby in Sud Africa, contri i padroni di casa, mentre erano ancora in vigore leggi razziali.

Venti anni prima, a Melbourne, erano state la crisi di Suez e l’invasione sovietica dell’Ungheria a convincere da un lato Egitto, Iraq e Libano, dall’altro Olanda e Spagna, a non inviare le rispettive squadre olimpiche. Anche la Cina, sempre per il caso Taiwan, non aveva partecipato. L’ultimo boicottaggio olimpico si ebbe nel 1988, con la decisione della Nord Corea di non partecipare per protestare contro l’esclusione dall’organizzazione dei Giochi, affidata esclusivamente a Seul. La dittatura di Pyongyang aveva già attuato diversi boicottaggi nel corso degli anni anche in ambito calcistico. Ai Mondiali del 1970 si era rifiutata di giocare contro Israele e otto anni dopo non aveva inviato la squadra in Argentina, all’epoca governata dal dittatore militare Jorge Rafael Videla.

Forse per la sua popolarità, o forse per il disinteresse della superpotenza americana, il trofeo più ambito dalle nazionali di calcio è stato coinvolto in misura minore, rispetto alle Olimpiadi, dai boicottaggi. Per trovare casi di un certo rilievo si deve andare agli albori della manifestazione, quando nel 1934 l’Uruguay decise di non partecipare per ripicca nei confronti delle numerose diserzioni quattro anni prima, quando aveva ospitato il Mondiale, da parte di diversi Stati europei. L’Inghilterra non partecipò ai Mondiali fino al 1950, ma più che altro per questioni sportive (anche se l’uscita dalla Fifa nel 1920 fu dettata soprattutto dal non voler incontrare gli Stati con cui era stata in guerra durante il primo conflitto mondiale).

Esistono poi casi di singoli atleti che, spesso su pressione delle proprie federazioni, decidono di non gareggiare per motivazioni di politica internazionale. Il nuotatore iraniano Mohammed Alirezaei non scese in vasca per una gara di nuoto, sia alle Olimpiadi di Pechino 2008, sia ai Mondiali di Roma 2009, perché aveva in batteria un atleta israeliano. Nel 2011 la tunisina Sarra Besbes, ai Mondiali di scherma, è rimasta immobile sulla pedana a prendersi cinque stoccate dall’attonita avversaria, Noam Mills, anche lei israeliana. Casi di questo tipo, specie nei confronti di Israele, sono molto numerosi.

Il fascicolo più corposo nella storia dei boicottaggi nel mondo dello sport è quello delle minacce non attuate. Di recente in Italia c’è stato dibattito sull’opportunità di boicottare i Mondiali del 2014 in Brasile, per protestare contro la mancata estradizione del terrorista Cesare Battisti. Prima il ministro La Russa, e successivamente il ministro Calderoli, avevano ventilato questa possibilità, ma non è mai diventata concreta. Pochi anni prima, riguardo alle Olimpiadi a Pechino, si era parlato molto di possibili contestazioni contro la Cina per la questioni del Tibet e dei diritti umani. Ma, a parte alcune singole iniziative simboliche di protesta da parte degli atleti, non si è mai arrivati a veri e propri boicottaggi da parte degli Stati.

L’episodio più famoso, e più grave, di mancata protesta da parte degli Stati rimane sicuramente quello legato alle Olimpiadi di Berlino 1936. Sulla spinta delle manifestazioni che chiedevano il boicottaggio, il presidente americano Roosevelt decise di inviare in Germania come osservatore Avery Brundage, futuro presidente del comitato olimpico internazionale. Brundage, noto per le simpatie naziste e rimasto famoso anche per la decisione di proseguire i Giochi nel 1972 dopo la strage di Monaco, caldeggiò la partecipazione americana alla manifestazione. Gli unici a rifiutarsi di presenziare alla “Olimpiade nazista” furono quindi solo la Spagna (non ancora franchista) e l’Unione Sovietica. I Paesi occidentali sfilarono sotto le aquile e le svastiche.

Il termine “boicottaggio”

Dietro al termine “boicottaggio” c’è una storia di quelle che sarebbe piaciuto raccontare a Dickens. Nell’Irlanda della seconda metà dell’ottocento, le terre del conte di Erne erano amministrate dal capitano inglese Charles Cunningham Boycott. Questi si era attirato le antipatie dei contadini del luogo, che ne lamentavano le frequenti e gravi vessazioni. Nel 1880 la Lega irlandese dei lavoratori della terra, un’organizzazione nata per portare avanti le istanze dei braccianti agricoli, decise una protesta non violenta contro Boycott. Nessun irlandese avrebbe più lavorato per lui, nessun irlandese gli avrebbe più rivolto la parola, nessun irlandese avrebbe dato segno di riconoscerne l’esistenza. Quando le terre cominciarono a inaridire, il conte di Erne decise di licenziare Boycott. La corona inglese, irritata dalla protesta irlandese, mandò una scorta per il capitano inglese, ma non servì. Boycott abbandonò l’Irlanda il primo dicembre 1880. Da qui nacque l’espressione “to boycott” in inglese, che in italiano è diventata “boicottare”.