Spesa pubblica: non basta il freno, serve l’accetta

Spesa pubblica: non basta il freno, serve l’accetta

Il Ministro Giarda, incaricato dal Governo per la spending review, ha dichiarato che da questa azione non potranno derivare tesoretti con i quali ridurre la pressione fiscale, ma al più razionalizzazioni idonee a rafforzare il contenimento della spesa e il raggiungimento dell’obiettivo del pareggio di bilancio sul 2013.

Secondo il Ministro Giarda, infatti, azioni più incisive sulla spesa implicherebbero rilevanti riflessi sul livello delle prestazioni, tra le quali anche servizi essenziali quali scuola, sanità e sicurezza, posto che interventi significativi sono già stati fatti e con essi si è ottenuto, per la prima volta nella storia del Paese, di stabilizzare il livello di spesa pubblica del 2009 fino a tutto il 2013. Dopo le considerazioni di carattere generale già sviluppate nei giorni scorsi (vedi il mio ultimo articolo), torniamo sull’argomento per dare conto più nel dettaglio delle evidenze numeriche che emergono dall’analisi comparata che abbiamo condotto sulla macrostruttura della spesa pubblica dal 2000 ad oggi.

Al netto degli interessi passivi, la spesa pubblica nel 2009 è stata pari a 727 miliardi di euro, nel 2010 a 723 miliardi di euro, nel 2011 a 721 miliardi di euro, nel 2012 è prevista in misura pari a 719 miliardi di euro e nel 2013 a 720 miliardi di euro.

Cosa è successo però fino al 2009? Dal 1980 al 1991, la spesa pubblica è cresciuta in termini reali del 63,97%. Dal 1991 al 2000, è cresciuta molto meno, ma, nonostante il grande spavento della quasi bancarotta e i buoni propositi della Seconda Repubblica, è comunque cresciuta in termini reali del 6,95%. Nel 2000, la spesa pubblica al netto degli interessi passivi era pari a 475 miliardi di euro. Dal 2000 al 2006, quando al governo c’erano forze di enunciata fede liberista è antistatalista, la spesa pubblica al netto degli interessi passivi è sorprendentemente cresciuta in termini reali del 21,22%. Un’impennata priva di qualsivoglia giustificazione, in un’ottica di oculata gestione finanziaria e di rigore nei conti.

E infatti, se dal 1991 al 2000 l’aumento del 6,95% è stato accompagnato da una riduzione dell’incidenza della spesa pubblica (sempre al netto degli interessi passivi) sul PIL dal 42,80% al 39,64%, viceversa dal 2000 al 2006 la sua incidenza sul PIL è cresciuta dal 39,64% al 44,33%. Dal 2006 in poi, la folle cavalcata viene arrestata. Dal 2006 al 2008, la spesa pubblica diminuisce in termini reali dello 0,39%; dal 2008 al 2011 dello 0,13%; dal 2011 al 2014, dovrebbe diminuire, sempre in termini reali, del 2,78%.

Ha dunque ragione il Ministro Giarda quando sottolinea che stiamo vivendo un periodo di stabilizzazione della spesa pubblica che non ha precedenti nella storia della Repubblica. Resta però il fatto che gli interventi a tutt’oggi messi in campo hanno arrestato, ma non riassorbito i vertiginosi aumenti del passato, tanto è vero che il raffronto tra 2000 e 2011 evidenza ancora un incremento in termini reali del 20,59%. Prendiamo appunto la spesa pubblica al netto degli interessi passivi del 2000, pari, come detto, a 475 miliardi di euro. Attualizzata con l’inflazione, si tradurrebbe nel 2011 in 598 miliardi di euro, ossia 124 miliardi di euro in meno dei 722 che sono stati effettivamente spesi. Affermare che mettere in discussione quei 124 miliardi di euro significherebbe incidere sul livello di prestazioni di servizi anche essenziali, come scuola, sanità e sicurezza, significa ritenere che il livello generale delle prestazioni e della protezione sociale offerte dallo Stato nel 2011 è cresciuto in modo proporzionale a detto incremento rispetto ai corrispondenti livelli dell’anno 2000.

È indubbio che una parte di quell’incremento non sia agevolmente comprimibile e trovi anzi giustificazioni macroeconomiche e sociali: si pensi, in particolare, ai maggiori costi connessi al progressivo innalzamento dell’età media della popolazione. In particolare, la spesa per protezione è passata dai 195 miliardi del 2000 ai 306 miliardi del 2011: una crescita nominale del 56,64%, cui corrisponde una crescita reale del 24,30%, pari a 60 miliardi di euro.

È però difficile pensare, come invece le affermazioni del Ministro Giarda lasciano implicitamente intendere, che i restanti 64 miliardi di euro di quell’incremento complessivo di 124, generatosi per intero anni tra il 2000 e il 2006 e solo in minima parte riassorbito dal 2006 in avanti, non possa essere in buona parte ascritto più a sprechi, inefficienze e sperperi da tagliare che non ad accrescimento qualitativo del livello delle altre prestazioni erogate ai cittadini. Nel dettaglio, questi 64 miliardi di incremento reale della spesa sono riconducibili per 14 alle retribuzioni dei lavoratori del pubblico impiego; per 63 ai cosiddetti consumi intermedi, ossia gli acquisti di beni e servizi da parte dello Stato; per 8 alla spesa per investimenti.

Il totale fa 85, ma sono appunto 21 i miliardi di complessiva riduzione in termini reali delle altre voci di spesa, quali ad esempio ammortamenti, contributi alla produzione e imposte che le amministrazioni pubbliche devono esse stesse pagare. È del tutto evidente quanto spazio di azione vi possa essere in quei 63 miliardi di incremento reale dei consumi intermedi, rispetto al livello cui essi si attestavano nel 2000.

Si noti per altro come questo importo si allinea perfettamente con la stima di 60 miliardi più volte rilanciata in questi ultimi mesi dal Presidente della Corte dei conti, in merito al costo per la collettività degli sprechi, delle inefficienze e degli sperperi che caratterizzano un settore pubblico ove è sempre più evidente la dilagante corruzione. Sul fronte dei consumi e della produzione, il Paese è suo malgrado già tornato sui livelli di oltre dieci anni fa. Perché, torniamo dunque a chiederci, mentre il Paese soffre e arretra, lo Stato dovrebbe considerarsi già bravo a limitarsi a non avanzare oltre?

articolo tratto da Eutekne.info

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