Hai paura che finisca l’Euro? Ecco come investire

Hai paura che finisca l’Euro? Ecco come investire

Stare alla larga dall’eurozona. Alla vigilia del cruciale Consiglio europeo di oggi e domani,  le cui attese della vigilia non sono per nulla confortanti, è questo il consiglio che i gestori danno ai clienti più ansiosi. In caso di un nuovo nulla di fatto, o come appare sempre più probabile, di un annuncio di massima senza tempistiche certe – ammesso che i prodotti privi di rischio non esistono – i principali asset manager hanno ideato delle vere e proprie «cassette di sicurezza per clienti eurofobi», come li definisce Pictet, una delle principali banche private svizzere. Premessa: essendo giornalisti e non consulenti, le righe seguenti non rappresentano in alcun modo consigli d’investimento ma solo una parziale ricognizione delle soluzioni dei gestori in caso di fallimento dell’euro.

Corona danese, corona svedese, corona norvegese e dollaro australiano sono le valute su cui puntare per coprirsi dal rischio di un default sovrano, oltre a quelle maggiormente liquide come dollaro, sterlina e yen, prive del problema di controparte, mentre sul fronte del reddito fisso le scelte ricadono su bond emergenti come Brasile, Colombia e Messico, denominati in valuta locale, oppure sui bond dei Paesi a tripla A, ma sulla parte breve della curva. Niente franchi svizzeri, invece, da quando la banca centrale elvetica ha deciso di congelare a quota 1,20 il tasso di cambio con l’euro, per via del suo deprezzamento progressivo, che tagliava i margini delle imprese del Paese. 

«Se anche Michael Hasenstaab, guru dei bond di Franklin Templeton, in una recente conference call ha detto di essere pronto per l’uscita dall’euro di alcuni Paesi, e di coprirsi in dollari contro questa eventualità, non c’è da stare tranquilli», confessa a Linkiesta un private banker di una primaria banca italiana, sotto promessa di anonimato. Pictet, in un report, è sulla stessa linea: «È stata accresciuta l’esposizione a emissioni in dollari anche nei fondi in valuta locale e, ove possibile, sono state avviate operazioni di coperture valutarie» attraverso i cosiddetti proxy trades, cioè strategie di vendita su due valute che hanno un andamento simile, come il dollaro australiano e la rupia indiana, in questo caso vendendo i primi per coprirsi sulla seconda. 

Per quanto riguarda le obbligazioni, lasciando stare i rendimenti negativi dei bond tedeschi e statunitensi, molti asset manager hanno posizioni “lunghe” sugli emergenti e sulla Cina. Qui il ragionamento è contrarian: se da un lato il tasso di crescita dei Bric non tornerà più a doppia cifra, dall’altro il problema dell’inflazione si attenua, e di conseguenza i Governi hanno maggiori margini di manovra per politiche espansive che rafforzino la crescita. La strategia non funziona però sulle valute, poiché l’apprezzamento sarà molto più lento rispetto al passato. 

Un tipico portafoglio per chi ritiene che la moneta unica abbia ormai i giorni contati, anche se è improprio generalizzare, è composto per il 60% da valute extra euro con preferenza per dollari e yen, e per il resto su bond governativi sovranazionali, come le emissioni della Bei o del Fmi. In un report odierno Credit Suisse ritiene che il portafoglio valutario ottimale sia a trazione americana: 67% denominato in dollari, 7% in euro, 7% in yen, 6% in dollari di Singapore, 4% in sterline, 3% rispettivamente in corone norvegesi e svedesi, e 3% oro. Le valute preferite, per l’istituto svizzero, rimangono quelle asiatiche, sia per la debolezza dell’eurozona che per la previsione di un moderato apprezzamento del renmimbi prima delle presidenziali americane del prossimo 6 novembre.

Esempio di portafoglio costruito sul dollaro (Fonte: Credit Suisse)

La banca d’affari Usa Morgan Stanley, il cui amministratore delegato James Gorman, intervistato oggi da Bloomberg, ha dichiarato che i leader europei dovrebbero essere lasciati lavorare «alla loro velocità» perché qui non si tratta di problemi che non possono essere risolti in un «Lehman weeekend», ritiene che sia alle porte un rally del dollaro trainato dalle debolezze dell’eurozona, in quanto: «le ramificazioni potenziali di un repentino declino dell’euro non sono limitate all’eurozona ma coinvolgeranno l’economia globale, ma non riteniamo che ciò sia prezzato dai mercati». Anche in questo caso, quindi, il biglietto verde è caldamente consigliato, almeno sul breve termine, da chi teme il default dei Piigs. L’unica cosa di cui aver paura è la paura stessa, diceva Roosevelt, e il sentiment dei gestori sul default dell’eurozona, da un anno a questa parte, è passato dal 5% al 40%, sperando che non si tratti di una profezia che si auto avvera.

Twitter: @antoniovanuzzo
 

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