Viaggio in Sicilia, dove l’economia è ferma da vent’anni

Viaggio in Sicilia, dove l’economia è ferma da vent’anni

«La Regione ha avuto un’attenzione debole ai temi della crescita. La Sicilia non cresce da anni, oggi il livello del nostro Pil è tornato indietro e si attesta sulla linea di quello degli anni ’90, siamo fermi a 15 anni fa, abbiamo bruciato 15 anni senza creare ricchezza». Era il 21 aprile, e Ivan Lo Bello, neo vice Presidente nazionale di Confindustria all’Education, spiegava al Giornale di Sicilia lo stato dell’economia siciliana. Qualche settimana dopo gli faceva eco il segretario nazionale della Cisl, Raffaele Bonanni:«L’economia siciliana è a terra, anzi è stramazzata da diverso tempo. O interessiamo investitori italiani e esteri altrimenti non ci saranno prospettive».

Così si legge nel bollettino annuale diffuso da Bankitalia dedicato allo stato delle regioni, «la Sicilia ha risentito del deterioramento del quadro macroeconomico nazionale, con ricadute negative nei principali settori». Dal manifatturiero al settore delle costruzioni, passando per i livelli occupazionali e per il sistema dell’istruzione, il quadro offerto da Bankitalia descrive una regione immobile che versa in uno stato drammatico.

Ma analizziamo settore per settore cosa sta succedendo nell’isola “più sprecona d’Italia”. Partiamo dal settore manifatturiero. Mentre sarebbe già saltato l’accordo sul sito industriale di Termini Imerese fra il Ministero dello Sviluppo economico, la Regione e l’imprenditore molisano Di Risio, gli investimenti nel settore manifatturiero «sono diminuiti in misura significativa ed è scesa la percentuale di aziende che hanno chiuso l’esercizio in utile». I principali indicatori dell’Istat segnalano «una diminuzione degli ordinativi e della produzione nell’ultimo semestre del 2011; il peggioramento è proseguito nei primi mesi di quest’anno». Gli investimenti sono calati dell‘8.4%, e «la percentuale di imprese che hanno chiuso l’esercizio in utile si è ridotta rispetto al 2010 di circa 9 punti percentuali, arrivando al 52 per cento del totale. A ciò si lega «una sensibile contrazione» dei consumi energetici del settore industriale. Che, stando ai dati di Terna, ha sperimento un calo del 4.9% tra il 2005 e il 2010.

Si passa all’edilizia. Anche qui non va di certo meglio. Nel 2011 l’attività nel settore delle costruzioni e opere pubbliche si è contratta, con una diminuzione del valore aggiunto in termini reali del 4,5 per cento, secondo le stime di Prometeia. Il numero di occupati, in base all’indagine Istat sulle forze lavoro, è calato in solo anno del 7.1%. E il numero di ore lavoro è sceso del 12%. «In media le imprese siciliane con almeno 20 addetti che hanno partecipato all’indagine della Banca d’Italia hanno registrato una riduzione dell’occupazione e del valore della produzione».

Strettamente legato al manifatturiero e al settore edile è l’accesso al credito per le imprese. «Nel 2011 l’andamento del credito bancario ha risentito sia della contrazione della domanda di finanziamenti dovuta alla debolezza della congiuntura economica sia dell’irrigidimento dei criteri di erogazioni da parte di intermediari». Sono schizzati i tassi di interesse sui prestiti a breve termini: nel corso dell’anno sono aumentati dell‘1,4%, attestandosi al 7,4%. Anche i tassi a medio e lungo termine sono cresciuti, fermandosi al 4,9%. La debolezza della dinamica del credito ha riguardato tutti i settori produttivi, ma è stata particolarmente accentuata nel comparto delle costruzioni. A dicembre i finanziamenti alle imprese edili si sono ridotti del 3,5 % rispetto allo stesso mese dell’anno precedente.

Passiamo al mercato del lavoro. In base ai dati forniti dall’Istat il tasso di occupazione per la popolazione tra 15 e 64 anni è sceso per il quinto anno consecutivo, al 42.3% (in Italia e nel Mezzogiorno è pari rispettivamente al 56.9% e al 44% per cento). Tuttavia, spiega a Linkiesta Giuseppe Provenzano, ricercatore dello Svimez, e autore del libro “Ma il cielo è sempre più su”, «se noi andassimo a vedere nella fascia di età compresa tra i 15 e 34 anni il tasso di occupazione sarebbe pari al 29%, dato che comprenderebbe già la fascia di età di chi si è formato». Un dato che, secondo Provenzano, andrebbe legato ad un fenomeno migratorio sempre più crescente verso le regioni del Centro-Nord: «In Sicilia ci sono 20mila trasferimenti di residenza ogni anno, e 30mila che fanno il pendolarismo di lungo raggio, ovvero ragazzi che risiedono ancora in Sicilia ma studiano e lavorano altrove. Questa è una forma di emigrazione che sfugge alle statistiche».

Nel complesso, il tasso di disoccupazione in Sicilia è il più elevato fra le regioni italiane, dopo la Campania, e si confronta con un dato per il Mezzogiorno pari al 13.6% e un tasso nazionale dell’8.4%. Nel 2011 sono diminuiti sopratutto gli occupati con bassi livelli di istruzione (-2.5 per cento per chi è in possesso al massimo della licenza media inferiore); per quelli in possesso di una laurea o di un dottorato la riduzione è stata dello 0.3 per cento, mentre i lavoratori con diploma superiore sono aumentati dell‘1.5%.

Altro capitolo, quello relativo all’istruzione. Anche qui la Sicilia registra un trend negativo. L’isola «presenta una bassa scolarizzazione – continua il bollettino di Bankitalia – anche nel confronto con il Mezzogiorno». In base ai dati Istat, nel 2010 l’incidenza dei laureati tra i residenti in Sicilia di età 25-64 anni era del 12.3%, una quota inferiore alla media nazionale (14.8%). Anche i livelli di apprendimento, valutati attraverso le indagini Invalsi, registrano che «la posizione della Sicilia è in ogni grado scolastico peggiore di quella del Mezzogiorno, già inferiore alla media nazionale». Sui livelli di apprendimento incidono in misura significativa le caratteristiche del contesto familiare e sociale degli studenti. In base all’Index of economics, social and cultural status elaborato sia dall’Invalsi sia dall’Ocse, gli studenti siciliani risultano particolarmente svantaggiati in termini di condizioni socio-economiche e culturali delle famiglie di appartenenza; ciò è dovuto al basso livello di scolarizzazione della popolazione adulta residente.

Alessandra Siragusa, deputata nazionale del Pd, e componente della commissione Cultura, spiega a Linkiesta quale potrebbe essere la ricetta per ridurre il gap con il resto d’Italia:«Si devono distendere i tempi della scuola. Come? Facendo il contrario di quello che ha fatto la Gelmini. E poi rendere più precoce l’accesso alla scuola con un maggior numero di scuole d’infanzia e di asili nido».

Correlato a quanto detto sopra vi è stata anche la contrazione dei consumi delle famiglie siciliane. Secondo i dati dell’indagine Istat, la spesa media in Sicilia nel 2010 era di 1.668 euro, inferiore del 32 per cento alla media nazionale e dell’11 per cento rispetto a quella del Mezzogiorno. Si è determinata una ricomposizione della spesa verso i beni di prima necessità. Infatti a partire dal 2008 tutte le principali voci di spesa hanno registrato una contrazione; il calo è stato particolarmente intenso per i trasporti, l’abbigliamento, le calzature e i ristoranti.

Tuttavia «nel triennio 2008-2011 la spesa pubblica totale delle Amministrazioni locali in Sicilia è risultata inferiore di circa mille euro alla media delle Regioni a statuto speciale e, nel triennio, si è ridotta del 4,5 per cento all’anno». La riduzione maggiore si è registrata nell’ambito dell’amministrazione regionale e delle aziende ospedaliere locali (ASL), che insieme hanno rappresentato il 67,1% del totale delle spese correnti. Nello stesso periodo di riferimento «la spesa sanitaria pro capite sostenuta in favore dei residenti è stata pari a 1.725 euro, inferiore alla media italiana di circa mille euro.

L’unico settore in leggera crescita è quello del turismo. In base ai dati dell’osservatorio turistico della regione siciliana, «gli arrivi di turisti in Sicilia sono aumentati del 5,1 per cento». Ma «la moderata ripresa è da ascrivere esclusivamente ai flussi provenienti dall’estero, che incidono per circa il 40 per cento sul totale, le cui presenze sono aumentate del 14,0 per cento, a fronte di un calo dell‘1,9% per gli italiani».

Eppure Provenzano dice che «rispetto al quadro che fa Bankitalia, che coincide con i nostri dati, le prospettive rischiano di essere ancor più preoccupanti. Dalle nostre previsioni, che abbiamo diffuso qualche giorno fa, prevediamo una forte recessione che riguarda tutto il sud, -3 per cento di Pil, e in Sicilia si aggira intorno al -2,8%».

D’altronde, sottolinea Ivan Lo Bello con Linkiesta, «i dati di Bankitalia non mi stupiscono, illustrano ciò che noi di Confindustria diciamo da sempre». Con la forte recessione «la regione rischia il fallimento». E «in tutti questi mesi il dibattito politico regionale – continua Lo Bello – di cosa si è occupato? Di forestali, di precari che andavano stabilizzati, della vecchia formazione professionale. Ovvero tutti temi legati alle clientele. Non si è affatto parlato di crescita».  

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