Il ciclismo riscopre un Moser. «Ma io somiglio a Saronni»

Il ciclismo riscopre un Moser. «Ma io somiglio a Saronni»

Possono bastare cinque vittorie per dire che è nato un nuovo Moser? Possono bastare se a vincere cinque gare in cinque mesi di professionismo è un Moser che di nome fa Moreno ed è un «nipote d’arte», visto che suo zio è quel Francesco Moser che nella sua carriera ha vinto tanto, molto e a livello contabile è secondo solo al Cannibale Eddy Merckx, che di vittorie ne ha raccolte 525 e lo zio 276: nessuno come loro nella storia.

Può bastare un Giro di Polonia per festeggiare la nascita di un talento purissimo? Certo che sì, visto che il Polonia è una corsa di prima categoria (World Tour), di solo una settimana, ma vinta da corridori di spessore. Un anno fa, per esempio, fu terreno di conquista per Peter Sagan, slovacco della Liquigas, compagno di squadra di Moreno, oggi considerato a ragione uno dei talenti più alti del ciclismo mondiale. Se poi al Giro di Polonia ci aggiungi due vittorie di tappa, un Trofeo Laigueglia e un Gp di Francoforte, il gioco è fatto. Moreno ha le stimmate del campioncino. Sta a lui, ora, non credere di essere arrivato e proseguire il cammino.

Moreno il cammino l’avrebbe proseguito fino a Londra, ma il ct Paolo Bettini non l’ha inserito nella lista degli olimpici. O meglio, l’ha inserito in quella più ampia, ma quando c’è stato il momento di stringere e scremare, Moreno è rimasto fuori. «E mi dispiace – ci ha detto senza tanti giri di parole il ct oro di Atene –. Moreno ha fatto cose grandissime, ma purtroppo i tempi per dare la lista dei convocati erano strettissimi, e io non ho potuto aspettare che Moreno si rivelasse al Polonia».

Il ciclismo ritrova un Moser. L’ennesimo. Un altro. L’ultimo in ordine di apparizione e di vittoria si chiama Moreno. Moser VI, per la precisione. Dopo la prima generazione, quella dei fratelli Aldo, Enzo, Diego e Francesco, ecco la seconda, quella di Leonardo (figlio di Diego e fratello maggiore del nuovo talentino di Palù di Giovo): Moreno, 21 anni, vince il 18 febbraio il Trofeo Laigueglia, la corsa che apre in pratica la stagione ciclistica in Italia.

Vince dove lo zio Francesco non ha mai vinto, «e non è cosa semplice, perché lo zio ha vinto tanto, tantissimo, pure troppo. Eppure il Laigueglia è una di quelle poche corse che non riporta il suo nome nell’albo d’oro…», dice Moreno con un pizzico di orgoglio. Non è un ragazzo timido, ma è certamente riservato. «Non serve urlare per farsi ascoltare. L’importante è dire le cose giuste al momento giusto», dice.

Moreno è un ragazzo che ascolta, pensa e ragiona non per luoghi comuni: odia passare per quello che non è, detesta essere incastonato in un cliché. «Quelli che parlano solo per il gusto di farlo, non li reggo proprio. Io se non so una cosa taccio. Cerco sempre di parlare a ragion veduta. Quindi, spesso, appaio silenzioso e distaccato».

È un Moser tosto, forte e orgoglioso fino al midollo: il ceppo è quello, non si sgarra. Ma Moreno a suo modo è tipo che si ribella alle facili classificazioni… «Sono un Moser e quindi devo odiare Saronni. Non è assolutamente così. Anzi, per poco non ci andavo a correre, perché Saronni mi avrebbe anche voluto alla sua Lampre ISD, ma alla fine la Liquigas di Basso e Nibali mi ha fatto un’offerta alla quale non ho saputo dire di no».

È vero che in casa Moser non si può parlare di Saronni?
«È una balla anche questa. Di Saronni si parla eccome. È stato un grandissimo corridore, che ha fatto grande lo zio Francesco e viceversa. Secondo me lo zio è stato più forte, perché lui non si tirava mai indietro: nelle “classiche del nord” è stato un vero fuoriclasse. Al Tour de France ha partecipato una sola volta ma ha lasciato il segno anche lì: una settimana in maglia gialla e fino alla fine ha cercato di rompere le uova nel paniere a un certo Eddy Merckx. A Parigi è arrivato 7°, in maglia bianca, quella che premia il miglior giovane. Ad ogni modo in casa Moser di Saronni si è sempre parlato e anche meglio di quanto molti possa pensare».

Ma tu a chi pensi di assomigliare: a Moser o a Saronni?
«È presto per dirlo, ho appena iniziato la mia avventura tra i profesisonisti. Sono un buon passista, che si difende anche in salita e nelle prove contro il tempo. Dicono che potrei diventare come Argentin, un buon cacciatore di classiche e visto che mi chiamo anch’io Moreno… però io ho anche una buonissima dote, che è quella del recupero, quindi mi sento adattissimo anche per le corse a tappe: vado bene su tutti i terreni e soprattutto mi difendo a crono. Un po’ come Saronni… Al Giro di Polonia, che ho vinto lunedì scorso, ho vinto due tappe e la classifica generale, con due attacchi da vero “finisseur”. La seconda poi, in rimonta, con uno scatto che tutti mi hanno detto ha ricordato quello di Saronni a Goodwood, quando si laureò campione del mondo. Insomma, di Moser per il momento ho forse solo il cognome».

Come hai festeggiato la tua prima vittoria?…
«Con una dozzina di amici, quelli storici, ci siamo rinchiusi “en caneva”, in cantina a bere e a brindare con un buon Chardonay di nostra produzione. Io ho solo offerto, perché il vino non mi piace».

Un Moser che fa vino e non lo beve…
«Vedi, sono un Moser atipico».

È vero che quando hai vinto la prima corsa nelle categorie giovanili i tuoi familiari rimasero senza parole?
«Verissimo, ormai si erano fatti una convinzione: per loro ero l’unico Moser perdente. Invece li ho smentiti».

Le bici stanno ai Moser come le mele e il Teroldego alla vostra Val di Cembra…
«Ho iniziato solo per gioco. Mi sono sempre divertito, ma non ho mai provato una malattia. La prima bicicletta da corsa una Moser-Montecorona blu di serie, uguale per tutti. Era un bimbetto, categoria G3: prima corsa, diciassettesimo, molto più vicino all’ultimo che al primo. La prima vittoria dopo cinque anni da quella corsa iniziatica, ma non su strada, in mountain-bike: vinsi senza neanche sapere di essere solo davanti a tutti. Fu lì che i Moser si stupirono: pensavano che fosse morfologicamente impossibile che quel ragazzino magrolino, esile, con un’aria un po’ da sfigato e gli occhiali da miope potesse arrivare anche a vincere una corsa. Poi le cose cambiarono. Due vittorie da esordiente, 12 da allievo, fino alle 8 da dilettante: ho sempre avuto alti e bassi. Sono un po’ così, se mi gira male una cosa, io cambio direzione. Prima ho lasciato la scuola per la bicicletta, poi la bici per la scuola. Il risultato che ho perso un po’ di tempo sia da una parte che dall’altra. Ora però ho un diploma conseguito al liceo scientifico tecnologico (70/100) e sono anche professionista».

Cosa ti piace fare quando non corri?
«Leggo il giusto. Mi piace Pirandello, anche se ultimamente per via degli allenamenti sempre più duri ho virato su Fabio Volo: li ho letti tutti, ma l’ultimo l’ho piantato lì a metà, una boiata pazzesca. Peggio di quelli di Moccia».

Ti piace la tivù?
«Abbastanza. Se ci sono i film di Tarantino non ci sono per nessuno. Non mi piacciono invece programmi come il Festival di Sanremo: roba da tagliarsi le vene».

E Celentano?
«Come cantante abbastanza, come predicatore è di una noia mortale. E poi dice che i preti non sanno parlare alla gente… ».

Sei credente?
«Sono avvolto dai dubbi».

E la musica?
«Mi piace tutta. Ne fruisco in quantità industriale, anche quando mi alleno da solo in bicicletta: dai Pink Floyd ai Nirvana, dai Placebo ai Coldplay. Ma se c’è talento, io ascolto tutto: anche Lady Gaga».

Il tuo corridore ideale?
«Oggi sicuramente Philippe Gilbert: fortissimo. Ieri lo zio Francesco: una forza della natura. Su youtube mi sono visto e rivisto una valangata di sue vittorie. È stato pazzesco. Ero stanco solo a vedere quello che a saputo fare».

Sei fidanzato?
«Lo ero, ora sono libero e intendo restarci per un po’. Meglio gli amici: quando li vuoi arrivano. Le fidanzate sono troppo impegnative. Soprattutto per un corridore».

Salita o discesa?
«Salita. Quando inizia, il gioco si fa duro. Si fa selezione, la situazione per uno come me può solo migliorare. In discesa mi difendo, ma non vado mai oltre i limiti».

Cronometro o volata?
«Cronometro. Uno contro uno: solo gambe e testa. In volata non sono un drago, anche se qualcuno lo batto».

Il tuo eroe?
«Marco Pantani, anche se tutti mi chiedevano: ma non tifi per Gilberto Simoni? In quegli anni, dalle mie parti, tutti erano per Gibo. Lui è anche un cugino alla lontana, dalle mie parti siamo tutti un po’ parenti. Ma io ho sempre amato il modo di correre di Marco. Altra categoria. So che Gibo non la pensa così, ma io con Marco mi divertivo da pazzi. Sarà stato per la bandana, la crapa pelata, l’orecchino, il Pirata: tutte cose che ad un ragazzino piacciono un sacco».

La corsa dei sogni.
«Lo zio ha detto che sono adatto anche alla Sanremo, ma io mi ci vedo poco. Mi piace di più il Lombardia, ma soprattutto la Liegi-Bastogne-Liegi, la corsa dei sogni, la gara più bella che ci sia. La più dura, la più giusta, la più esaltante. Non l’ha mai vinta lo zio, non l’ha mai vinta Saronni e nemmeno Fondriest, ma Moreno Argentin sì: quattro volte. A me basterebbe una».

Dopo la vittoria al Giro di Polonia, il complimento più bello?
«Quello che mi ha inviato mia sorella Chiara – la più piccola (è del’94, ndr) – ma anche la più spiritosa. Via skype dal Canada mi ha scritto: “Bravo! Ci sei riuscito solo perchè quelli forti erano tutti al Tour!”».

* direttore di tuttoBICI e tuttobiciweb.it 

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