Fontana da Giussano, un bronzo in mountain bike

Fontana da Giussano, un bronzo in mountain bike

Una bici regalata da bambino, una di quelle con il manubrio sportivo, non certo da città. E da allora una vita in sella, quella di Marco Aurelio Fontana da Giussano, ventisette anni che si divide tra mountain bike e ciclocross, preferibilmente nel fango incurante anche dei problemi meccanici visto che il bronzo di Londra 2012 è arrivato senza sella saltata nell’ultimo giro durante l’attacco del duo di testa che è andato a conquistare oro e argento.

La sua famiglia ha anche provato a regalargli una bici da strada ma lui, nonostante qualche gara, non ne ha voluto sapere. Le salite e le discese non su asfalto ma su pietre e brecciolino. Nella terra di Alberto lui, Marco Aurelio, imperatore, ha trovato fortuna a Fiorenzuola dove è cresciuto professionalmente. Ora si è trasferito a Castell’Arquato, sempre nel piacentino per una disciplina che si vive sempre a cento all’ora. Su strada si possono fare strategie, c’è la squadra che ti aiuta.

La mountain bike è una corsa da solo contro se stessi e gli avversari. «Quando sono allenato faccio fatica ad addormentarmi: appoggio la testa sul cuscino e sento i miei battiti, lenti, 35 pulsazioni al minuto». Ad aiutarlo Elisabetta, psicologa dello sport e appassionata motociclista, prossima moglie. Le moto passione comune. Un’altra delle scelte che Marco Aurelio ha dovuto fare da adolescente era tra la sua fidata Italjet e la bicicletta. La moto non l’ha lasciata del tutto ma alla mountain Bike non si rinuncia. Racconta in una intervista: «Io non mi sono mai sentito semplicemente un ciclista, ho sempre sognato di correre in moto e di fare il pilota. Il numero con cui corro, il 22 è armonioso ed elegante e ci correva Jean Michel Bayle (più noto per il 111 ndr), ci corre Reed e anche una Porsche che ha vinto a Le Mans».

E nel suo garage sono passate tante macchine, una Porsche Cayman S ed una infinità di motociclette frutto delle letture del padre che lui divorava sin da piccolino. Diplomato geometra avrebbe potuto lavorare nell’impresa edile del padre. Meglio di no. Si è appiccicato un numero sulle spalle ed ha corso. Adrenalina pura quella che a lui interessa di più di tutte. Sul doping è netto: «È una stronzata e se io riesco a vincere non bombandomi significa che neanche gli altri lo fanno. Poi abbiamo controlli da libertà vigilata per cui come si può fare». Da Fiorenzuola è partico un camper di amici che lo accompagna in tutta Europa per le sue gare. Un camper che si trasforma ogni volta in motorhome visto che accoglie amici, parenti, tifosi e tutto il clan di questo campione a pedali. A Pechino avrebbe voluto incontrare Kobe Bryant. Non c’è riuscito, chissà se con la medaglia al collo riuscirà ad incontrarlo nel villaggio a Londra. 

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