Josefa Idem, un cervello in fuga dalla Germania

Josefa Idem, un cervello in fuga dalla Germania

Sguardo gelido e nemmeno un saluto. Lei a chiedersi il perché, loro a tirar dritto senza muovere un muscolo del viso. La sera, però, mettevano di vedetta un compagno in albergo perché loro rischiavano grosso se scoperti a parlare con quelli della Germania ovest, com’era Josefa Idem. Banditi dalle gare e cacciati dalla nazionale. Ma la curiosità era tanta e così la mattina erano sconosciuti, di sera solo atleti, ragazzi tedeschi che volevano scambiarsi le impressioni di ventenni. Come si viveva di qua e come si viveva di là. La Germania est, per Josefa la grande, che è alla sua ottava Olimpiade a 48 anni quasi da compiere, non era solo doping, ma anche rigidi programmi di allenamento, una filosofia dello sport che è soprattutto lavoro.

Est od Ovest pari sono quando si tratta di dedizione. Josefa la grande è nata a Goch il 23 settembre del 1964. In 47 anni di vita ha fatto ciò che qualcuno non riesce a fare in tre vite. A 20 anni vince un bronzo olimpico (Los Angeles, 1984); a 32, diventa mamma e ne vince un altro (Atlanta, 1996); a 36, invece di smettere, vince un oro (Sydney, 2000); a 39 fa un altro figlio e a 40 vince un argento (Atene, 2004); a 44 sfiora un altro oro olimpico perso per soli quattro millesimi di secondo, ma si accontenta dell’argento (Pechino, 2008); e ora, a 48, si ripresenta sulla linea di partenza ai Giochi di Londra certa di portarsi a casa, come risultato minimo, il record mondiale delle partecipazioni olimpiche collezionate da una donna. Otto. Ma lei non va per partecipare e lo dimostra la semifinale vinta a Londra, in autorità.

Giovedì si gioca la medaglia nella finale della Canoa K1 500 metri. L’ennesima. Ha vinto 38 medaglie tra Olimpiadi, Mondiali ed Europei. Ha conosciuto la canoa a undici anni e mezzo quasi per caso: «Facevano una dimostrazione nella scuola di mia sorella, così ho provato. All’inizio cadevo in acqua in continuazione. Stare in equilibrio non era semplice, ma era divertente e ho continuato a provarci». Con le prime competizioni internazionali l’incontro con gli amici dell’est. Lei li vedeva semplicemente come atleti. Alle Olimpiadi di Los Angeles ’84 andava in giro con la sua amica Judit. Vedevano questi ragazzi che la salutavano pensando «Ma siamo così famose qui?». Non avevano capito che erano i volontari in servizio.

La Germania la liquida come una scarpa vecchia. Ai mondiali di Polonia nel 1989 arrivano due bronzi nelle gare individuali, ma Josefa non sente la fiducia del suo team. Intanto si trasferisce in Italia insieme a Guglielmo Guerrini, l’allenatore di pallavolo conosciuto a Praga l’anno precedente e originario di Santerno, il paese in cui vivono oggi vicino a Ravenna. Appena chiede il transfer, glielo concedono immediatamente. Pensavano di aver risolto un problema e il motivo c’è. Due campionesse dell’ex Germania est tesserate per farne delle eroine. Il cervello questa volta è in fuga dalla Germania e la motivazione per la quale sceglie di gareggiare per l’Italia è disarmante: «Guglielmo è la mia vita, la mia vita è qui, io sono parte dell’Italia». Semplice no? Specialmente se lo si rapporta a tutte le problematiche esistenti per accogliere degli stranieri comunitari o extracomunitari che siano nel nostro Paese. E lei, dal 1990, ripaga l’azzurro con tanto amore.

A Sydney nel 2000 sale sul podio con il figlio Yanek sulle spalle. Nel 1994 aveva disputato i mondiali in Messico incinta di lui di dieci settimane riuscendo a ottenere il terzo posto. «Ho avuto tanti sensi di colpa, quando ho ripreso gli allenamenti solo diciotto giorni dopo il parto – ricorda la Idem – Ero molto turbata. Ripensavo a mia madre, che era sempre a casa». Camper, figli e marito in giro per il mondo. Il villaggio olimpico non le piace perché la mantiene distante da loro. Anche a Londra ha scelto di stare in albergo così tra una pagaiata a e l’altra può riabbracciare la sua famiglia.

È dal 1996 che riceve premi alla carriera ma lei va avanti, perché? «Ero curiosa di scoprire i miei limiti, di vedere dove riuscivo ad arrivare. Anche perché alla mia età sei molto più attiva di quanto non si dica. Ma ho solo pensato che lo sport aveva ancora tante lezioni da propormi: per molti anni ho vinto e ho imparato, tante volte non ho vinto e ho imparato qualcos’altro. In realtà adesso non ho bisogno di nessun motivo per essere qui».

Dopo Londra pagaia al chiodo. Lo hanno detto sempre gli altri, mai lei. Rio de Janeiro, in fondo, è dietro l’angolo. Avrà finalmente il tempo di dedicarsi alla sua passione: raccontare storie di sport: «Poi mi darò alla scrittura». A Ravenna l’hanno voluta assessore allo sport dal 2001 al 2007. All’inizio pensava fosse solo per la sua immagine. Poi ha scoperto che la politica se fatta seriamente è durissima. Una vita trascorsa a comunicare. La sua associazione attiva progetti scuola che inviino Laureati in Scienze Motorie in aiuto a scuole materne, elementari; crea nelle scuole medie Società Sportive, sviluppa filosofie di avviamento allo sport con strutture che permettano di orientare i ragazzi al fine di trovare e perseguire il proprio talento e passione.

Josefa Idem parla correttamente tre lingue, è una preparata conversatrice ed è stata chiamata numerose volte alle convention aziendali per raccontare la propria esperienza e le motivazioni che sono alla base della sua carriera sportiva e della sua vita. È testimonial della lotta alla sclerosi multipla e va ovunque c’è bisogno di comunicare valori seri. Ma per lei la vecchiaia cos’è? «Una condizione alla quale aspiro».