Post SilvioMonti, ma cosa c’entra Grilli con la sua idea di paese?

Monti, ma cosa c’entra Grilli con la sua idea di paese?

In questi casi viene sempre facile dare tutte la colpa alla moglie. “Si vedeva che Lisa avrebbe potuto rovinarlo, si capiva troppo…”. Chi frequentava i coniugi Grilli, quando ancora erano tali, oggi non si risparmia la malizia. Ma il problema di Vittorio Grilli non può essere la ex moglie; le ragioni per cui la figura pubblica torna in discussione non stanno, ovviamente, in una che “faceva casini”, come dice Orsi, ad di Finmeccanica, al telefono con Ettore Gotti Tedeschi.

Chi segue la sua carriera da un po’ di anni, chi conosce i palazzi del ministero, i corridoi di Bankitalia, il reticolo di potere che si è costruito descrive invece un’altra scena. Una scena di rapporto stabile e facile col potere, a prescindere dagli eventuali benefici che possono godere gli affetti più vicini. Basta mettere in fila quanto emerso nei giorni scorsi dalle conversazioni con Ponzellini per capire che il nodo sta tutto in un’appartenenza al blocco del potere economico-politico italiano che, appunto, vive della zona grigia che fa da confine tra economia privata e politica. In quel mondo in cui è normale avere conversazioni che non provano reati, ma dimostrano aderenze tra un banchiere discusso (e per definizione, un controllato) e un civil servant che – se fosse salito ai vertici di Banca d’Italia – sarebbe diventato anche il diretto controllore.

Del resto, anche la sua carriera precedente e successiva all’arrivo di Mario Monti, sembra messa lì per ricordare a tutti, plasticamente, cosa sia un “uomo per tutte le stagioni”. Entra nella “cosa pubblica italiana” nel 1993, con il primo incarico presso il Tesoro nell’epoca in cui i governo di Ciampi e Amato traghettano un paese spaurito verso la seconda Repubblica. Sale di grado continuamente, per tutti gli anni a venire, e non si vedono vere interruzioni di percorso per lui, uomo di destra, sia che governi la sinistra sia che governi la destra. Grilli si vede poco, ma pesa sempre di più, fino all’apice raggiunto negli anni dell’ultimo governo Berlusconi, e nel momento in cui farla da padrone è Giulio Tremonti.

Sembrava insomma che in quel momento, questo milanese che però si muove come nel giardino di casa tra i corridoi romani, fosse arrivato al top. E invece no. È col governo dei tecnici che lui, tecnico che fa politica per eccellenza, arriva al culmine: prima viceministro, poi ministro dell’economia, nel pieno della crisi. Custode del rigore e della sobrietà montiana? Non proprio, e non per colpa della moglie.

Non ci sono solo le intercettazioni con Ponzellini che spuntano proprio adesso. C’è anche la sua capacità – “incredibile, in tempo di crisi e di austherity”, dice chi osserva i dossier da vicino – di trovare fondi pubblici e di spenderli, ripianando buchi di alcuni a spese di tutti. È stato il caso dell’ente autonomo Volturno, della spesa sanitaria delle regioni indebitate o dell’ultimo emolumento da un miliardo (è storia di ieri) arrivato alla Sicilia. Mentre tutti gli altri si arrabattano, dalle parti di Grilli si trovano risorse e si spende. 

Viene naturale – come ha ben fatto Tito Boeri ieri su Repubblica e a fronte di tutto quel che sappiamo della sua forza relazionale – vigilare su come gestirè le prossime importanti partite di rapporto tra Fondazioni bancarie e Cassa depositi e prestiti. Viene spontaneo anche, dopo aver letto le sue conversazioni, quali criteri governino queste spese e queste scelte tutte politiche.
Detto tutto questo, nell’ovvio rispetto di ogni principio di garanzia giuridica, alcune riflessioni all’esecutivo di Mario Monti si impongono. Cosa c’entra un vecchio navigatore di relazioni e corridoi romani con il rigore contabile e personale di Mario Monti? Perché Mario Monti, dopo aver segnato una discontinuità chiara col passato al momento della formazione del governo, lo ha promosso a ministro? E infine, perché Monti non si libera di un personaggio che, col passare delle settimane, si rivela via via più ingombrante e discutibile?

Non è, il nostro, accanimento nei confronti di una persona, ma obiezione politica a un metodo. Non c’è solo infatti il chiarimento parziale e non del tutto convincente sulle vicende (ri)emerse in questi giorni. C’è, più in generale, una questione di stile politico e di governo della burocrazia romana. E c’è la necessità che nei palazzi del potere entri aria fresca, uno stile nuovo e una trasparenza mai conosciuta lungo i decenni. Certe novità passano anche attraverso gesti simbolici forti. La fine della carriera politica di Vittorio Grilli sarebbe un segno importante, e solo Mario Monti può segnare questa via. Solo lui, uno che dà del tu a tanti poteri ma con un altro tono, crediamo, può prendersi la briga di chiedere che sia basta, senza gogne e senza ascoltare altre telefonate penalmente irrilevanti, ma ricordando che è bene che questo paese lasci certe pagine al passato. 

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