Pizza ConnectionBlue Call, le mani della ’ndrangheta sui call center

Blue Call, le mani della ’ndrangheta sui call center

«Dietro lo schermo di interventi di capitale fittizi, l’organizzazione riesce a mettere un piede dentro l’azienda. E a quel punto è la fine. Il virus è iniettato e l’impresa diventa uno zombie a disposizione delle esigenze e degli interessi della componente ‘ndranghetista».

Con queste parole il Giudice per le Indagini Preliminari di Milano, Giuseppe Gennari, chiosava uno dei capitoli riguardanti l’inchiesta di due anni e mezzo fa, ribattezzata “Tenacia”, sulla Perego Strade, una delle maggiori imprese lombarde finite in mano alla ’ndrangheta, e poi fallite, grazie a un audace commercialista pugliese e a un imprenditore prima sprovveduto e poi complice. Sono Andrea Pavone e Ivano Perego, oggi a processo a Milano per associazione di stampo mafioso. Per loro il pm Alessandra Dolci ha chiesto pene rispettivamente a 16 anni e 14 anni e sei mesi.

Quell’inchiesta, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano di Ilda Boccassini, e le parole del Gip Gennari sono la chiave per capire la vicenda della Blue Call srl. Azienda di Cernusco sul Naviglio che gestisce call center in tutto lo stivale, con una sede anche in Calabria, e con importanti commesse come quelle di Vodafone e Mediaset.

La Blue Call, impresa che nel 2010 ha chiuso l’esercizio con un fatturato di 13milioni di euro, e segnalata dagli operatori come azienda leader del settore. Per comprendere appieno la parabola di questa impresa fin dentro le mani della ‘ndrangheta occorre tornare, di nuovo, alle figure del commercialista dalle dubbie conoscenze e a quella dell’imprenditore prima sprovveduto e poi complice.

Titolare della Blue Call è Andrea Ruffino col socio Tommaso Veltri, i quali nel dicembre del 2011, su consiglio del commercialista Emilio Fratto, accettano l’ingresso di nuovi soci. Soci che sono però riconducibili al clan Bellocco di Rosarno, tra cui Carlo Antonio Longo, referente della cosca al nord e Umberto Bellocco, rampollo di famiglia, che finirà per prendere poi un regolare stipendio dalla Blue Call anche durante la latitanza, terminata a Roma lo scorso luglio.

Il commercialista, tra gli indagati, volendo liberarsi a sua volta di un affare con i Bellocco, propone loro di mettere un piede in azienda. Il contatto va a buon fine e Carlo Antonio Longo, ex titolare di una impresa edile, villa in Svizzera, uomo di mafia, ma anche abile broker si prende le quote che gli vengono proposte.

Cita Cuccia a memoria quando va a colloquio con Ruffino, che a un certo punto pensa di estromettere i calabresi dall’azienda. «Le azioni non si contano, ma si pesano, e le mie pesano di più!», esclama Longo citando il banchiere italiano più importante del ’900.

Una volta in azienda Umberto Bellocco, senza competenza alcuna, impone ruoli e assunzioni all’interno della Blue Call, che prova infatti a far uscire i calabresi dall’azienda, ma il tentativo non andrà a buon fine. Ruffino, come emerge anche da alcune intercettazioni è consapevole della caratura criminale dei nuovi interlocutori dell’impresa e prova così a scindere in due la Blue Call. Ma Longo ha anticipato la mossa, dopo aver richiesto due milioni di euro: ha creato una società schermo dove, dopo un pestaggio subito dallo stesso Longo, Ruffino verserà le intere quote societarie.

La scalata all’impresa di Ruffino e socio è rapidissima, e questione di «panza e di presenza», dice lo stesso Longo intercettato. Presenza che inizialmente arriva al 30% delle quote societarie, ma che poi – riassumono gli investigatori – vanno «cercando di acquisirne il controllo con metodologie che facevano leva solo sul potere di intimidazione derivante dalla loro appartenenza alla ‘ndrangheta».
Una questione di “panza e di presenza” dove ovviamente un soggetto incensurato viene introdotto per dare un aspetto pulito alla scalata. Soggetto che è finito questa mattina in manette. Si tratta di Michelangelo Belcastro, residente in provincia di Como, che, secondo quanto emerso dalle indaggini delle DDA di Milano e Reggio Calabria, e’ stato uno dei protagonisti dell’incontro fissato tra Umberto Bellocco, il commercialista Emilio Fratto e Carlo Antonio Longo sulle trattative per infiltrarsi nella societa’. Come soggetto incensurato, avrebbe avuto il placet di Bellocco nella nomina ad amministratore unico il 27 dicembre 2010.

Così, dal gennaio 2011, Umberto Bellocco e soci iniziano a fare le loro apparizioni nelle sedi della Blue Call di Cernusco sul Naviglio (Milano) e Rende (Cosenza). Una presenza che consente anche di difendere l’azienda, secondo i soci, dagli appetiti criminali di altri gruppi che avevano manifestato interesse per la Blue Call in questi ultimi anni.

È infatti curioso come, cercando il nome della Blue Call sui motori di ricerca, si incappi in più di un commento di lavoratori ed ex lavoratori dell’azienda, in particolare della sede di Rende, che reclamano di non ricevere più lo stipendio da mesi. Già nel 2009. In più c’è un dipendente della Blue Call di Rende che racconta «poco tempo fa è stato avvisato da un’anonimo l’ispettorato del lavoro. Quando sono venuti il signor amministratore con un responsabile si sono messi alla porta dove venivano diciamo “interrogati” i dipendenti e prima che questi ultimi entrassero nella stanza, dicevano di comunicare che i pagamenti venivano effettuati, anche se in ritardo, ma che tutto sommato era tutto a posto! Ovviamente – prosegue l’ex dipendente della Blue Call presso la sede di Rende – hanno fatto “interrogare” solo i dipendenti che loro potevano ricattare e il restante era all’oscuro di tutto ciò». Strano per un’impresa che nel 2010 fatturava 13milioni di euro.

L’indagine, partita nel 2010 ha portato all’arresto di 23 persone tra Calabria, Lombardia e Svizzera, con un sequestro complessivo di beni per 10 milioni di euro eseguito dalla Guardia di Finanza, in esecuzione dell’ordinanza firmata ancora una volta dallo stesso Gip Giuseppe Gennari, che autorizzò l’arresto del titolare della Perego Strade due anni e mezzo fa. E anche questa volta, «la infiltrazione – scrive Gennari – è in qualche modo gradita, in quanto i soci espressione della ‘ndrangheta assicurano protezione e difesa all’azienda da attacchi esterni provenienti da altru gruppi criminali. Questa è l’incredibile logica che porta l’imprenditore ad aprire le porte alla mafia». Un episodio quello della Blue Call, sicuramente non isolato che, chiude Gennari nell’ordinanza «forse dovrebbe far riflettere di più le associazioni industriali su che cosa sia necessario fare».

Twitter: @lucarinaldi

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