Il colpo di coda della riforma Gelmini: statuti in ritardo e battaglia per i rettorati

Il colpo di coda della riforma Gelmini: statuti in ritardo e battaglia per i rettorati

L’ultima parte dell’iter applicativo della legge Gelmini sulla riforma di scuola e università è accidentata come e più delle precedenti. Entro fine anno le università italiane dovranno mettere in pari e consegnare i nuovi statuti. Così ha stabilito la riforma del 2010, che prevede maggiore rappresentanza degli studenti in molti consigli di amministrazione, l’accorpamento dei dipartimenti e la realizzazione di una struttura più agile. Ancora otto università devono consegnare i nuovi regolamenti al ministero. Alcune di queste lo hanno fatto da poco, come Roma La Sapienza, e attendono la risposta dal ministero, che dovrà pronunciarsi sull’idoneità. Arrivate le approvazioni inizierà il toto rettori, perché le università italiane dovranno procedere alla nuova elezione, con una base allargata.

Secondo l’ex ministro Gelmini il nuovo sistema di voto dovrebbe garantire più democrazia. Secondo gli studenti in molti casi no. Ad esempio, a Torino, dove gli stessi universitari hanno fatto in modo di bloccare il processo di approvazione dello statuto, che ancora oggi non è stato consegnato. A giudizio degli studenti torinesi, infatti, la bozza presentata limitava i loro spazi di rappresentanza. Difficoltà simili si sono avute anche a Bari e Padova. Alla Sapienza, come detto, il nuovo statuto è stato da poco consegnato al ministero dell’Università e della ricerca ed è attualmente al vaglio, in attesa di essere pubblicato. La nuova legge, approvata nel 2010, prevede la costituzione di un nuovo senato accademico «su base elettiva, in un numero di membri proporzionato alle dimensioni dell’ateneo e non superiore a 35 unità, compresi il rettore e una rappresentanza elettiva degli studenti; composizione per almeno due terzi con docenti di ruolo, almeno un terzo dei quali direttori di dipartimento, eletti in modo da rispettare le diverse aree scientifico-disciplinari dell’ateneo».

Uno statuto era stato presentato prima della riforma, ma era stato rifiutato dal momento che era stato ravvisato un eccesso di poteri nelle mani del rettore. «Gli studenti – spiega Clara Mascia rappresentante del sindacato universitario Link – hanno più volte denunciato che le elezioni non si tengono da più di quattro anni e che le rappresentanze degli organi centrali rimangono ancora in carica quando questi sono decaduti». Non è la prima volta che il rettore dell’università romana viene contestato dagli studenti, in passato il suo operato era stato oggetto di polemiche per l’assunzione del figlio. Allora Luigi Frati era stato accusato per un serie di assunzioni frettolose, proprio in relazione al fatto che con il passaggio della riforma Gelmini non sarebbe stato facile. Si parlò addirittura di parentopoli. Con il nuovo corso, voluto dall’ex ministro del governo Berlusconi, i posti a disposizione dovrebbero infatti essere meno. La priorità della riforma, infatti, è soprattutto la riduzione dei costi, ma questo ha limitato, a dire degli studenti, la possibilità di essere rappresentati, in modo particolare in atenei, come quello piemontese, dove da sempre c’è una forte rappresentanza di universitari.

A Torino gli studenti hanno bloccato il percorso perché in disaccordo con le modalità con cui venivano votati gli statuti il concetto contro cui andavano era la restrizione degli spazi di rappresentanza. La nuova legge, che sarà in vigore a tutti gli effetti a partire da questo nuovo anno accademico, prevede una «composizione del consiglio di amministrazione nel numero massimo di undici componenti, inclusi il rettore, componente di diritto, ed una rappresentanza elettiva degli studenti». Oggi gli studenti possono entrare in tutti i consigli di amministrazione, ma con il numero ridotto, dove già avevano un peso, lo vedono ridimensionato. A far storcere il naso agli studenti torinesi è stata anche l’idea di aprire i consigli agli esterni che non abbiamo ricoperto ruoli negli anni precedenti. Il timore più diffuso in questi casi è quello di un’ingerenza nelle scelte didattiche. A distanza di due anni la riforma Gelmini continua a far discutere, alla luce del fatto che a un anno dalla scadenza della consegna degli statuti ci sono ancora una manciata di atenei in ritardo. Non hanno consegnato i nuovi statuti nemmeno Teramo, Napoli Federico II, Roma Guglielmo Marconi, Alghero, Palermo e l’istituto di Scienze Umane di Firenze.

A Napoli ci sono stati vari momenti di confronto. Il punto sul quale ci sarebbero state le maggiori divisioni sarebbe la divisione dei dipartimenti. La riforma prevede infatti, «la riorganizzazione dei dipartimenti assicurando che a ciascuno di essi afferisca un numero di professori, ricercatori di ruolo e ricercatori a tempo determinato non inferiore a trentacinque, ovvero quaranta nelle università con un numero di professori, ricercatori di ruolo e a tempo determinato superiore a mille unità, afferenti a settori scientifico-disciplinari omogenei». È previsto inoltre che più dipartimenti vengano accorpati e in questo caso sono scaturite vere e proprie discussioni tra i docenti e il presidi di facoltà. La partita infatti da gennaio in poi per gran parte degli atenei italiani si disputerà sull’elezione dei rettori.