Fare utili in piena crisi dell’editoria? Grafica Veneta riesce

Fare utili in piena crisi dell’editoria? Grafica Veneta riesce

TREBASELEGHE (PD) – Da imprenditore ha avuto l’idea giusta. Da politico ci sta lavorando alacremente. Fabio Franceschi è il titolare di Grafica Veneta, e fa lo stampatore. Per la precisione un milione di libri al giorno, tra cui l’instant book elettorale di Barack Obama, Harry Potter e le ricette di Benedetta Parodi. Le rotative non si fermano mai, 24 ore al giorno sette giorni la settimana: «In un mese realizziamo i libri che il mercato italiano consuma in nove», spiega. E in un giorno è in grado di spedire 10mila copie ovunque nel mondo. È un vero democristiano, anche se non lo ammetterà mai. Una bronsa coerta (una “brace coperta”) si direbbe in dialetto: una ne fa, cento ne pensa. E infatti è amico di Gaetano Quaglieriello – ha portato a Nordest la sua Fondazione Magna Charta – e di Luca Cordero di Montezemolo, a cui lo accomuna la passione per le Ferrari, di Giancarlo Giorgetti e di Maurizio Sacconi, che qui in zona è ancora potente, e dà del tu al ministro Vittorio Grilli.

Sulla sua discesa in campo è possibilista: «La volontà ci può anche essere, non nascondo che sono tentato, ma prima voglio vedere la nuova legge elettorale», dice a Linkiesta, ma rifiuta il paragone con Illy e Panto. Nonostante la corte di Montezemolo prima, e di Sacconi poi, non ha intenzione di candidarsi come parlamentare, perché come ha avuto modo di specificare «a Roma ci vado con il mio elicottero quando voglio». La sua tipografia, che ha rilevato nel 2002 da uno zio sull’orlo del fallimento e in un decennio l’ha trasformata in uno dei leader europei del settore, emerge come una cattedrale a margine di una delle anonime rotonde che, per la gioia degli automobilisti, costellano con naturale regolarità la Statale 44, tra Padova e Treviso.

A Trebaseleghe lo tirano per la giacchetta un po’ tutti, e lui non si sottrae. Il sindaco Lorenzo Zanon (Pdl) ha delle ottime ragioni per difenderlo a spada tratta. Ad esempio, la scorsa settimana ha ricevuto 1,5 milioni di euro per la realizzazione della nuova sala consiliare di Casa Pattaro, sede del Comune. Certo, si tratta della prima tranche dei 3,6 milioni che Franceschi deve alle casse comunali per l’ampliamento degli stabilimenti, ma sono soldi cash, non tributi congelati dal Patto di Stabilità. Un meccanismo – Grafica Veneta si espande, e invece di pagare le autorizzazioni al Comune investe in opere pubbliche – che va avanti con successo dal 2004. Tanto che, come ha detto Zanon al Mattino di Padova, «contiamo di avviare altre importanti opere, dalla sistemazione del parco Draganziolo alla pista ciclabile tra Fossalta e Trebaseleghe, fino alle rotatorie di Sant’Ambrogio». Grafica Veneta è pure green: non ha emissioni e fornisce energia pulita sia al Comune che ad alcune famiglie dei suoi dipendenti, grazie ai 50mila metri quadri di pannelli solari – investimento da 50 milioni di euro che risale al 2007 – posati sul tetto dello stabilimento. Le rinnovabili sono un pallino di Franceschi: recentemente ha creato una società ad hoc, sempre nel perimetro di Grafica Veneta, per investire nell’eolico a Deliceto, provincia di Foggia, dove entro gennaio le pale diventeranno da sei a una decina. 

Fabio Franceschi

Come a tanti imprenditori di queste parti, la Romania gli ha portato fortuna. La svolta arriva quando l’Adevarul, tra le testate più diffuse nel Paese, gli affida i “collaterali”, le collane vendute in edicola in abbinamento al quotidiano. La corsa è proseguita con il maghetto della Rowling – tanti a Trebaseleghe ricordano lo spiegamento di guardie armate fino ai denti fuori dallo stabilimento per evitare fughe di bozze – l’enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI, e più recentemente, la trilogia di Stieg Larsson e Cinquanta sfumature di grigio, fino ai grandi appalti con il New York Times, El Pais e la Pravda. Dal 2009 all’anno scorso ha fatturato rispettivamente 49,7, 57,3 e 51,7 milioni di euro, con utili pari a 6,1, 8 e 2,5 milioni di euro, indebitamento pari a 11 milioni di euro, flussi di cassa di 3,6 milioni e una marginalità intorno al 20% (tranne l’anno scorso, in cui si è “fermata” al 13% per via di svalutazioni di magazzino, ndr). Così mentre l’editoria italiana lascia sul terreno il 25% l’anno, Grafica Veneta macina utili e occupa circa 250 persone. Chi ci lavora osserva che, nonostante l’elevato turnover, Franceschi ha saputo creare una governance composta da persone fidate cresciute in azienda, anche se lui è sempre in giro per il mondo.

Una rotativa nello stabilimento di Trebaseleghe (PD)

Tutto sta nell’innovazione di processo: «Nel 2007 abbiamo cominciato a vedere un mercato che stava implodendo, abbiamo quindi deciso di porci in modo diverso: il prodotto lo possono fare tutti, bisognava intervenire sul processo, quindi abbiamo messo al centro della nostra strategia i servizi con aggressività, cultura e organizzazione», racconta a Linkiesta. «Il 2012 sta andando bene, puntiamo a chiudere a +12%, stiamo tenendo botta e ritorneremo alla marginalità del 2010», prosegue Franceschi, che osserva: «l’anno scorso abbiamo fatto pulizia guardando già al 2015 e al 2016. L’operazione New York Times ci serviva per fare scalpore, così come quella di Obama, ma l’obiettivo è focalizzarci di più sull’Europa».

Rotativa per la rilegatura

A Grafica Veneta produrre un libro costa mediamente un euro, e lo rivende all’editore a un euro e trenta. Margini che allontanano, almeno per ora, la paura della diffusione massiccia degli ebook. Anche perché, dal Brasile alla Russia – dove il fatturato è passato da 3,6 a 9 milioni di euro in un anno, i collaterali vanno ancora forte. L’unico neo del bilancio, quei 545mila euro di svalutazioni sulle azioni di Mps, banca di riferimento tramite la controllata Antonveneta. Tanto che i mutui, 5 milioni complessivi, sono quasi tutti sottoscritti con l’istituto di cui Enrico Marchi era vicepresidente fino allo scorso maggio. «Con l’aumento di capitale abbiamo preso parecchie azioni di Mps, siamo entrati a 50 e oggi vale 20 centesimi, è la nostra banca di riferimento e per tenerla buona ogni tanto ci tocca comprare qualche azione», commenta sornione Franceschi. 

Archiviata l’ipotesi Ipo, lanciata quest’estate dal salotto buono di Cortina Incontra – «se lo faremo non sarà in Italia, è un mercato troppo isterico. Prendiamo Mondadori, sette anni fa capitalizzava 4 miliardi e oggi 250 milioni», confessa oggi – Grafica Veneta punta alle acquisizioni. O una controllata di un grande gruppo editoriale quotato, basato a Londra, o un’azienda di dimensioni simili in Francia. «Con gli inglesi stiamo scalpitando per chiudere, ma non riusciamo a sfociare in niente di positivo perché hanno un sistema pensionistico integrato in azienda, quindi ci sono molti dettagli da definire», ammette Franceschi, che spiega: «L’altra società che guardiamo è basata a Parigi, la scorsa settimana abbiamo fatto la due diligence, ma siamo realisti e non vogliamo indebitarci, perciò acquisiremo una delle due». 

Altre rotative

Se gli obiettivi per l’azienda sono chiari, lo sono molto meno quelli per il Paese. Di recente Franceschi è uscito polemicamente da Confindustria Veneto, dove ricopriva l’incarico delegato all’innovazione, perché «non volevo sentire le filippiche di quattro artigiani che sono lì solo per essere visibili e dire tutto e il contrario di tutto sfruttando la poca memoria della gente», ma rimasto in Confindustria Lombardia, dove «c’è una cultura diversa e i presidenti rappresentano davvero la categoria». Lo scorso 6 settembre sono partite le lezioni di politica per una cinquantina di giovani “diversamente grillini” – tra cui i suoi due figli – organizzate dall’Associazione Magna Charta Nordest, con relatori d’eccezione tra cui Alessandro Profumo, Vittorio Grilli, il vescovo di Trieste Monsignor Crepaldi e Attilio Befera. All’inaugurazione era presente il gotha dell’imprenditoria nordestina: Beraldo di Coin, Riccardo Donadon di H-Farm e il banchiere padovano di Mediolanum Ennio Doris: «Mi hanno supportato solo moralmente, non finanziariamente», precisa Franceschi. Che ha fatto tutto da solo, convinto che «il rilancio del Paese parte dai giovani, ai quali bisogna dare una dote a livello oranizzativo e un bagaglio culturale sufficiente per farli entrare nel mondo della politica in modo sano e onesto». 

Secondo gli spifferi, pare che l’impegno politico derivi da una cena con alcuni imprenditori a casa sua, alla presenza di Montezemolo – ma lui nega: «Abbiamo soltanto fatto un viaggio in macchina» – che ha suscitato prima l’interesse di Alfano, in cerca di sponsor, e poi di Sacconi. Franceschi però osserva che l’amicizia con l’ex ministro del Welfare «è recente, l’ho conosciuto un anno fa quando abbiamo stampato il suo libro». La sua ipotetica agenda politica verte su quattro punti: lotta all’evasione fiscale – «sono 120mila miliardi, bisogna fare qualcosa, non mi piace la lotta contro Equitalia, che anche a me ogni tanto rompe le balle» – controllo sui costi delle opere pubbliche tramite «un’authority che lavori sotto mandato dell’Agenzia delle entrate, composta da massimo dieci persone», e lotta al riciclaggio di denaro sporco.

L’idea più originale, tuttavia, riguarda il taglio dei dipendenti pubblici: «Abbiamo quasi 5 milioni di dipendenti pubblici, dobbiamo ridurli di almeno 2 milioni. La soluzione ideale contempla un percorso d’esodo che prevede l’assunzione di dipendenti pubblici alle aziende private, pagati dallo Stato per i primi tre anni, e poi assunti a tempo indeterminato dagli imprenditori, con i contributi pagati ancora dallo Stato per i due anni rimanenti». «In questo modo», prosegue Franceschi, «si trasformano i dipendenti da un centro di costo a uno di ricavo». Lo Stato riduce i costi del 30%, e guadagnerà dalle maggiori entrate sull’incremento del fatturato che i nuovi dipendenti svilupperanno. Difficile dire se l’ipotesi, il cui padre sembra sia l’attuale assessore regionale all’Agricoltura, Franco Manzato (Lega) possa funzionare in tempi di crisi. Franceschi è però ottimista: «Gli ex dipendenti pubblici che ho assunto sono i migliori dell’azienda, non è colpa loro se la Pa non funziona. Come dice il proverbio, il pesce puzza dalla testa. Bisogna partire dalla politica». La campagna elettorale è già cominciata.

antonio.vanuzzo@linkiesta.it

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