“Prigionieri del silenzio”, sono i 3mila italiani detenuti all’estero

“Prigionieri del silenzio”, sono i 3mila italiani detenuti all’estero

Sono 2905 in tutto. Il dato del ministero degli interni è aggiornato al 2011. Si tratta degli italiani detenuti all’estero. “Prigionieri del silenzio” così sono stati ribattezzati dai familiari che si sono costituiti in associazione. Il silenzio sulla maggior parte delle loro situazioni è caduto dopo una piccola eco mediatica, che ha toccato pochi casi.

Il paese che ha il più alto numero di detenuti italiani è la Germania, con 1400 persone, ma tutt’attorno ci sono varie realtà dove spesso i nostri connazionali non godono nemmeno dei più elementari diritti umani. In alcuni casi non godono nemmeno di un equo processo. Molti dubbi li solleva ancora il caso di Carlo Parlanti, che ha già scontato la sua pena, ma che è stato condannato negli Usa per aver stuprato una donna, avendo in corpo quattro bottiglie di vino.

Ma per un caso che finisce in televisione, ce ne sono centinaia, che rimangono nell’ombra. “Mio fratello – racconta una ragazza – è stato arrestato un anno e mezzo fa in Venezuela con 200 grammi di droga nella pancia, circa due ovuli. È detenuto in un carcere a Caracas, dove è ormai diventato tossicodipendente. È stato condannato a 12 anni e avevamo quasi ottenuto il beneficio che consentiva il trasferimento in una clinica di recupero. Ma hanno cambiato la legge. Lo si può avere soltanto se la pena è inferiore agli otto anni». La disavventura è continuata quando la famiglia ha scucito 10 mila euro per un avvocato sul posto, che non solo non ha fatto nulla, ma se oggi gli si richiedono i soldi vanamente spesi, minaccia lo stesso detenuto. «Addirittura ha avuto dei problemi, anche una famiglia che si è resa disponibile a darci una mano. Ci teniamo a dire a chiunque vada all’estero di stare molto attenti, perchè quella che può sembrare una leggerezza, può trasformarsi nell’inizio di una tragedia. Spesso molte cose i nostri ragazzi non le sanno e si trovano in grossi guai».

Per molte famiglie italiane, infatti, con un arresto in terra straniera, inizia un vero e proprio inferno. «In India – racconta Katia Anedda, presidente dell’associazione Prigionieri del Silenzio – basta presentarsi all’imbarco con un visto turistico scaduto e si rischia la galera». E i politici italiani che fanno. «In alcuni – casi spiega – ci sono uomini politici che si sono attivati, ma spesso ci si imbatte contro un muro di indifferenza». O appunto di silenzio.

Una di queste famiglie è stata recentemente oggetto di un’interrogazione parlamentare da parte del senatore Salvo Fleres. Riguarda i cittadini italiani Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni che sono stati accusati dalla magistratura indiana, il 7 febbraio 2010, del reato di omicidio di Francesco Montis (deceduto il 4 febbraio) e sono stati arrestati senza avere il supporto, come previsto dalle convenzioni internazionali, di un traduttore giurato.

«Proprio per occuparci di questi casi – spiega Katia Anedda – abbiamo aperto la nostra associazione. Tra i vari obiettivi, Prigionieri del Silenzio si prefigge di fare proposte agli enti governativi e suggerimenti su come dare il corretto supporto alle famiglie residenti in Italia che vivono il problema della detenzione oltre confine. Uno dei grossi problemi che le famiglie si ritrovano ad affrontare sono i costi elevati dell’assistenza al familiare recluso all’estero, mantenimento e spese legali».

Avere un familiare detenuto all’estero significa spendere innanzittutto per i viaggi, ma poi anche per le spese legali da sostenere sul posto, alle quali si aggiungono eventuali perizie, che sono quasi sempre a carico delle vittime. Senza dimenticare che spesso queste spese si rivelano purtroppo tragicamente vane. Come nel caso di Simone Renda, che è deceduto in condizioni misteriose in un carcere messicano.

In questi casi la cosa peggiore è l’ansia di non poter rivedere il proprio congiunto e di saperlo lontano da casa, alcuni anche per un decennio, come Francesco Stanzione, che è stato arrestato in Grecia nel 2001 e non ha ancora fatto ritorno. Sono solo alcuni dei molti casi di italiani detenuti all’estero, quelli che sono stati qui elencati, ma corrispondono alla punta dell’iceberg di una realtà molto più ampia, ma che purtroppo non sempre riceve la giusta eco mediatica. Spesso emerge anche un immagine di un paese come l’Italia che tende a far valere poco i propri diritti all’estero. A lungo la stessa Katia Anedda ha polemizzato per il differente trattamento riservato dall’Italia ad Amanda Kmox, rispetto a quello per Carlo Parlanti.

«L’importante – spiega – per la nostra associazione è quello di far capire a quanti si trovano ad aver a che fare con la giustizia di un paese straniero, che c’è un gruppo di persone che può fornire loro non soltanto assistenza legale e giuridica, ma anche solidarietà. In alcuni momenti per una famiglia è la cosa più importante. Questo è uno dei nostri obiettivi far capire che quando ci si trova in certe situazioni non si è soli».
 

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