Cosa sarebbe Enel senza Green Power?

I costi dell'energia

«Il cavallo non beve», diceva un anno fa Giovanni Bazoli a proposito della stretta al credito, rovesciando la prospettiva: sono le imprese a non chiedere, non le banche a non prestare. Un ragionamento che vale anche per l’energia, almeno a giudicare dai conti 2012 di Enel. Italia e Spagna, i principali mercati per l’ex monopolista, sono in recessione. Non solo: in entrambi il governo ha alzato le tasse sulle utilities per fare cassa. Eppure, in casa Enel c’è un buon motivo per sorridere: la controllata Enel Green Power, dedicata alle rinnovabili, macina utili e porta in dote un centinaio di milioni di dividendi l’anno. Puntando sia sui mercati esteri che rafforzando il proprio posizionamento in Italia.

Nell’attesa quali linee guida di politica industriale avrà il nuovo governo – ma la volontà di aumentare il peso delle rinnovabili è bipartisan, almeno a parole – secondo alcuni rumors di mercato sembra che il gruppo amministrato da Francesco Starace abbia interloquito con la società di consulenza Bain per capire come mettere a disposizione il proprio know how per rendere più efficienti le previsioni sui cosiddetti “sbilanciamenti”, cioè gli scostamenti tra l’energia prevista e quella effettivamente immessa in rete da fonti di energia rinnovabile non programmabili, come i piccoli parchi fotovoltaici o i pannelli installati sui tetti dei capannoni delle imprese. Contattata da Linkiesta, Enel Green Power non ha confermato né smentito.

La delibera 281/2012/R/efr dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas prevede l’introduzione di penali in caso di scostamenti significativi nella generazione di energia green da piccoli impianti, i quali devono segnalare al Gse (l’operatore nato da una costola di Terna che si occupa di ritirare e collocare sul mercato elettrico l’energia prodotta dagli impianti incentivati, oltre a certificare la provenienza da fonti rinnovabili dell’energia elettrica immessa in rete) la loro produzione con il più alto grado di precisione possibile. Lo scopo, come si legge nel testo del provvedimento, è evitare che i costi derivanti dalla mancata programmazione vadano a gravare in una bolletta che già finanzia incentivi e conti energia. Un costo non da poco: secondo uno studio della Confartigianato, lo spread tra Italia ed Europa sul prezzo dell’energia è del 31 per cento. 

I risultati di Enel in Italia mostrano la difficoltà del periodo: se la marginalità sulla rete rimane sostanzialmente stabile e porta in dote 4 miliardi, è quella della Divisione generazione & energy management – che si occupa di produzione, vendita e trading – a crollare del 42,5%, da 2,2 a 1,2 miliardi di euro. Al contrario della Divisione mercato, che gestisce la clientela retail, i cui margini sono in aumento a 689 milioni di euro (+22,8%).

Sebbene Enel abbia chiuso l’anno con ricavi in crescita del 6,8% a quota 85 miliardi di euro, il margine lordo è sceso a 16,7 miliardi (-4,9% sul 2011), e l’utile si è fermato a 865 milioni di euro (rispetto ai 4,1 miliardi del 2011, -79%). Una debacle che comunque non compromette la distribuzione di un utile di 15 centesimi per azione. Sull’avviamento relativo a Endesa, aquistata nel 2007, il management ha invece deliberato una maxi svalutazione da 2,58 miliardi. Cala anche il debito, che passa da 44,6 a 42,9 miliardi, onere che comunque costa alla società guidata da Fulvio Conti 2 miliardi l’anno soltanto a servizio degli interessi – in media sono del 4,8 per cento – oltre all’ansia per un declassamento da parte delle agenzie di rating. 

In questo quadro, il piano industriale al 2017 è di aumentare dal 40 al 45% le quote di mercato in America Latina ed Est Europa. L’ex monopolista ha rivisto al ribasso le previsioni di crescita della domanda e del Pil di Spagna e Italia mentre ha rialzato soltanto quelle di Russia, rimanendo invece prudente su Slovacchia e Sudamerica. Gli obiettivi prevedono un progressivo aumento del margine lordo a 18 miliardi al 2017, un utile ordinario tra i 4 e i 5 miliardi e una riduzione dell’indebitamento di 5 miliardi a quota 37 miliardi di euro e un payout (la percentuale dell’utile destinata ai dividendi, ndr) del 40 per cento, oltre a cessioni per 6 miliardi, soprattutto in Est Europa, e l’emissione di strumenti ibridi per altri 5 miliardi. E a un piano di 3.500 esuberi.

Come detto, la musica cambia guardando Enel Green Power:  il margine lordo in un anno è salito da 1,58 a 1,68 miliardi (+6,1%), con una crescita trainata da Italia (da 871 a 974 milioni), Sud (da 408 a 497 milioni) e Nord America (da 91 a 197 milioni). Il fatturato è salito in dodici mesi del 14,6% a quota 2,68 miliardi, mentre l’utile netto dell’1,2%, da 408 a 413 milioni. Buoni risultati nonostante la crescita del debito a quota 4,6 miliardi (+13,2%): ciò che conta, per la controllante Enel come per gli azionisti, è il dividendo di 2,59 euro per azione, che equivale a poco meno di 130 milioni di euro (un payout del 30%). La società è molto attiva sui mercati esteri: negli ultimi mesi ha siglato accordi in Costa Rica, Cile, Messico, Brasile e Romania, oltre a concordare un finanziamento ventennale da 160 milioni con la Bei per sviluppare ulteriormente il business domestico, a prescindere dalla rimodulazione degli incentivi prevista dal piano energetico dell’ex ministro Passera.