Moneta locale e zero sindacati: l’industria a 5 stelle

Che ne pensa Grillo dell’industria

Gli operai Fiat di Melfi sono in cassa integrazione. Idem all’Ilva di Taranto. La terza banca italiana, Mps, è stata nazionalizzata. Finmeccanica è sotto inchiesta. Alitalia è in perdita. La Cassa depositi e prestiti, che impiega il risparmio postale degli italiani, non ha un mandato chiaro. L’Enel ha un debito miliardario. Telecom una rete in rame obsoleta. Sono tanti e impegnativi i dossier sui tavoli del ministero dell’Economia e dello Sviluppo Economico, sui quali il MoVimento 5 Stelle sarà chiamato a dire la sua. In un Paese dove non c’è mai stato un disegno coerente di politica industriale, qual è l’idea di Italia produttiva che hanno i grillini, e come pensano di orientare di conseguenza la spesa pubblica di un Paese con 2mila miliardi di euro di debiti da onorare?

È proprio dal Pil che parte Mauro Gallegati, già collaboratore del Nobel Joseph Stiglitz al Mit di Boston, docente di Economia politica all’Università delle Marche e ascoltato consigliere di Beppe Grillo. Precisando di parlare «a titolo personale e non del movimento», l’economista spiega a Linkiesta: «Anche l’Istat (che il prossimo 11 marzo presenterà un rapporto sul Bes, il benessere equo e sostenibile, ndr) si è accorta che il Pil è un’indicatore che non basta più. Bisogna tenere conto anche dei risvolti sociali e ambientali». Le letture critiche sull’inadeguatezza del Pil come indicatore di sviluppo, presenti nel dibattito da decenni, si sono moltiplicate dopo il 15 settembre 2008, quando è fallita Lehman Brothers.

L’economista Federico Caffè, il cui ex allievo più famoso è l’attuale presidente della Bce, Mario Draghi, sosteneva nel 1976, nel volume “Un’economia in ritardo”, sosteneva che, nel rispetto della centralità del mercato, l’obiettivo della politica economica di uno Stato è la felicità dei cittadini: «Si tratta di una costatazione originata dalla persistenza evidente, nell’ambito delle strutture finanziario-borsistiche, di un capitalismo aggressivo e violento, che non sembra avere nulla in comune con lo “spirito di responsabilità pubblica” rilevabile come componente di una moderna strategia oligopolistica nell’ambito dell’attività produttiva industriale». 

Definito l’obiettivo, sono due gli strumenti che Gallegati propone per realizzarlo: industria «a basso consumo energetico», attraverso investimenti «in ricerca e sviluppo su prodotti che siano energy reshaping», cioè che sbilancino a favore delle rinnovabili il mix energetico, e con gli strumenti di pagamento dei crediti commerciali alternativi alla moneta. «In Svizzera», dice Gallegati, «esistono da anni le banche che regolano i crediti commerciali con una sorta di sostituto della moneta locale o nazionale, il wir». Una proposta che sarà presentata «a mio nome tra quattro o cinque giorni», preannuncia l’economista. Il quale confessa di essere d’accordo, su questo fronte, con la proposta made in Lega Nord – e discussa lo scorso dicembre al Pirellone – di lanciare il lumbard, conio parallelo all’euro per trattenere il 75% delle risorse in Lombardia, come vuole il mantra del neopresidente della Regione, Roberto Maroni. 

Un’ipotesi di futuro che si finanzia da un lato con il recupero del gettito sottratto allo Stato dall’evasione fiscale e dall’altro con la lotta alla corruzione, taglio delle spese per il funzionamento della politica, e taglio delle spese militari, fronte sul quale «sembra assolutamente condivisibile la proposta degli economisti che ruotano attorno a Sbilanciamoci». Gallegati non fornisce cifre, ma è realista: «È ovvio che investire in ricerca e sviluppo nell’università come nell’impresa è un problema per un Paese indebitato, perché presenta costi immediati e rendimento a lungo termine, ma non abbiamo altra scelta, è inutile puntare sul bianco o altri settori dove i Paesi emergenti sono più competitivi di noi». Per questo, osserva l’esperto ascoltato dal comico genovese, «è necessario promuovere la concorrenza attaccando le corporazioni. Un esempio? Le spese di registrazione degli immobili corrisposte ai notai». 

Sugli interventi da realizzare nell’immediato, invece, in cima alla lista Gallegati mette «l’infrastruttura per la banda larga». D’altronde, uno dei punti identitari del M5S è proprio il web gratuito per tutti. Se ogni ragionamento sulla cessione della rete in rame di Telecom alla Cdp è al momento congelato, all’ex monopolista il M5S dedica un punto del suo programma: «impedire l’acquisto prevalente a debito di una società (Telecom Italia)». Nella storia è rimasto l’intervento del comico con il lutto al braccio a margine dell’assemblea degli azionisti dell’aprile 2010, in cui Grillo, nell’orazione funebre, urlò: «Telecom è stata disintegrata dalla politica. Era la più grande società tecnologica italiana ma diventa sempre più piccola e marginale. E i soldi sono finiti in stock option, in dividendi per i soci del salotto buono che hanno spolpato l’azienda». Più chiaro di così.

Sulle relazioni industriali invece – ammette il docente – l’uscita di Grillo «aboliamo i sindacati» per avere «uno Stato con le palle» e per «dare le aziende a chi lavora» non è stata per nulla felice. «In realtà, dietro a quella battuta, c’è un ragionamento portato avanti da un economista del Mit, Martin Weitzman (ora ad Harvard, ndr): i lavoratori dovrebbero partecipare ai successi e agli insuccessi dell’impresa come suoi azionisti in compartecipazione con gli imprenditori. È chiaro che se un lavoratore è proprietario dell’impresa non ha bisogno di farsi rappresentare da nessun altro». Un modello che va dunque oltre la cogestione alla tedesca – la Mitbestimmung è stata introdotta nel lontano 1951 – cioè la partecipazione dei lavoratori alla strategia e ai risultati delle società.

La materia, in Italia, è stata oggetto di una delega al governo per definire la democrazia d’impresa approvata con la legge Fornero approvata lo scorso giugno. «Sindacati e partiti, tutti vogliono una poltrona in cda», aveva detto al Fatto Quotidiano la scorsa estate l’ex numero uno di Finmeccanica, Pierfrancesco Guarguaglini. Ma ora i sindacati sarebbero pronti a trasformarsi in una marea di azionisti di minoranza del colosso di via Monte Grappa?