Il sogno turco di potenza è finito con il caos in Siria

A traballare è il connubio fra islam e democrazia laica

La Siria ha emanato un “travel warn” sulla Turchia; ovvero le autorità siriane sconsigliano ai propri cittadini di viaggiare verso le località turche in quanto sarebbero diventate “troppo pericolose”. Uno di quei tanti eventi surreali che il Medio Oriente così spesso sa offrire, e che potrebbe far sorridere se alla base di questo surrealismo non ci fossero i quasi 80 mila morti che il conflitto siriano ha mietuto finora.

Ma al di là della notizia curiosa, il comunicato del governo siriano è un sintomo di quello che sta succedendo a quell’immagine della Turchia nel mondo così sapientemente costruita da Erdogan e dal suo ministro degli esteri Davotoglu nei molti anni di governo ininterrotto dell’Akp, e che questi pochi giorni stanno rischiando di spazzare via.
“La Turchia è come noi”. Questo è il semplice messaggio che Assad sta cercando di trasmettere ai turchi e al mondo. Il mito della “diversità” turca, di quell’esperimento apparentemente riuscito di connubio fra islam e democrazia laica cui il mondo guardava come modello per il futuro dei paesi travolti dalla Primavera araba era finto, solamente una apparenza sottile che questi pochi giorni hanno spazzato via.

Ma in cosa consisteva davvero? È mai stato reale? Alla vigilia della Primavera araba, da alcuni anni la Turchia era entrata d’impeto nella politica del Medio Oriente. Aveva congelato la sua vocazione europea per seguire i dettami di quella politica dei “Zero problemi coi vicini” – poi da molti ribattezzata “neo-ottomanismo”- teorizzata dal ministro degli esteri Davotoglu durante la sua carriera di professore universitario. “Zero problemi con i vicini” però non interpretava semplicemente la ricerca di uno stato di pace e collaborazione con gli stati confinanti.

L’entrata nella politica mediorientale era andata molto oltre, e Ankara aveva iniziato a proiettarsi come possibile arbitro e modello super partes. Tesseva rapporti diplomatici e d’affari dal Mediterraneo occidentale al Golfo, con dittatori e monarchi da sempre acerrimi nemici fra loro come Gheddafi, Assad, Mubarak, i sauditi e l’Iran. Aveva intrapreso il progetto di una unione doganale con Libano, Giordania e Siria che avrebbe dovuto partire nel 2011 e nella seconda metà degli anni Duemila si era posta come mediatore per la trattativa di pace segreta fra Damasco e Tel Aviv. Infine, giustificava alcune istanze di Tehran sullo sviluppo del proprio programma nucleare, pur rimanendo solidamente all’interno della NATO. Oltre le parti, al di sopra di esse, grazie prima di tutto della propria rampante crescita economica, in grado di attrarre e condizionare tanti paesi dell’area caratterizzati da stagnazione, disoccupazione e mancanza di strategia economica. 

E poi la Primavera araba. All’inizio un grande trionfo per la Turchia, con analisti e intellettuali di tutto il mondo, dal quello arabo all’Occidente, che la indicavano come esempio del brillante futuro che aspettava Egitto, Tunisia, Yemen e Libia, e tutti quelle nazioni che avessero trovato la forza di rovesciare le proprie dittature e avanzare sul sentiero democratico invocato dalle piazze.

I primi viaggi di Erdogan e Davotoglu nella regione appena liberata da personaggi pluridecennali come Ben Ali, Mubarak e Gheddafi li avevano visti acclamati da migliaia di persone, e non solo quelle che pochi mesi dopo avrebbero formato la base dei partiti di ispirazione islamista. A dire il vero, bisogna dirlo, i laici erano spesso già scettici. Molti di loro, il più delle volte di buona educazione e dalle numerose esperienze all’estero, già intravedevano la stagnazione nello sviluppo politico turco, congelato dall’inizio del decennio scorso e, per certi versi, in fase di “riflusso”. Ma se due anni fa tutti, dagli islamisti ai laici, avrebbero probabilmente messo la firma per avere qualcosa di simile alla Turchia, oggi le cose sono cambiate, sia all’interno delle società degli stati arabi in transizione, sia negli equilibri regionali. In Tunisia, dove è arrivato mercoledì sera, Erdogan è stato accolto in modo opposto dai militanti del partito islamista di En-Nahdha, andati ad accoglierlo con bandiere e inni già all’aereoporto, e quelli dell’opposizione, che giovedì hanno manifestato in solidarietà del movimento dei giovani di Taksim e che ormai non usano nessun distinguo parlando dei proprio avversari islamisti in patria e di quelli in Turchia.

E ciò che accade in Tunisia si specchia quasi perfettamente nel quadro allargato della politica regionale. La Turchia, che aspirava a quel ruolo di grande potenza in grado da fungere da arbitro risolutore degli equilibri mediorientali, come tanti prima di lei ha fallito, facendosi risucchiare vortice della proverbiale complessità della politica mediterranea. Da almeno un anno è proprio sul terreno siriano che il sogno di Ankara in Medio Oriente ha iniziato a essere sconfitto. L’incapacità di dare la spallata finale, il contributo risolutore che risolvesse la crisi in Siria ha costituito il primo muro che l’ascendente potenza turca non è riuscita ad abbattere. 

Oggi invece Ankara paga in Medio Oriente la propria incapacità di far combaciare la propria proiezione esterna alla propria realtà interna. Grande potenza democratica o media potenza dalla democrazia incompiuta? La prima il grande sogno della diplomazia dell’Akp; la seconda la realtà della Turchia oggi dopo i giorni di Taksim.
Ed è ancora con la Siria, e il surreale “travel warn” del suo governo, che oggi questa sconfitta è stata definitivamente sancita.  

*Ispi research assistant