Eni, ma quanto ti costa il petrolio kazako

Shalabayeva e gli interessi di Eni

Sarà anche il più grande giacimento petrolifero scoperto negli ultimi trent’anni, ma il Kashagan, al largo del Mar Caspio e a 80 km a sud est di Atyrau, si è rivelato un affare piuttosto costoso per l’Eni. Esattamente 23 miliardi di euro, tre volte l’utile netto 2012. Il Cane a sei zampe è presente in Kazakhstan dal 1992. Azionista al 16,81% del consorzio di esplorazione North Caspian Sea Psa, e al 32,5% nel giacimento di petrolio e gas naturale del Karachaganak, attraverso Saipem controlla Ersai, joint venture paritetica con la holding kazaka Lancaster Group, che si occupa di costruzione e fornitura di mezzi navali e gru per l’industria petrolifera. Per comprendere se vi siano o meno relazioni tra gli interessi dell’Eni e l’espulsione di Alma Shalabayeva, moglie del dissidente Mukhtar Ablyazov, bisogna partire proprio da Ersai. 

Come raccontato da Linkiesta, nel memoriale scritto dalla Shalabayeva c’è un preciso riferimento agli episodi che nell’inverno del 2011 hanno coinvolto anche i dipendenti della Ersai caspian contractor, sulla quale la nostra società petrolifera, controllata dal ministero dell’Economia, non ha mai fatto chiarezza. Episodi di cui non c’è traccia nemmeno nel Sustainability report del 2012, che prevede il finanziamento di progetti educativi per gli abitanti dell’area di Kuryk (nella Regione di Mangystau), dove ha sede il principale impianto della Ersai. Nel bilancio consolidato 2012 di Eni, invece, si legge che «è stato organizzato un incontro pubblico con la popolazione del villaggio di Kuryk per presentare e discutere il piano di sostenibilità di Ersai».

Il racconto della Shalabayeva riguarda le rivolte del dicembre 2011, represse con decine di morti e feriti. I sindacati, che chiedevano condizioni di lavoro e salari più adeguati agli standard internazionali, sarebbero stati finanziati proprio da Ablyazov. Stando alla risoluzione del Parlamento europeo del 15 marzo del 2012, pare che le forze dell’ordine e le truppe del National Security Committee Knb (l’esercito) «avrebbero attaccato i manifestanti aprendo il fuoco contro i lavoratori e le loro famiglie, uccidendo almeno 17 persone e ferendone almeno 100». Vladimir Kozlov, leader del partito Alga! – uno dei principali dell’opposizione a Nazarbayev – a seguito degli scontri è stato condannato a sette anni e mezzo di carcere.

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Human rights watch, nel suo report del settembre 2012 (pag 5), sottolinea come a fine maggio 2011 nel tentativo di sedare uno sciopero «Ersai Caspian Contractor ha chiuso gli accessi alla fabbrica di Kuryk, costringendo i lavoratori che risiedevano negli impianti a dormire all’addiaccio senza possibilità di lavarsi e andare in bagno. A giugno un tribunale ha arrestato cinque persone del comitato organizzatore dello sciopero e ha sospeso il sindacato Karakiyia per sei mesi con l’accusa di “sciopero illegale”». In quel periodo Nazarbayev non solo ha imposto lo stato d’emergenza, ma ha cambiato i vertici della KazMunaiGaz, designando alla presidenza Lyazzat Kiinov, che a metà anni ’90 era stato amministratore proprio della regione di Mangystau. Contattato da Linkiesta, Camillo Ceresa, direttore generale di Ersai Caspian Contractor, si è detto indisponibile a rispondere «per motivi di lavoro».

Un caso misterioso riguarda invece la detenzione nel carcere di Semey, al confine con la Siberia, del manager Agip Flavio Sidagni. Trovato in possesso di sostanze stupefacenti (120 grammi di hashish) nel residence Eni di Atyrau e accusato di spaccio, Sidagni sta scontando sei anni. In un’intervista rilasciata all’agenzia Ak Zhaik nell’agosto 2012 ha raccontato: «Ho l’impressione che in origine avessero tentato di usarmi come “strumento commerciale” per avere qualche beneficio, ma l’azienda disse che mi avrebbe aiutato in tutti i modi e che avrebbe assunto un avvocato per aiutarmi. Disse anche che non avrebbe pagato tangenti per tirarmi fuori. Quando tutti lo hanno capito, sono diventato una sorta di “strumento politico”». Per il momento Sidagni rimane in prigione. 

Secondo la Fondazione polacca Open Dialogue, che segue tutte le vicende kazake e denuncia da mesi le continue violazioni dei diritti umani nel settore petrolifero, Alma Shalabayeva sarà processata e verosimilmente condannata, «così le autorità kazake avranno un potente argomento contro il loro principale oppositore Mukhtar Ablyazov». Sempre Open Dialogue ha gettato luce in questi giorni sull’arresto in Spagna – su richiesta del governo di Astana – di Alexandr Pavlov, ex capo della scorta di Ablyazov, con l’accusa di terrorismo internazionale. Il rischio, che preoccupa anche Bruxelles, è di assistere al medesimo schema applicato ad Alma Shalabayeva e a sua figlia.

La successione a Nursultan Nazarbayev, al potere dal 1990 ma rieletto nel 2011 con percentuali poco democratiche, ha scatenato una scontata ma acerrima lotta di potere, e l’Italia non può permettersi che le relazioni bilaterali tra i due Paesi, inaugurate da Lamberto Dini nel ’97 da ministro degli Esteri e seguite in prima persona da Romano Prodi con una missione nel 2007 e consolidate con Berlusconi e Monti, possano raffreddarsi. Troppo importanti i progetti avviati dall’Eni nel Paese. Soprattutto il Kashagan, che a regime, nel 2025, consentirà di alzare la produzione del Paese da 1,6 a 2,7 milioni di barili al giorno. L’agenzia Onu per l’Energia (Iea) ha calcolato che il costo del capitale per ogni barile di petrolio del Caspio è di 80 dollari, il quintuplo dell’Arabia Saudita.

“Finiti i soldi” è il nomignolo che, come rivela il Financial Times, gli operatori del settore hanno affibbiato al giacimento del Kashgan: soltanto la prima fase esplorativa è costata 40,6 miliardi di dollari, mentre l’esecutivo del Paese ha deciso di ritardare la fase due al 2018. È dal duemila, anno della sua scoperta, che il progetto continua a singhiozzo nonostante le dichiarazioni ufficiali. Il primo vero cambiamento avviene nel 2007, quando il governo decide di rinegoziare i contratti di sfruttamento con le compagnie petrolifere. Il giallo dell’aumento delle royalties – sempre negato dall’Eni – finisce nel mirino della Procura di Milano in un’indagine per tangenti che ha coinvolto anche il genero di Nazarbayev, Timur Kulibayev, curiosamente fatto fuori dalla guida del fondo sovrano Samruk Kazyna a fine 2011, negli stessi giorni delle proteste. Sempre nel 2011 la Shell congela 50 miliardi di investimenti nel progetto dopo il rifiuto da parte del ministro del petrolio Sauat Mynbayev di approvare il piano di riduzione dei costi presentato dal consorzio. 

Dai cablo “confidenziali” dall’ambasciatore americano John Orway, pubblicati da Wikileaks, che risalgono al 2007-2008 è possibile ricostruire la posizione di Eni all’interno del consorzio. Per l’amministratore delegato di ConocoPhillips, James Mulva, il Cane a sei zampe sarebbe rimasto nel consorzio anche nella seconda fase di sviluppo del giacimento come principale operatore soltanto «per salvare la faccia», non avendo le capacità finanziarie delle big americane. Accuse pesanti che ritornano in un altro dispaccio, secondo cui Scaroni si sarebbe opposto fino all’ultimo al cambiamento della struttura operativa del consorzio: «Nel corso delle ultime nove ore di negoziazioni il ceo dell’Eni, Paolo Scaroni, completamente isolato e sotto attacco da parte di ExxonMobil e Shell, finalmente ha ceduto», si legge. «Tutti gli interlocutori hanno descritto Eni incapace di ammettere fino all’ultimo momento dei negoziati la propria incapacità di continuare a essere l’operatore del Kashagan». 

Nel 2009 si completa la ridefinizione del consorzio formato da ExxonMobil, Royal Dutch Shell, Eni, Total (tutte al 16,81%), ConocoPhillips, Inpex (7,56%) e dalla compagnia statale KazMunaiGaz (Kmg). Proprio quest’ultima, che ha incrementato la sua quota nel progetto al 16,81%, a inizio luglio ha acquistato dalla ConocoPhillips la sua quota dell’8,4% per 5 miliardi di dollari, allo scopo di bloccarne la vendita all’indiana Ongc, con l’obiettivo di offrirla alla compagnia di Stato cinese Cnooc.

Il clima ostile della zona (acqua a -40 gradi d’inverno e 45 gradi d’estate), l’elevata pressione (il giacimento è a 5 km di profondità) e la percentuale di acido solfidrico nel petrolio hanno contribuito ad innalzare ulteriormente le spese per le compagnie. In un editoriale apparso sulla monografia Eni’s Way del Paese, pubblicata nel 2007 – con contributi di Emma Bonino, allora rispettivamente ministro per le Politiche Europee, e Luca Cordero di Montezemolo, numero uno di Confindustria – è lo stesso Paolo Scaroni a spiegare le difficoltà “fisiche” del progetto e la rinegoziazione dei contratti: «[…] abbiamo rinegoziato un contratto firmato quando il petrolio valeva 12 dollari a barile e lo abbiamo dovuto adattare alle condizioni di mercato attuale». «Tuttavia», scrive ancora il top manager, «anche alla luce di alcuni punti di discussione tra le parti come per esempio lo slittamento dei tempi della messa in produzione del giacimento, non sempre si è colta la difficoltà di questo progetto […]». 

Da Saipem fanno sapere che la sua posizione nel Paese è ormai ridotta, e che tra attività di trivellazione ed Engeneering & Construction al primo trimestre dell’anno il backlog (ordini per progetti non ancora partiti, ndr) è di 300 milioni di euro, il 2% del totale. Dai conti Eni al primo trimestre si evince che la produzione in Kazakhstan è scesa da 111 a 103mila barili equivalenti al giorno, mentre nella conference call di presentazione della strategia al 2016, Scaroni ha sottolineato: «Nei prossimi anni la produzione crescerà in media del 4% l’anno, con il 2014 e il 2015 sopra la media grazie all’accelerazione del Kashagan e alla partenza di altri progetti come Goliat, Perla e il West Hub in Angola». Un’accelerazione con cui il Cane a sei zampe si gioca molto del suo futuro, pur ridimensionando i suoi sogni di gloria. Per questo non può rischiare scivoloni diplomatici con Nazarbayev e il suo futuro successore. Tanto è vero che, secondo fonti accreditate, nei giorni caldi del blitz, i vertici Eni lo avrebbero fatto presente al Viminale e al governo italiano. 

Twitter: @antoniovanuzzo

Riceviamo e pubblichiamo i chiarimenti dell’Eni:

Caro Direttore,
in merito all’articolo pubblicato oggi “Eni, ma quanto ti costa il petrolio kazako” di Antonio Vanuzzo ci preme precisare che Eni non era in alcun modo a conoscenza ne’ della vicenda Shalabayeva, ne’ delle persone coinvolte nell’ estradizione.

 

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