Fuoco amico: la lenta dissipazione delle larghe intese

La bussola politica

Silvio Berlusconi resta fedele all’abito da statista moderato e quirinalizio che si è scelto nell’ampia sartoria di scena dei ruoli politici, dunque tempera lo stridore dei suoi tanti falchi di Corte, «la linea del partito è una sola», e con parole lenitive accarezza per il verso giusto il pelo della grande coalizione, «le mie non sono critiche ma stimoli». Eppure il Cavaliere lascia che il mugugno gonfi i corridoi del suo Pdl in via di ristrutturazione, pronto a ribattezzarsi Forza Italia, e insomma con studiata leggerezza Berlusconi non fa nulla per evitare che il cattivo umore di Renato Brunetta e di Daniela Santanchè, di Denis Verdini e di Daniele Capezzone, le anime più agitate del suo composito e fantasioso universo, riempia le stanze del governo e delle larghe intese, contagi le ali estreme del Pd, per diffondersi poi come la minaccia di un morbo fino a Palazzo Chigi dove siede, cauto e in perenne equilibrio, il presidente del Consiglio Enrico Letta.

Un equilibrismo, il suo, che rischia di costargli caro, in prospettiva, visto che anche Mario Monti, da molti mesi in sonno, ha recuperato ieri la voce per avvertire il governo, ma anche il Pd e il Pdl impegnati in stucchevoli schermaglie pre elettorali: «La missione dell’esecutivo richiede riforme radicali per trasformare l’Italia in un paese competitivo», ha detto Monti. «O si cambia marcia o il sostegno di Scelta civica potrebbe venire meno. C’è troppa ambiguità da parte dei partiti maggiori che si posizionano quotidianamente come se già fossero in campagna elettorale».

Privo di strumenti offensivi, incerto fino all’ultimo istante sul da farsi, su cosa gli convenga davvero, Berlusconi osserva e studia la situazione, sa che in autunno arriverà una sentenza definitiva di Cassazione, teme l’interdizione dai pubblici uffici, e nel dubbio amletico intorno al suo destino personale, intanto, contribuisce a tessere una trama che non mira alla caduta di Letta e del suo governo, ma al contrario disegna una architettura perfetta per condannare la grande coalizione a una lenta, lunga e tormentosa dissipazione. Nessuno può scagliarsi a viso aperto contro il governo di scopo e di salvezza nazionale, l’esecutivo protetto da Giorgio Napolitano e funzionale a una logica europea. Non può farlo Berlusconi, non ancora, né tanto meno può farlo Matteo Renzi, che pure nutre ambizioni, soffre il rapporto incestuoso con il centrodestra, e teme pure quell’astro ancora indecifrabile che si chiama Letta. Dunque come fare? Se non puoi dargli un pugno ed abbatterlo, puoi sempre spingere l’avversario nell’angolo, logorarlo, per poi finirlo al momento opportuno, quando finalmente si può, ammesso che ti convenga. Oppure, in alternativa, puoi sempre lasciare che sia qualcun altro ad abbattere quel pugile suonato e barcollante che si chiama governo. E così il malumore incontenibile del Pdl si solleva da terra e si diffonde come fumo pestilenziale nell’aria rarefatta dei Palazzi del potere romano; il malumore non uccide, ma logora, contagia, e non c’è da stupirsi se nel Pd s’agitano adesso sempre di più “i non allineati”, i Pippo Civati e i Francesco La Forgia, vecchi prodiani e giovani ambiziosi che corteggiano Grillo ma anche Renzi. Persino Rosy Bindi, la moderata Rosy Bindi, soffia e accompagna lo stesso vento di tempesta, «come fa il Pd a governare con uno che è stato condannato per prostituzione minorile?».

L’estate ha già abbracciato il governo con il suo torpore, Letta è tornato da Bruxelles con un mezzo successo, con un miliardo di euro che si potrà spendere contro la disoccupazione giovanile; e non ci sono più altri grandi appuntamenti internazionali, si avvicinano dunque spiaggia e ombrellone, mentre anche la commissione dei saggi che lavora alle riforme istituzionali si prepara alla pausa estiva, e persino il Parlamento non ha più molto altro da fare. Ma in un clima già balneare, con le ultime manifestazioni di piazza pro Berlusconi (oggi ad Arcore), la strana maggioranza incespica stancamente su polemiche di comodo che poco hanno a che vedere con la sostanza dei provvedimenti (Iva, Imu, cuneo fiscale…) ma che occultano l’incertezza tattica dei principali attori politici sulla scena. Così si prepara una fiammata battagliera sull’elezione dei nuovi vicepresidenti della Camera, forse questa settimana, con una parte del Pd pronta a contrastare duramente l’elezione della pasionaria Daniela Santanchè, e solo per far dispetto agli altri colleghi del partito democratico, l’ala più governativa e impegnata a recuperare ogni sbavatura, a ritessere ogni piccolo strappo. Si voterà anche, in commissione al Senato, sull’eleggibilità di Berlusconi. E sarà un’altra pigra occasione di tramestio, un altro momento di divisione interna al centrosinistra e alle file di quel partito democratico a cui forse il Cavaliere ha già assegnato un ruolo nella sua grande sceneggiatura: a chi toccherà infatti spingere a terra il governo quando, e se, il Pdl lo avrà logorato a sufficienza col suo malumore e i suoi mugugni?

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