Letta, ultimi giorni di apnea prima del miraggio estivo

La bussola politica

Una settimana per tentare di riassorbire alla meno peggio il tramestio del caso Ablyazov, un’intera settimana in attesa del giorno del giudizio, quel fatidico 30 di luglio in cui la Corte di Cassazione deciderà del destino giuridico e giudiziario di Silvio Berlusconi e forse, forse, anche del governo di larghe intese. Nelle stanze ovattate del Quirinale e di Palazzo Chigi non si fa che guardare con ansia il calendario, “se superiamo le prossime due settimane è fatta”, mormorano negli ambienti vicini al presidente del Consiglio, nei corridoi del Palazzo, tra gli amici di Enrico Letta: agosto come una meta insperata, il miraggio della salvezza, perché quelli che cominciano oggi, per l’Italia politica, sono altri sette giorni di sofferenza.

Nei palazzi romani tutto rimane miracolisticamente sospeso, in un clima incerto, confuso e logoro, ciascuno degli uomini di governo ha lo sguardo di chi si aspetta da un momento all’altro il precipitare d’un evento decisivo che pure mai arriva, mentre sempre più indebolito il presidente del Consiglio, Letta, ormai spera solo nelle vacanze dei suoi troppi nemici, perché solo a settembre, dopo le ferie e il mare, saranno sciolte le grane dell’Imu e dell’Iva, soltanto dopo le vacanze arriveranno quei primi provvedimenti economici che, nella logica di Palazzo Chigi e del Quirinale, potranno dare un po’ di fiato e prospettiva alla stranissima e periclitante maggioranza di governo. Soltanto l’estate allontanerà lo spettro dell’affaire kazaco. D’altra parte la finestra elettorale si è chiusa, il grande rischio delle elezioni anticipate sembra essere stato superato, eppure i guai non sono finiti e i prossimi giorni sono tremendi, due settimane di passione, nessuno sa cosa deciderà la Cassazione, nessuno sa leggere il destino di Berlusconi nei fondi di caffè, e così tutti si osservano incerti e sospettosi, quale sarà, in caso di condanna, la reazione del Cavaliere e del suo agitatissimo partito?

Pontieri, mediatori, diplomatici e pompieri istituzionali sono già tutti al lavoro, ma circondati da un fortissimo e trasversale partito antigovernativo che trova sostenitori sia nella destra sia nella sinistra dell’emiciclo, nei giornaloni del centrosinistra, in quelli manettari ostili al compromesso con il mostro Caimano, e pure in ampi settori dell’opinione pubblica afflitta dalla crisi economica, malgrado il consenso personale del premier Letta, a differenza di quello del suo governo, sia ancora molto alto. Il segretario del Pd Guglielmo Epifani, espressione di una politica capace di giocare di sponda con Letta, ha parzialmente corretto la rotta dopo le parole forse un po’ avventate pronunciate a caldo, a ridosso della respinta mozione di sfiducia contro Angelino Alfano: il segretario del Pd non intende chiedere per il momento un rimpasto di governo, malgrado Alfano, il ministro dell’Interno impigliato nell’affaire Kazaco, sia ormai in seria difficoltà e forse destinato a pagare, nel medio periodo, il pasticcio che ha portato all’espulsione dall’Italia della signora Ablyazov. Il guaio di Letta, e del suo grande protettore Giorgio Napolitano, è che intorno al governo non si riconoscono più le bandiere di Pd e Pdl, ma ormai soltanto quelle di governativi e antigovernativi, fazioni trasversali ai due partiti che compongono l’anomala maggioranza. “I nemici sono dovunque, ma si scoprono sguardi amichevoli dove non te li saresti mai aspettati”, confessa un ministro, molto preoccupato, ma rincuorato dagli applausi a scena aperta che il Pdl a tributato a Letta venerdì scorso in Senato. La fazione governativa di Pd e Pdl per ora regge, troppi gli interessi legati alla sopravvivenza del governo, troppe – ancora – le incognite legate a una ipotetica e malaugurata crisi, senza contare la forza dissuasiva di Napolitano, contrafforte del governo, ritessitore d’ogni trama smagliata. Ma tanto il Pd che si avvicina alla terribile guerra congressuale, quanto il Pdl in attesa del giudizio universale della Cassazione, risultano ormai profondamente divisi al loro interno. E soltanto l’incertezza sugli orizzonti del prossimo futuro ha per adesso evitato plateali deflagrazioni.

Questa settimana Letta sarà molto presente in Parlamento, risponderà al question time sia al Senato sia alla Camera, intenzionato com’è a giocare di sponda con i gruppi parlamentari di Pd e Pdl, a trovare cioè nell’aula del Parlamento le alleanze e le energie per tirare avanti e superare i quattordici giorni di fuoco che lo separano dalla sospirata salvezza della pausa estiva. La strategia è quella di separare la vita agitata dei partiti da quella dei gruppi parlamentari, tendenzialmente meno inclini alle logiche di destabilizzazione. Ma non sarà facile, troppe e incontrollabili le variabili in gioco. Il Pdl ha per il momento tacitato l’ala dei cosiddetti falchi, ma sotto il pelo dell’acqua apparentemente placida si agita una tempesta a stento occultata dall’attenta regia di Palazzo Grazioli. L’avvocato Franco Coppi, che difende Berlusconi in Cassazione, chiede che il Cavaliere si comporti da imputato modello, e lui, Berlusconi, fedele com’è alle indicazioni del suo blasonato difensore, si comporta di conseguenza e impone alla sua agitatissima corte un atteggiamento per quanto possibile compassato e istituzionalmente corretto. Ma quanto potrà durare? Che succede se la Cassazione, tra una settimana, dovesse condannare il capo assoluto e carismatico del centrodestra al carcere e all’interdizione dai pubblici uffici? “A noi di tutto il resto non ce ne frega niente, nemmeno di Alfano. L’unica cosa che conta è Berlusconi”, dice una parlamentare, tosta e molto, molto, vicina al Cavaliere.

Le fazioni contrapposte del Pd ormai sparano ad altezza d’uomo, e il partito vive la fase precongressuale come fosse una estenuante e sanguinosa guerra di trincea. Il nucleo storico contrapposto a Matteo Renzi ha cominciato una manovra avvolgente per coinvolgere negli scontri fratricidi anche Letta. Gli ambasciatori dell’ex segretario Pier Luigi Bersani hanno già avvicinato il presidente del Consiglio: “Matteo è il tuo unico vero nemico. Devi prendere posizione”, gli hanno detto con fare esplicito, consigliando toni più risoluti, modi spicci nei confronti dell’arrembante Renzi. Ma Letta è composto di una materia gelatinosa, garbata e inafferrabile, sorda ai richiami del conflitto. Forse il premier sa che Renzi è in effetti destinato a essere il suo vero grande avversario, eppure Letta non ha nessuna intenzione di mettere a rischio la tenuta del suo governo partecipando alla baruffa interna al partito. “Queste cose non devono, e non possono, riguardarmi. Non direttamente, almeno”. Felpato e cauto, Letta continuerà a sorridere e ad accarezzare Renzi qualunque cosa succeda, “porgi l’altra guancia”. Il premier sa infatti che la sua forza deriva dalla capacità di tenuta del governo e dunque non si farà coinvolgere qualsiasi cosa accada, qualsiasi schiaffo dovesse ricevere, malgrado il giovane sindaco di Firenze, anche lui come Bersani e gli altri vecchi dirigenti, tenti di trascinarlo (“questo governo potrebbe non durare”) nella polvere del campo di battaglia. Ma su un carattere mediorientale come quello di Enrico Letta le provocazioni non attecchiscono. Attende l’estate, Letta, come fosse una panacea per tutti i mali delle larghe intese, l’occasione di un altro rinvio di tutte le grane. Epifani è intenzionato ad aiutarlo, per quanto può, e il tavolo delle regole, che dovrebbe codificare le norme del prossimo congresso del Pd, potrebbe subire un nuovo rinvio per decisione del segretario. Un rinvio all’autunno? Possibile. E’ nella logica che anche il saggio presidente della Repubblica consiglia ai tanti che gli chiedono aiuto, una buona parola, un suggerimento: lasciate passare l’estate, il mare ha sempre un effetto positivo sulla politica italiana, raffredda, stempera, placa.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter