Le rotte delle armi: come passano di guerra in guerra

Economia bellica

“La Russia fornisce armi al regime di Assad. L’Arabia Saudita e il Qatar armano i ribelli siriani. L’Iran fornisce armamenti al regime di Damasco e a Hezbollah”. Quante volte abbiamo sentito o letto affermazioni del genere negli oltre due anni del lungo e sanguinoso conflitto civile siriano? Sicuramente moltissime. Ma pochi probabilmente sanno che dietro ognuna di quelle affermazioni apparentemente simili vi sono spesso coinvolte dinamiche, metodi e personaggi assai diversi tra i moltissimi che compongono il mercato internazionale legale e illegale delle armi. 

Per capire il mercato delle armi in Siria, dobbiamo partire dalle caratteristiche fondamentali della merce in questione: gli armamenti. Innanzi tutto, essi sono in molti casi beni durevoli: specialmente alcuni tipi di armi leggere come gli ak-47 o gli m-16 sono in grado di sopravvivere a numerosi conflitti e per diversi decenni. Il famoso Ak-47 che Bin Laden sosteneva di aver sottratto ad un soldato sovietico e che ha esibito nelle sue apparizioni televisive fino a pochi anni fa aveva già probabilmente parecchi anni quando venne impiegato nella guerra sovietica in Afghanistan, e, per quanto Bin Laden lo usò raramente in seguito, possiamo essere piuttosto certi che dovunque si trovi il vecchio fucile sia tuttora in grado di funzionare perfettamente. È anzi probabile che alcuni degli Ak-47 presenti oggi in Siria risalgano al conflitto afghano. La stessa cosa si può dire di armi di fabbricazione americana come gli M-40 che sono comparsi perfino sul fronte libico nel 2011. Ciò che rende alcuni modelli particolarmente longevi, oltre alla buona progettazione dei meccanismi, è la presenza di grandi quantità di munizioni adatte. Armi come gli Ak-47, le cui munizioni sono facilmente riproducibili e presenti massicciamente a prezzi abbordabili sul mercato, risultano perciò ancora più avvantaggiate rispetto ad altri modelli.

Le armi leggere, o almeno alcune di loro, sono inoltre intercambiabili. Esse possono essere riprodotte facilmente senza per questo diventare inutilizzabili o non essere compatibili con munizioni prodotte per fucili assemblati in altri luoghi. L’Ak-47 nel corso dei decenni è stato prodotto in molti luoghi del mondo senza che esistano particolari differenze tra un Ak-47 originale sovietico ed altri prodotti in Asia e in particolare in Cina. In alcuni luoghi particolarmente colpiti dai conflitti dell’ultimo mezzo secolo, come il confine tra Pakistan e Afghanistan, si sono creati vere e proprie industrie locali di riproduzione di armi. Molti di questi artigiani non sono solo in grado di riparare fucili di fabbricazione straniera e di fabbricarne le munizioni. Essi sono spesso in grado di costruire ex-novo interi fucili quasi del tutto simili ai modelli originali.

Tenendo in mente queste due caratteristiche – fungibilità e longevità – possiamo quindi immaginare come spesso il mercato delle armi – soprattutto quello illegale – non sia composto da merci appena prodotte, ma sia soprattutto basato sullo spostamento di armi usate in conflitti ormai finiti o “raffreddati” verso nuove zone di guerra più calde. Ad esempio, la fine dell’Unione Sovietica e l’abbandono di grandi depositi di armi da parte delle autorità hanno causato il riversamento sul mercato di enormi quantità di armi leggere che hanno alimentato molti dei conflitti degli ultimi due decenni migrando di volte in volta nelle più diverse regioni del pianeta (oltre ad aver garantito guadagni enormi ai trafficanti che sono stati in grado di metterci le mani sopra).

Esistono fondamentalmente tre tipi di mercato degli armamenti: quello legale, quello “grigio” e il mercato nero.
Il mercato legale avviene alla luce del sole, attraverso contratti ufficiali e nel rispetto delle convenzioni internazionali. Esso molto spesso coinvolge direttamente i governi di due o più stati che stipulano fra loro accordi di compravendita facilmente accessibili all’opinione pubblica. È questo il caso, ad esempio, dei rifornimenti di armi russi per il regime di Assad. La maggior parte di essi, infatti, non è altro che l’esecuzione di contratti di vendita firmati nel corso degli anni passati. Quella fra Mosca e Damasco è in effetti l’unica compravendita “legale” che caratterizza i flussi di armamenti verso il conflitto siriano.

Non lo è, invece, quella che avviene tra Iran e Siria (e tra Iran e Hezbollah), per quanto anch’essa intercorra direttamente fra i governi di due stati. Le sanzioni a cui l’Iran è sottoposto gli impediscono infatti di esportare armamenti. Soprattutto i missili iraniani sono considerati particolarmente pericolosi a causa della loro efficacia nell’abbattimento dei caccia. Alcuni missili di fabbricazione iraniana – per la precisione versioni iraniane di modelli cinesi terra-aria – sono finiti nella lista nera che Israele ha stilato sulle armi in possesso del regime di Assad che per nessuno motivo devono giungere nelle mani dell’Hezbollah libanese, i cosiddetti armamenti “game-changer”.

Anche gran parte delle armi che giungono ai ribelli siriani provengono dal mercato nero con il beneplacito dei servizi segreti americani, turchi e di altri stati della regione che, per quanto non possano al momento fornire armi direttamente, hanno tutto l’interesse che le forze ribelli vengano rifornite in qualche modo. È in questo tipo di mercato illegale che avvengono la maggior parte dei trasferimenti da una zona di conflitto all’altra di cui abbiamo parlato prima. In questo caso molte armi sono state trasferite direttamente dalla Libia, teatro della guerra civile del 2011, alla Siria con il consenso degli stati dell’area. In particolare gli Stati Uniti e l’Europa hanno visto in questo trasferimento di armi, oltre a un modo per sostenere indirettamente i nemici di Bashar al-Assad, un metodo efficace per evitare che le armi usate in Libia si spargessero eccessivamente nel Nord Africa e nell’Africa Subsahariana, andando ad armare gruppi ribelli e fondamentalisti come accaduto in Mali.

Infine vi è il mercato “grigio”. È così definito in quanto si tratta di un ibrido tra il mercato legale e il mercato nero. Di solito le transizioni avvengono inizialmente seguendo un contratto stipulato legalmente, ma alla consegna le armi vengono dirottate ad un stato o un attore terzo col tacito accordo di entrambi i contraenti. È questo ad esempio il caso della compravendita avvenuta fra Croazia e Arabia Saudita che ha visto grandi quantità di armi, legalmente acquistate dal governo saudita da alcuni produttori croati, affluire attraverso il Libano direttamente nelle mani dei ribelli siriani. I dettagli dell’accordo scoperto mesi dopo dalla stampa internazionale non sono chiari, ma il caso croato-saudita sembra il miglior esempio di flussi di armi provenienti dal mercato “grigio” giunti in Siria.

Per finire, va sottolineato come la porosità dei confini che caratterizza la regione mediorientale non faccia che rendere ancora più semplice il passaggio dei convogli che trasportano le armi, soprattutto quelle leggere. Queste ultime rappresentano infatti la quasi totalità degli armamenti che giungono nelle mani dei gruppi ribelli, che si trovano però ad dover affrontare un esercito regolare dotato di artiglieria, armi pesanti e aeronautica. Le sconfitte subite dai ribelli in queste settimane dimostrano come questi traffici abbiano avuto finora scarso effetto, a parte quello di riversare in una popolazione affamata e disperata grandi quantità di oggetti letali a basso prezzo.      

@Ibn_Trovarelli

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