Saccomanni: «La recessione è finita». Miraggio estivo?

Senza riforme i mercati ci puniranno

Poche parole che scatenano l’inferno: «Credo che la recessione sia finita». Lo ha detto il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni, ospite di Alessandro Marenzi a Sky Tg24 Economia. A sostegno del suo ottimismo – «siamo a un punto di svolta del ciclo» – l’ex direttore generale della Banca d’Italia ha citato i dati sulla fiducia dei consumatori e sulla produzione industriale. Per quanto riguarda il primo indicatore, i dati Istat di luglio evidenziano una crescita a 97,3 punti rispetto ai 95,8 di giugno, e “addirittura” da 91,8 a 94,6 per quanto riguarda la situazione personale. Sull’output i numeri del Centro studi di Confindustria evidenziano un impercettibile incremento dello 0,2% rispetto a giugno. Poi il ministro ha parlato di «indicatori informali» come la richiesta crescente di minibond da parte delle imprese.

Per i maligni le parole dell’inquilino di via XX Settembre, che non hanno minimamente convinto qualche operatore di Borsa – un trader di Rothschild sotto anonimato evidenzia che sono in arrivo «turbolenze in autunno sulle finanze pubbliche» – sono strumentali a distrarre l’attenzione dalle difficoltà del governo di larghe intese. Per altri, invece, sono più credibili di quella «luce in fondo al tunnel» che Mario Monti aveva dichiarato di intravvedere, senza che i dati supportassero questa convinzione.

Francesco Daveri, economista all’Università di Parma e storica firma de Lavoce.info, si dice d’accordo con Saccomanni: «A meno che i dati sugli ordinativi peggiorino in modo imprevisto, mi sembra che con il leggero miglioramento degli indicatori congiunturali come la fiducia delle famiglie e delle imprese vadano nella stessa direzione». «Ciò significa», osserva Daveri, «che potremmo avere alla fine dell’anno una contrazione del Pil dell’-1,5% anziché del 2% come inizialmente previsto. Certo, non c’è da festeggiare ma dopo il -2,4% dell’anno scorso..». Le incognite che rimangono sul tavolo, ovviamente, sono l’Iva e l’Imu, spese da evitare in tutti i modi, poiché, osserva Daveri, «ogni decisione che comporti maggiori spese allontana la ripresa». 

Di tenore completamente diverso le riflessioni di Alberto Bisin, economista presso la New York University, promotore del blog collettivo noisefromamerika e tra i fondatori di Fare per fermare il declino. «Apparentemente ora siamo a -1,7% (Pil 2013 sul 2012, ndr), quindi più vicini a -2 per cento», spiega Bisin. Che sottolinea: «A priori tenderei a fidarmi di Saccomanni, persona affidabilissima ma che ha una posizione politica e quindi professa ottimismo. Come sempre accade, la ripresa in Italia è guidata dall’estero e infatti l’export va molto bene, però non basta: siamo all’interno di una congiuntura sfavorevole unita a una crescita zero, ora il primo elemento si sta risolvendo, ma per raddrizzare il secondo bisogna tagliare la spesa, e non mi vedo un governo di larghe intese in grado di portare avanti riforme significative in questo senso. E Saccomanni lo sa benissimo». 

Sicuramente il miglioramento dei fondamentali italiani avranno un impatto limitato sui mercati. Su questo Bisin e Daveri sono d’accordo. Per il primo «Quando Bernanke allenterà progressivamente gli acquisti di titoli di Stato gli investitori saranno più portati ad acquistare asset diversi da quelli americani e dunque, se l’Italia fosse sulla buona strada con i conti in ordine, potrebbe essere un buon viatico per una fase di riacquisti sul debito pubblico». Bisin sostiene che «Sicuramente Bernanke non toccherà i tassi, mentre il rientro dal quantitative easing sarà molto leggero. Probabile che gli investitori comprino debito italiano. Tuttavia, mi preoccupa di più un possibile riaggiustamento sui mercati europei, Italia compresa. Sono passati due anni e, di fatto, non abbiamo concluso nulla». In assenza di riforme, quest’autunno Piazza Affari sarà ancora di più un deserto.

Twitter: @antoniovanuzzo