Siria, i due anni della guerra che infuoca il mondo

Infografica

Marzo-Aprile 2011

Il Giorno della Dignità

Il 24 marzo, il “Giorno della Dignità”, a Damasco si radunano migliaia di manifestanti per chiedere la liberazione dei numerosi detenuti politici. Un mese dopo, il 28 aprile, è il “Giorno della Rabbia”. Proteste si tengono a Dara’a. Le forze dell’ordine sparano sulla folla radunatasi tra le vie della città. Il regime decreta il rilascio di alcuni prigionieri, mentre annuncia misure concilianti per tentare di calmare la protesta. Assad scioglie il governo. Intanto, però, accusa i manifestanti di essere mossi da Israele. Lo stato di emergenza, proclamato nel 1963, è annullato.

Maggio 2011

L’esercito reprime le proteste anti regime

L’esercito entra con i carri armati a Dara’a, Banyas, Homs e nei sobborghi di Damasco per reprimere le incessanti proteste contro il regime. Gli Stati Uniti annunciano sanzioni economiche in risposta alle azioni sanguinarie attuate dalle forze armate siriane. Pochi giorni dopo, l’Unione Europea si allinea a Washington. Assad annuncia un’amnistia per tutti i prigionieri politici.

Giugno 2011

Primo attacco dei ribelli contro le forze dell’ordine

Fonti governative riferiscono che a Jisr al-Shughour 120 membri delle forze dell’ordine sono stati uccisi da una “gang armata”. L’esercito assedia la città, e più di diecimila abitanti fuggono verso la Turchia. Assad promette di avviare un “dialogo nazionale” sulle riforme. Gli ispettori dell’Aiea riferiscono al Consiglio di Sicurezza dell’Onu di un presunto e dichiarato programma nucleare siriano. La struttura che avrebbe dovuto ospitare il reattore, però, sarebbe stata distrutta negli anni precedenti da un raid israeliano. 

Luglio-Agosto 2011

Nasce l’esercito libero siriano

Assad rimuove il governatore della provincia di Hama, fortemente scossa da proteste e dimostrazioni di massa, ed invia le truppe a restaurare l’ordine anche a costo di provocare centinaia di vittime. I rappresentanti dei ribelli si ritrovano a Istanbul per creare un organo per unificare la voce delle fazioni di opposizione: è il Consiglio Nazionale Siriano. Parallelamente, viene fondato l’Esercito libero siriano per contrastare militarmente le forze del regime. Il Presidente americano, Obama, chiede ad Assad di abbandonare la carica di capo dello Stato.

Ottobre 2011

Il nuovo Consiglio Nazionale Siriano annuncia di avere formato ufficialmente un fronte di opposizione interna, comprendente anche gli esiliati politici all’estero. Al Palazzo di Vetro di New York inizia una battaglia diplomatica: Cina e Russia decidono di porre il veto alla risoluzione ONU, proposta dai Paesi occidentali (USA, Gran Bretagna e Francia), che condanna la repressione in atto in Siria.

Novembre 2011

La Siria è sospesa da Stato membro dalla Lega araba

La Lega Araba sospende la Siria come Stato membro dell’organizzazione, accusandola di incapacità ad elaborare un piano per pacificare il Paese. La stessa Lega presenta un piano che prevede la deposizione di Assad e decide di sanzionare economicamente Damasco. L’esercito libero siriano attacca una base dell’esercito nazionale nei pressi di Damasco. Sostenitori di Assad assaltano numerose ambasciate straniere nella capitale siriana.

Dicembre 2011

Le Nazioni Unite dichiarano che il conto delle vittime della repressione supera quota cinquemila. La Siria accetta la proposta della Lega Araba di introdurre sul territorio alcuni osservatori dell’organizzazione per verificare la natura della protesta e della repressione: migliaia di manifestanti si radunano a Homs per accoglierli. Attentati terroristici nel centro di Damasco causano circa cinquanta morti: l’opposizione sospetta che siano stati pianificati dal regime. La tv di Stato annuncia che 700 detenuti politici sono stati liberati.

Gennaio-Febbraio 2012

Nuovi atti terroristici, condotti da attentatori suicidi, colpiscono il centro di Damasco. Il governo promette di rispondere con il “pugno di ferro”. La Lega Araba decide di ritirare i suoi osservatori: le violenze continuano o, ancor peggio, si intensificano. A Tunisi, la comunità internazionale si raduna per la prima conferenza di coordinamento sulla questione siriana: sul modello libico, viene rinominata “Amici della Siria”. Emergono però divergenze tra i partecipanti: l’Arabia Saudita abbandona il summit prima della conclusione, denunciando l’assenza di risolutezza nel sostenere materialmente i ribelli.

Marzo-Aprile 2012

Il piano di pace dell’Onu

L’esercito siriano riconquista la città di Baba Amr, nel distretto di Homs, precedentemente occupata dai ribelli; in risposta, vengono condotti massacri tra i civili che sostenevano l’opposizione. In molti decidono di rifugiarsi in Libano. Il Consiglio di Sicurezza dell’ONU annuncia di sostenere il piano di pace elaborato dall’inviato delle Nazioni Unite in Siria, Kofi Annan. Cina e Russia decidono di sostenere tale piano solo dopo importanti modifiche, che lo indeboliscono. Lo stesso Consiglio di Sicurezza emana poi una dichiarazione non vincolante di condanna delle violenze in Siria. Dal punto di vista diplomatico, si tiene una seconda conferenza degli “Amici della Siria”, ad Istanbul, e un vertice della Lega Araba a Baghdad. Entrambe terminano in un nulla di fatto.

Maggio-Giugno 2012

Espulsione degli ambasciatori siriani da diversi Paesi occidentali

Le Nazioni Unite inviano una missione di osservatori. Il Consiglio di Sicurezza condanna la violenza del regime nei confronti degli oppositori politici per il massacro di Hula, vicino Homs. Stati Uniti, Francia, Germania, Regno Unito, Italia, Spagna, Canada e Australia espellono in segno di protesta gli ambasciatori siriani presenti nei rispettivi paesi in segno di protesta. La Russia continua a sostenere il regime siriano e il Piano Annan. Sul piano interno assistiamo a un’escalation di violenze: il 6 giugno vi è una nuova strage di civili ad opera dell’artiglieria governativa e delle milizie lealiste alla periferia di Hama. Dinanzi all’ennesimo massacro, il segretario generale Ban Ki-moon davanti all’Assemblea Generale dell’ONU afferma che il regime damasceno ha ormai perso “qualsiasi forma di legittimità”. Parallelamente, sul piano diplomatico, la Francia avanza un’ipotesi – subito rientrata – di intervento armato delle Nazioni Unite; gli Stati Uniti aumentano le pressioni su Mosca affinché cessi di supportare il regime siriano con armamenti ed elicotteri nella repressione dei ribelli: il ministro degli Esteri russo Lavrov, in visita a Teheran, respinge ogni accusa, asserendo che Mosca fornirebbe a Damasco esclusivamente armamenti difensivi, confermando la propria opposizione a ogni ipotesi di ricorso all’intervento armato in Siria e accusando a Washington di fornire armamenti ai ribelli siriani. Il 22 giugno il confine turco-siriano diventa infuocato: un velivolo militare turco viene abbattuto dall’aviazione siriana mentre si trovava in volo, secondo Damasco, nello spazio aereo siriano. Il governo di Ankara dichiara quello siriano un atto ostile e chiede una convocazione d’urgenza della NATO per discutere del caso.

Luglio-Agosto 2012

Iniziano a manifestarsi le prime crepe nel regime: il generale Manaf Tlass, uomo vicino ad Assad e comandante di una delle unità della Guardia repubblicana fugge all’estero, così come il primo ministro Riad Hijab che scappa in Giordania. Intanto, Kofi Annan dichiara l’impossibilità di proseguire il proprio compito e lascia ufficialmente il ruolo di inviato speciale delle Nazioni Unite in Siria al diplomatico di carriera, l’algerino Lakhdar Brahimi.

Ottobre-Dicembre 2012

Colpito un villaggio turco

La tensione tra Siria e Turchia sale nuovamente alle stelle quando alcuni colpi di mortaio sparati dal confine siriano colpiscono un villaggio turco di confine uccidendo cinque civili. La Turchia risponde al fuoco e intercetta un aereo siriano che trasportava armi dalla Russia. Entrambi i governi vietano il rispettivo spazio aereo all’avversario. Continuano le violenze e gli scontri nelle principali città siriane. Aleppo, uno degli snodi principali per il controllo del territorio, diventa il centro delle battaglie tra ribelli e lealisti. Faticosamente, le Nazioni Unite giungono a un cessate il fuoco interrotto dopo pochi giorni dagli attacchi dell’esercito regolare siriano durante la festa islamica dell’Eid al-Adha. Il conflitto rischia di coinvolgere un nuovo attore, Israele, dopo che vi sono stati alcuni scambi di colpi di artiglieria nel Golan, territorio rimasto complessivamente immune da minacce fin dalla guerra dello Yom Kippur del 1973. Intanto, le opposizioni al regime iniziano a compattarsi sotto il cartello della Coalizione Nazionale Siriana che nel dicembre ottiene il riconoscimento ufficiale come “unico e legittimo rappresentante del popolo siriano” da parte di USA, Regno Unito, Francia, Turchia e monarchie del Golfo. Contemporaneamente, gli Stati Uniti inseriscono nella black list del terrorismo internazionale il gruppo Jabhat al-Nusra, una componente jihadista dell’insurrezione contro Assad, affiliata ad Al-Qaeda. Secondo le Nazioni Unite, la guerra civile in Siria ha provocato 45.000 morti, mezzo milione di profughi all’estero, circa 2,5 milioni di rifugiati interni, con ricadute assai critiche sui Paesi vicini (Libano, Turchia, Iraq e Giordania).

Gennaio 2013

Come previsto nel mese di dicembre, la Nato inizia il dispiegamento di quattro batterie di missili patriot lungo il confine tra Siria e Turchia. Le violenze non accennano a placarsi, con duri scontri tra ribelli e forze lealiste ad Aleppo e Homs. Anche Israele viene coinvolto nella crisi siriana. Gli aerei di Tel Aviv hanno attaccato prima un centro di ricerca militare a Jamraya, un sobborgo nei pressi di Damasco, e subito dopo un convoglio lungo il confine siro-libanese che trasportava armi che, presumibilmente, sarebbero finite agli uomini di Hezbollah. Intanto i donatori internazionali riuniti a Kuwait City si impegnano con più di 1,5 miliardi di dollari per aiutare i civili colpiti dal conflitto in Siria.

Febbraio 2013

Gli Usa incontrano la Coalizione nazionale siriana

Nel suo primo viaggio da segretario di Stato Usa, John Kerry incontra a Roma i rappresentanti degli amici della Siria e il leader della Coalizione Nazionale Siriana, Moaz al-Khatib. La dichiarazione finale del vertice si limita a confermare l’impegno generico per un coordinamento nella gestione della sicurezza delle popolazioni nonché nel sostegno a qualsiasi richiesta di un dialogo nazionale senza la mediazione o la partecipazione di Bashar al-Assad. Gli Stati Uniti, inoltre, annunciano che stanzieranno circa 60 milioni di dollari a favore delle opposizioni. Ancora esclusi gli aiuti militari ai ribelli e al loro braccio armato, l’Esercito Libero Siriano (Els).

Marzo 2013

Gli Usa addestrano i ribelli Giordania 

Secondo alcune fonti giornalistiche, gli Stati Uniti starebbero addestrando militarmente alcuni gruppi ribelli pronti a combattere in Siria, da alcune basi Usa lungo il confine giordano. Nel frattempo, Francia e Regno Unito si dimostrano interessate a fornire armi ai ribelli nonostante il divieto di UE, Stati Uniti e Consiglio di Sicurezza. Gli scontri e le violenze non coinvolgono più solo Damasco e le sue periferie ma iniziano a oltrepassare il confine libanese. Infatti, le forze aeree di Damasco colpiscono per la prima volta nel conflitto la città di frontiera con il Libano di Arsal. Il Leader della Coalizione Nazionale Siriana Moaz al-Khatib si dimette dalla carica in protesta contro la nomina avvenuta pochi giorni prima di Ghassan Hitto come primo ministro ad interim della stessa opposizione. Hitto è un esule damasceno e imprenditore nel settore delle telecomunicazioni che da anni vive negli Stati Uniti.

Aprile 2013

Voci di attacchi chimici dei lealisti contro i civili

Dopo il moltiplicarsi di voci che accusavano le forze lealiste di utilizzare armi chimiche contro i civili, Stati Uniti e Regno Unito chiedono l’istituzione di una commissione internazionale che faccia luce sui fatti. Nel frattempo il primo ministro Wael Nader Al-Halqi riesce a scampare a un attentato nel centro di Damasco, mentre il ruolo di leader del CNS passa da Moaz al-Khatib al veterano e di orientamento socialista George Sabra. Il gruppo Jabhat al-Nusra annuncia la sua fusione con la cellula di Al-Qaida in Iraq dando vita allo “Stato islamico di Iraq e Siria”. I combattenti dell’ELS si smarcano dalle formazioni più jihadiste e provano a stringere un’alleanza militare e politica con i curdi turchi e iracheni in funzione anti-Assad. Il fronte libanese ritorna ad essere caldo: dal confine parte un drone di produzione iraniana e telecomandato da Hezbollah direzione Israele, intercettato e abbattuto dall’esercito nei pressi della costa davanti Haifa.

Maggio 2013

I ribelli invocano l’aiuto internazionale

Le forze armate del regime e gli alleati libanesi di Hezbollah circondano la città di confine di Qusair in mano ai ribelli. Anche la frontiera con la Turchia è tornata ad essere nuovamente teatro di tensioni. La città di Reyhanli è stata sconvolta da un attentato che è costato la vita a 46 persone e ha causato il ferimento di altre 100. La Turchia ha ufficialmente chiesto alla comunità internazionale un intervento contro il regime di Bashar al-Assad, al quale l’organizzazione marxista responsabile delle due autobombe sarebbe legata a doppio filo. Israele torna a colpire la Siria con due raid per distruggere stock di missili iraniani diretti a Hezbollah, scatenando inquietudine e reazioni in tutta la regione. La Russia da un lato continua ad armare il regime, dall’altro discute con gli Stati Uniti di una possibile conferenza di pace da effettuarsi in giugno a Ginevra. I comandanti ribelli lamentano la scarsità di forniture militari e invocano l’aiuto internazionale. L’Unione Europea non rinnova l’embargo sulle armi nei confronti degli insorti.

Giugno-Luglio 2013

I lealisti riconquistano il nodo strategico di Quasayr

Le truppe di Bashar al Assad e i miliziani libanesi di Hezbollah riconquistano il nodo strategico di Quasayr, «la Stalingrado siriana», vincendo una battaglia chiave nella guerra civile. Ora il territorio che va da Damasco al Libano e ai porti siriani sul Mediterraneo è nelle mani delle forze fedeli ai lealisti, i quali si preparano a dare l’assalto ad Aleppo e Homs. Intanto il fronte dei ribelli è sempre più diviso: dopo le dimissioni di Moaz al-Khatib, il 6 Luglio scorso è stato eletto il nuovo presidente della coalizione. Esponente della confederazione tribale degli Shammar, e vicino all’Arabia Saudita, Ahmad al-Jarba ha vinto di misura sull’industriale Mustafa Sabbagh, sostenuto dal Qatar. Il primo ministro della Coalizione, Ghassan Hitto rassegna le sue dimissioni l’8 Luglio.

Sempre i ribelli chiedono un maggiore supporto di forniture ed equipaggiamento armi alle potenze che appoggiano la loro attività contro il regime di Assad. Ma Stati Uniti e Regno Unito frenano gli insorti temendo che un possibile invio di armi in loro favore possa finire nelle mani degli estremisti islamici. Infatti diventano sempre più temibili e rilevanti militarmente i gruppi jihadisti legati alla galassia qaedista come Jabhat al-Nusra, attivi soprattutto nel nord del paese e autori di numerosi attentati verso gli sciiti e gli stessi ribelli sunniti.

Agosto 2013

I ribelli: “Attacco al gas nervino su Ghouta”

Ribelli siriani e governi occidentali accusano le forze pro-Assad di aver usato armi chimiche contro i civili. Sotto accusa l’attacco del 21 agosto a Ghouta, periferia est di Damasco, nella quale sarebbero state uccise più di 300 persone. Il governo siriano afferma invece che sarebbero stati i ribelli ad aver usato le armi chimiche. Stati Uniti e Regno Unito chiedono di adottare misure di emergenza per una possibile azione militare. Russia, Cina e Iran mettono in guardia contro qualsiasi attacco alla Siria. In attesa dei risultati della missione internazionale delle Nazioni Unite, partita lo scorso 26 agosto per accertare la verità dei fatti accaduti a Ghouta, si riunisce a New York in seduta straordinaria il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sulla situazione di crisi in Siria.

(Fonte: Ispi, Istituto per gli studi di politica internazionale)

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