Antologia del voto segreto: il mito del franco tiratore

Verso la decadenza di Berlusconi

Colpi di scena, quasi sempre. Sedute parlamentari dagli esiti inattesi e spesso incredibili. Del resto i voti segreti hanno finito per scandire la storia politica del nostro Paese. Non è stata forse la mancata autorizzazione a procedere nei confronti di Bettino Craxi a segnare la fine della Prima Repubblica? Eppure nell’immaginario popolare le votazioni al riparo da sguardi indiscreti sono spesso considerate vicende di “casta”. L’espressione massima della solidarietà trasversale al collega di un altro partito, magari acerrimo avversario fino a pochi minuti prima. In realtà non sempre è così. A volte il voto segreto diventa molto più cinicamente un regolamento di conti interno. Così almeno nei prossimi anni sarà ricordato il recente siluramento di Romano Prodi al Quirinale. Diverse le fattispecie, sempre gli stessi i protagonisti. I franchi tiratori. Inafferrabili traditori e scaltri opportunisti. Pronti a salvare o affossare il parlamentare di turno. Quasi sempre – così vuole la versione ufficiale – per biechi interessi di bottega.

A breve toccherà a Silvio Berlusconi. Tra qualche settimana l’Aula di Palazzo Madama dovrà decidere sulla decadenza dell’ex premier. Mentre giornalisti e addetti ai lavori studiano i regolamenti parlamentari per trovare un’alternativa al voto segreto, i ricordi tornano al passato. A quel 29 aprile 1993, data pubblicamente riconosciuta come la morte della prima Repubblica (ma di esperienze simili ce ne sono a decine anche prima di quel passaggio). Quel giorno l’Aula di Montecitorio respinge l’autorizzazione a procedere nei confronti del segretario socialista Bettino Craxi. È il periodo di tangentopoli, dell’indignazione popolare. Sulla carta la Camera dei deputati è largamente a favore dell’autorizzazione, eppure nel segreto del voto la richiesta viene bocciata. Di quell’episodio resta il filmato del presidente Giorgio Napolitano, che legge impassibile l’esito della votazione. E le monetine che il giorno seguente accolgono Craxi all’uscita dell’Hotel Raphael, immagine simbolo del tramonto di un’epoca.

Con il tempo si disse che alcuni di quei franchi tiratori si erano nascosti – invero piuttosto abilmente – tra i banchi dei partiti più radicalmente lontani da Craxi. Lega Nord e Movimento Sociale, soprattutto. Un anonimo sostegno al segretario socialista per accelerare l’implosione del sistema. Chissà. Intanto oggi come allora il dubbio si ripete. E nel Palazzo non sono pochi a puntare il dito contro gli esponenti del Movimento Cinque Stelle, pronti a schierarsi contro la decadenza del senatore Berlusconi per far ricadere la colpa sui colleghi del Partito democratico.

Tutto da verificare, siamo al limite del complottismo. Eppure non sfugge un dato: nel 1993 per modificare l’esito del voto servirono alcuni franchi tiratori. Quando la scorsa primavera il centrosinistra affossò Romano Prodi candidato al Colle se ne registrarono più di cento. Centouno, per l’esattezza. Un numero destinato a diventare simbolo e iconografia della Babele democrat. Scelto dal segretario Bersani per sostituire Napolitano al Quirinale, il professore bolognese si fermò a 395 voti. Un centinaio di preferenze al di sotto di quella che, ragionevolmente, veniva considerata la sua base parlamentare. Prima di lui gli anonimi sicari politici avevano fatto fuori un altro dei padri nobili del Partito democratico, Franco Marini. Di quella spy story costituzionale se ne parlò per settimane. Oggi resta una certezza: a cinque mesi di distanza i colpevoli restano ancora ignoti.

Ma la storia recente passa per numerose altre piccole vicende. Nella memoria di tanti è ancora fresca la doppia votazione dell’estate di due anni fa. Tra il 20 e il 21 luglio 2011 Camera e Senato devono autorizzare due richieste di arresto, rispettivamente nei confronti del Pd Alberto Tedesco e del Pdl Alfonso Papa. Anche allora lo scrutinio segreto solleva una ridda di indiscrezioni e retroscena. Alla fine il risultato è ancora una volta sorprendente. Montecitorio condanna il deputato berlusconiano, Palazzo Madama salva clamorosamente il collega democrat. Nel segreto dell’urna una serie di voti anonimi, probabilmente almeno in parte del Partito democratico, si schiera con il senatore (peraltro recentemente assolto da ogni accusa). 

Nel settembre 2011 è la volta di Marco Milanese, deputato pidiellino ed ex braccio destro del ministro Giulio Tremonti. Stavolta la Camera nega l’arresto. A difesa del deputato ci sono gli esponenti della maggioranza di centrodestra. Ma a fine giornata si contano una decina di franchi tiratori. Sono pidiellini che approfittando dell’anonimato votano assieme all’opposizione. Per fortuna di Milanese – salvato per una manciata di voti – non risultano determinanti.

Giugno 2012. L’Aula del Senato torna a fare i conti con una richiesta di arresto. Stavolta tocca a Sergio De Gregorio, indagato nell’inchiesta sui fondi pubblici all’Avanti, per il quale la procura di Napoli ha chiesto i domiciliari. Contrariamente a quanto deciso dalla giunta per le elezioni e le immunità, Palazzo Madama boccia la richiesta di arresto. Anche stavolta l’unico partito ufficialmente contrario è il Pdl. E anche stavolta nel segreto dell’urna si registrano diversi voti in “libera uscita”. Nel Partito democratico si apre un caso, la capogruppo Anna Finocchiaro alza la voce contro i franchi tiratori. «Chi ha votato contro l’arresto del senatore De Gregorio coprendosi con il voto segreto ha assunto su di sé la responsabilità di contribuire, proprio in questo momento, a screditare e umiliare il parlamento e la politica». De Gregorio, soddisfatto, riconosce gli anonimi sostenitori. «Ringrazio i colleghi del mio gruppo e altri che non conosco: non mi aspettavo un sostegno così forte». Diverso destino, pochi giorni dopo, per il senatore Luigi Lusi. A fine giugno 2012 il Senato autorizza la concessione delle misure cautelari per l’ex tesoriere della Margherita. I franchi tiratori? Nessuno. Per la prima volta nella storia repubblicana, la votazione viene svolta a scrutinio palese. 

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