Il Pd discute del congresso e Letta vola in America

Ieri era al Colle, domani Oltreoceano

Mentre il Partito democratico discute le regole del congresso, Enrico Letta sale al Quirinale per illustrare al presidente della Repubblica l’azione del suo governo. Il presidente del Consiglio non si affaccia nemmeno all’Auditorium della Conciliazione, dove da ieri pomeriggio è in corso l’assemblea del Pd. Una scelta legittima, forse persino opportuna, che il premier ha voluto chiarire con una lettera aperta. 

«Non parteggerò per nessuno dei candidati in campo», ha spiegato. «E mi impegno sin d’ora a relazionarmi col segretario eletto, chiunque sia, con rispetto e unità di intenti». Il messaggio è fin troppo chiaro. Enrico Letta è stufo dei retroscena «più o meno maliziosi» che lo riguardano ormai da qualche settimana. Ma soprattutto non vuole rimanere impelagato nelle polemiche interne al Pd. Lo scontro tra correnti che accompagnerà il percorso di avvicinamento all’elezione del nuovo segretario può rappresentare un rischio. Del resto lo stesso Letta ieri mattina non ha nascosto che in assenza di «stabilità politica», difficilmente l’esecutivo potrà realizzare gli impegni assunti. Un riferimento alla nuova strategia del Popolo della libertà, deciso a tenere alta la tensione sul governo fino al rischio di una crisi. Ma anche, probabilmente, un messaggio interno al Partito democratico. 

Le continue frecciate che Matteo Renzi rivolge all’esecutivo hanno iniziato a infastidire Letta. Anzi, si racconta che tra i due i rapporti si siano piuttosto raffreddati, per non dire di peggio. ln particolare il premier non avrebbe gradito quell’invito a “occuparsi dei problemi dell’Italia, non delle seggiole”, che il sindaco di Firenze gli ha rivolto in una recente apparizione a Porta a Porta (e ribadito ieri sera in un’intervista a Otto e mezzo). 

Certo, i principali rischi per il governo sono legati ai temi economici. Sarebbe sbagliato e scorretto pensare che il primo pericolo per l’esecutivo sia direttamente riconducibile al congresso del Partito democratico. A Palazzo Chigi si guardano con timore l’aumento dell’Iva e la presentazione della legge di Stabilità. Dossier complessi su cui il centrodestra – a maggior ragione dopo le ultime vicende sulla decadenza di Berlusconi – è intenzionato a dare battaglia. Rendendo la vita del governo difficile, se non impossibile.

Eppure le primarie del Pd continuano a rappresentare un’altra fonte di preoccupazione. Se a spuntarla sarà Matteo Renzi – ipotesi al momento più che probabile – il percorso delle larghe intese sembra destinato a interrompersi. Ecco perché il dibattito sulla data del congresso diventa fondamentale anche per la continuazione dell’esperienza di governo. «Enrico le primarie le vorrebbe celebrare nel 2018» scherzava ieri pomeriggio all’Assemblea Pd un esponente bersaniano. Alla fine, come anticipato dal segretario Guglielmo Epifani, per evitare il rischio di ulteriori tensioni, il congresso si dovrebbe tenere l’8 dicembre. Un compromesso per non scontentare nessuno (che pure sembra aver mandato su tutte le furie i renziani, ieri sera palesemente infastiditi per la scelta).

È un dibattito da cui Letta si è tenuto volutamente distante. «Siamo orfani del nostro presidente del Consiglio» sorridevano alcuni deputati durante l’assemblea. La distanza tra il premier e le polemiche precongressuali è tangibile. Nelle ore in cui il partito ascoltava la relazione di Epifani, Letta era al Quirinale per fare il punto della situazione con il Capo dello Stato. Mentre i renziani commentavano con i giornalisti la possibile data delle primarie, il premier assicurava al presidente Napolitano l’intenzione del governo di “giocare all’attacco”. Un esecutivo deciso a non farsi logorare dalle dispute politiche di queste settimane e intenzionato a realizzare gli impegni assunti davanti al Parlamento.

Una scelta studiata e annunciata, che pure non ha evitato qualche malumore. Tra i più infastiditi per l’assenza di Latta, raccontano, ci sarebbe l’ex segretario Pierluigi Bersani. A Palazzo Chigi se ne faranno una ragione. In seguito a una crisi di governo, non è escluso che Letta possa sfidare Renzi come candidato premier nelle prossime primarie di coalizione. Ecco allora che il passo indietro di questi giorni potrebbe tornare utile anche in campagna elettorale. Letta avrebbe buon gioco a presentarsi come il candidato lontano dai veleni della politica e dalle polemiche di partito. Insomma, quello che mentre il Pd si lacerava in noiosi dibattiti su statuti e regolamenti, era impegnato a lavorare per il futuro dell’Italia.

L’immagine è fin troppo evidente e si materializza proprio in queste ore. Mentre il Partito democratico celebra l’assemblea nazionale a via della Conciliazione, Enrico Letta è pronto a partire per il Nord America. Un lungo viaggio che da domani lo porterà in Canada e negli Stati Uniti per rilanciare l’immagine del governo e del Paese. Lontano migliaia di chilometri – e non solo sulla cartina geografica – dalle beghe di Palazzo.

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