Prontuario per giornalisti culturali alle prime armi

Guida ibrida, metanarrativa e definitiva

Nelle redazioni dei giornali, i tempi delle recensioni si fanno ogni giorno più risicati. Per cercare di aiutare chi si trova a imparare in fretta il mestiere del critico culturale, che sia per la carta stampata o per il web, ho messo a punto un piccolo repertorio di aggettivi da inserire in modo assolutamente arbitrario e personale all’interno degli articoli.

Il primo è carsico. Si può dire di movimenti artistici, di poetiche astruse, si può comodamente usare nell’espressione “in modo carsico” a voler intendere “non so veramente come”. Si può anche descrivere un intero stile, “uno stile carsico” appunto, per definire un modo di scrivere sorprendente, inaspettato, ma soprattutto incomprensibile. Può essere utilizzato comodamente anche come intercalare, soprattutto nella forma avverbiale “carsicamente”. Es. “Come ti va oggi?” “Che dire? Carsicamente”.

La coppia connotativo/denotativo. Da usare indifferentemente anche se stanno a indicare concetti opposti. Ma da usare soprattutto se non si ha idea di cosa vogliano dire né la denotazione né la connotazione da un punto di vista della interpretazione stilistica. Se associati a parole come stile, linguaggio, poetica… sono sinonimi tanto di “unico” quanto di “rappresentativo”, di “particolare” quanto di “generico”, di “piano” come di “ruvido”.

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Definitivo. Se si riferisce a un articolo, può indicare un pezzo dopo il quale non si può più parlare di quell’argomento (Es: “l’articolo definitivo sul twerking di Miley Cyrus”). In genere il vero significato da occultare è “Siamo arrivati dopo tutti gli altri” oppure “Ecco il primo di una serie di articoli definitivi con i quali cercheremo di esaurire ogni interesse per quest’argomento”. Se invece si riferisce a un’opera – es: “il romanzo definitivo”, “l’album definitivo”, “il pezzo rap definitivo” – solitamente indica un testo che non si è fatto in tempo a leggere o un disco che non si è avuto modo di ascoltare nemmeno per due minuti. [Preferibile, se ci si vuole far notare nella giungla dei free-lance, al suo quasi-sinonimo fondamentale]

Incisivo. Aggettivo plastico per antonomasia. Da usare in ogni occasione possibile, associa a un apparente significante molto preciso un significato assolutamente vuoto. Molto utile quando non si sa di cosa si sta parlando ma non si vuole fare brutta figura o non si vuole offendere l’autore. Es: “Il primo tempo era molto incisivo, poi è un po’ peggiorato”. “Certo che XY ha una voce molto incisiva”. “Il finale è veramente incisivo”. Indispensabile quando ci viene chiesto un giudizio in una sola parola in calce alla recensione, o anche un virgolettato. In contesti da addetti ai lavori, si può sostituire con icastico.

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Suggestivo. Aggettivo onni-significante di tipo novecentesco. Aiuta a dare ornamento al ragionamento aggiungendo una patina d’antan. Utilizzabile in ogni contesto redazionale, dalle riviste letterarie a quelle di viaggi, risulta particolarmente funzionale se spostato di contesto: “La quiche con lo yogurt che vi presentiamo oggi è veramente suggestiva”. “Il nuovo dildo che recensiamo per voi è qualcosa di suggestivo”. Insieme al retrogusto vintage, si porta dietro anche un sottotesto sensuale: ideale se si fanno recensioni per rimorchiare.

Vertiginoso. Espressione utile quando non abbiamo le competenze per giudicare una certa opera. Capita spesso quando per esempio si deve recensire uno spettacolo di danza e non si è visto uno spettacolo di danza prima d’ora, o se si legge un romanzo ispano-americano contemporaneo e l’unico riferimento con quell’immaginario che si ha a disposizione è Zorro. Es: “un movimento di gambe vertiginoso”, “un colpo di scena vertiginoso”. Assolutamente intercambiabile con virtuosistico, grazie anche alla leggera omofonia tra le due parole.

Tragicomico. Da adoperare per mostrare la propria fedeltà aziendale e il proprio disprezzo per le vertenze sindacali, se non anche un certo spirito di crumiraggio. Molto funzionale se ci si vuole accattivare la simpatia del direttore della rivista per la quale si scrive o il committente dei pezzi in genere. Utilizzabile più volte anche all’interno dello stesso pezzo per marcare il proprio disincanto nei confronti della professione stessa del giornalismo culturale, della propria condizione di freelance, della mancanza di diritti sul lavoro. [Es: “Con uno stile tragicomico, il romanzo/il saggio di XY ci parla delle morti bianche per assideramento”].

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Virale. Originariamente sinonimo immaginativamente più sapido di contagioso, oggi può essere invece comodamente usato come sinonimo di esistente. Es: “un romanzo virale” è un romanzo che è stato scritto; oppure “un video virale” è un video che qualcuno ha pubblicato su YouTube.

Metanarrativo. In genere si dice di un romanzo o di un film, e sta a significare “troppo difficile da decifrare”. Si può usare quando di un libro si sono lette solo sei, sette pagine, o si è visto un film mentre si chattava su Whatsapp. È molto incoraggiante per l’autore.

Folgorante. Espressione-calco. Da usare quando si vuole cercare di mantenere buoni rapporti con gli uffici stampa attraverso un semplice copia-e-incolla delle schede di presentazione o delle quarte di copertina. Riferibile sia all’opera intera che a sue caratteristiche (Es: “È uscito il nuovo folgorante romanzo di XY”, ma anche il “folgorante uso della sintassi da parte di XY”). Se si ha il problema di dover scrivere molti pezzi, si può sostituire con quasi-sinonimi di progressiva intensità: bruciante, fulminante, ardente, infiammato, esplosivo, infuocato, bollente, caustico, arroventato, incandescente, cauterizzante.

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Magmatico. Da usare in caso si scrivano le recensioni per ottenere il consenso e/o l’invidia degli altri giornalisti culturali. È buona norma accompagnarlo nello stesso articolo – o addirittura nella stessa frase – con aggettivi e sostantivi omofoni. Es: “Caratterizzato da un’apoftegmacità, come di smegma magmatico”.

Rigoroso. Aggettivo utile quando si ha un complesso di inferiorità rispetto all’opera di cui si deve parlare, o perché non la si è capita o perché tutti ne hanno già parlato e invece non ce ne si è fatti ancora alcuna opinione. Da usare in modo direttamente proporzionale all’ignoranza dell’argomento e al proprio grado di sciatteria professionale [Es. Se non si ha voglia di leggersi neanche la voce su wikipedia, si può dire “un progetto filmico rigorosissimo”]. Molto spendibile quando si devono recensire film in concorso alle mostre o libri in finale a qualche premio.

Poroso. Fa parte degli aggettivi salva-recensioni. Come levigato, suadente, rastremato, grazie alla capacità di evocazione sensoriale, riesce a infondere in chi legge una sensazione di benessere, esimendo il recensore dal dover emettere un giudizio (e il lettore dal doverselo formare), o anche – in un buon numero di casi – di dover parlare di qualcosa. Particolarmente utile se si fanno recensioni per i femminili.

Pervasivo. Aggettivo molto efficace se si vuole sembrare degli intellettuali attenti al sociale o addirittura impegnati politicamente. Chi lo adopera ha l’aria di sottintendere che ha presente, dell’opera di cui sta parlando, tutto il contesto socio-politico in cui l’opera è stata realizzata, ma che non ne fa cenno nella recensione solo per problemi di spazio. Perfetto per giornali di sinistra, o per fare carriera come giornalisti non-marchettari.

Ibrido. Sinonimo di “fico”, “stiloso”. Utilizzabile quando per ragioni di pigrizia o di convenienza, non si vogliono pronunciare giudizi di merito, ma non si vuole passare per banali. Può essere associato a opere del tutto sperimentali come alle peggiori cafonate, senza pericolo di risultare fuori luogo. Se ci si vuole concedere una vezzosità, si può utilizzare il sinonimo savianesco.  

Twitter: @christianraimo

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