Seat Pagine Gialle in macerie, a 16 anni dalla vendita

La privatizzazione sbagliata

È ormai da dieci anni che il gruppo Seat Pagine Gialle continua ad annaspare. A fine luglio sono state ammesse al concordato preventivo in bianco Seat PG e Seat PG Italia, mentre nel corso dell’assemblea chiamata ad approvare la semestrale (in perdita per 1 miliardo) il consiglio d’amministrazione ha dato mandato agli avvocati Fabio Franchini ed Ettore Negro di capire se ci siano elementi per un’azione di responsabilità nei confronti degli ex amministratori e sindaci. A loro volta, alcuni investitori istituzionali hanno incaricato Davide Contini e Luca Dezzani dello Studio Grimaldi per tutelare i loro interessi. Il gruppo Nuovo Mille, con gli avvocati Ugo e Nicola Scuro, ha promosso una class action. Il commercialista Stella D’Atri rappresenta i piccoli risparmiatori. Circa 300mila, i veri perdenti in questa partita finanziaria zeppa di conflitti d’interesse. 

La due diligence dello Studio Franchini non arriverà prima di tre mesi, ma l’ex cda si è già messo al sicuro un anno fa ottenendo una manleva, che comprende anche i sindaci, sull’operato a partire dal 2009. Una misura che è stata oggetto, nel giugno 2012, addirittura di un’interpellanza da parte del senatore Pdl Stefano De Lillo. La Procura di Torino, intanto, lo scorso febbraio ha aperto un fascicolo sulla vicenda come atto dovuto. 

«Noi siamo arrivati a fine ottobre (2012, ndr) e nessuno avrebbe immaginato una situazione di dissesto di questo genere, che dopo due mesi ci ha portato ad accedere alla procedura di concordato», ha dichiarato recentemente Guido De Vivo, presidente di Seat PG. Il riferimento è agli effetti delle svalutazioni, che ha mandato in rosso per 968 milioni il patrimonio netto della società, positivo per 710 milioni di euro a settembre 2012. Un fulmine a ciel sereno?

Un passo indietro. Correva l’anno 1997, e l’allora direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, metteva in vendita la Seat, di proprietà della Stet – l’emanazione dell’Iri che si occupava di telecomunicazioni – scindendola dal gruppo Telecom Italia. Bain Capital (fondata da alcuni ex manager di Bain & Co tra cui Mitt Romney, ex candidato repubblicano alla presidenza Usa), assieme ad altri investitori riuniti nella holding Ottobi, promossa dalla Comit (composta da De Agostini Bain Capital, Bc Partners, Abn Amro, Cvc Capital, Investitori Associati, Sofipa) rileva il 61,2% di Seat. Nel 1998 Ottobi si fonde con Seat in Seat Pagine Gialle. Come ha ricordato Bloomberg, fu Gianfilippo Cuneo, ex McKinsey che ha portato in Italia Bain & Co., a intermediare l’acquisto da parte di Mitt Romney. Ottenendo per la sua Investitori Associati un ritorno pari a 28 volte l’investimento iniziale. Un’operazione grazie alla quale nel 1999 i soci intascano un dividendo iperbolico: 1.700 miliardi di lire.

Bruscolini rispetto ai 6,7 miliardi di euro cash sborsati dalla Telecom Italia di Gnutti e Colaninno – azionisti di minoranza di Seat – nel 2000 per fondere le due compagnie. Nel 2003 la botta finale: Telecom Italia Media rimane sotto il controllo di Telecom, mentre Seat passa a Spyglass, cordata in cui troviamo ancora Cvc, Bc Partners e Permira. Per il 61,5% di Seat mettono sul piatto 960 milioni di equity, ma scaricano sulla società debiti per 2,2 miliardi. Di questi, 1,7 miliardi saranno ripagati parzialmente da un altro maxidividendo, stavolta da 3,5 miliardi, distribuito nel 2004. Non basterà: dal 2003 a oggi i fondi hanno perso 700 milioni. L’occasione per vendere di nuovo tutto si palesa nel 2005, il pretendente è Blackstone, ma l’accordo non andò mai in porto. 

Nel 2003 fu la società di consulenza Bain & Co. a fare la due diligence per conto dei fondi. Così come per l’aumento di capitale da 200 milioni del 2009, il bond da 650 milioni emesso nel 2010, e infine per il piano di ristrutturazione del 2011-2012, seguito direttamente da Andrea Buonomo, che aveva già lavorato in passato con Vincenzo Santelia, attuale amministratore delegato ed ex numero uno di Bain & Co. in Olanda. 

Il presidente Guido De Vivo – che figura tra i manager del fondo di private equity Progressio Sgr (ex azionista rilevante di Moncler, ndr) assieme a Giovanni Cagnoli, capo di Bain & Co. e azionista di minoranza di Seat – è stato invece membro del comitato istituito da alcuni sottoscrittori del bond Lighthouse, per tutelare i loro interessi. Il bond da 1,3 miliardi, emesso nel 2004, è stato convertito in azioni l’estate scorsa per 1,23 miliardi, mentre altri 65 milioni sono stati trasformati in senior bond e distribuiti pro quota agli obbligazionisti Lighthouse. Una mossa prodromica alla riduzione del debito da 2,7 a 1,5 miliardi e soprattutto al riscadenziamento a cinque anni dei pegni con le banche, contestuale alla creazione della newco Seat Pagine Gialle Italia, in cui sono stati conferiti gli asset di Seat Pagine Gialle, che ora è soltanto una holding.

Poi sono arrivate le svalutazioni monstre sugli intangibili, stimati in precedenza a 1,4 miliardi. Dopo la correzione di quella che parrebbe essere stata una forte svista al rialzo del valore del database, la società è andata a gambe all’aria la società e si è vanificato il piano industriale, che prevedeva 2-3 anni di tempo per ristrutturare il debito e provare a vendere le attività non strategiche – la più pregiata delle quali è la controllata tedesca Telgate – che però sono in vetrina ormai dal 2009.

A Bain & Co. sono andate commissioni per circa 15 milioni per il bond Lighthouse, mentre per la stesura del piano industriale tutti gli advisor hanno incassato complessivamente 90 milioni di euro. Domanda: come hanno fatto i Bain boys a non accorgersi di quello che stava succedendo? La società non commenta ufficialmente, ma fonti vicine al top management spiegano che De Vivo e Santelia non hanno mai avuto accesso ai numeri, ma soltanto alle linee guida strategiche, approvate dal professor Lorenzo Pozza dello studio Provasoli.  

Ora che di Seat è rimasto ben poco, l’imperativo categorico è vendere, e in fretta. Al 30 giugno i debiti commerciali sono pari a 150 milioni. Dunque nel limbo non ci sono soltanto gli azionisti/obbligazionisti, ma anche i fornitori. Vittime di una delle più clamorose operazioni di distruzione di valore d’Italia. Una storia da tenere bene a mente, quando si parla di dismissioni del patrimonio pubblico. 

Twitter: @antoniovanuzzo

Non si interrompe un’emozione, figuriamoci la Soncini!

X

Linkiesta senza pubblicità, per gli iscritti a Linkiesta Club

Iscriviti a Linkiesta Club