Scandalo Nsa, un domino che non si arresterà presto

Dagli Usa alla Russia. E non è tutto

Il presidente russo Vladimir Putin, appena valutato da Forbes come l’uomo più potente del mondo, di questo ultimo sviluppo della “guerra delle spie” avrebbe fatto volentieri a meno. La notizia che al G20 di inizio settembre, tenutosi a San Pietroburgo, la Russia ha cercato di spiare i leader stranieri (regalando chiavette usb e cavi per la ricarica che in realtà erano apparecchi per le intercettazioni) ha rimesso il Cremlino al suo posto: allo stesso livello di tutti gli altri Stati. Almeno in quanto a spionaggio.

Dopo l’esplosione del Datagate, la Russia aveva assunto un atteggiamento molto critico nei confronti degli Stati Uniti e delle sue operazioni di intelligence. Il portavoce del presidente Putin, Dimitri Peskov, dichiarò  proprio al G20 di San Pietroburgo che le attività di spionaggio elettronico della National Security Agency (Nsa) americana sono «assimilabili al terrorismo». Parole che suonano quasi ridicole ora che è emerso come, proprio nelle stesse ore, gli 007 russi stessero cercando di spiare i capi di Stato e governo ospiti.

Nello spionaggio non esistono “i buoni” che si muovono in modo più corretto degli altri. Ed era chiaro fin da subito che un ex Kgb diventato presidente di una delle maggiori potenze spionistiche del mondo non poteva dichiararsi più immacolato degli altri. Anche l’asilo temporaneo offerto alla “talpa” Edward Snowden stride in modo evidente con la condanna a cinque anni per l’attivista-blogger Alexei Anatolievich Navalny e, in generale, con la linea dura su chiunque provi a indagare sugli affari del Cremlino.

Esplosa la questione delle intercettazioni al G20 il governo Russo ha provato a minimizzare e negare. Il portavoce Peskov è arrivato a sostenere che si tratta di «un chiaro tentativo di sviare l’attenzione da un problema realmente esistente, l’attività di spionaggio Usa». Il che, secondo diversi esperti di intelligence, è molto probabile, specie se si considera che dal G20 sono passati due mesi e la notizia è emersa solo ora. L’aspetto interessante è che il tentativo di sviamento sia partito dall’Europa e non dagli Stati Uniti (e non sembra che “l’imbeccata” arrivi da oltre Oceano).

 

Una possibile spiegazione è che adesso siano più interessati i governi europei, rispetto a quello americano, a far parlare il meno possibile del Datagate. Specialmente dopo le dichiarazioni del capo della Nsa, Keith Alexander, secondo cui «non abbiamo raccolto noi le informazioni sui cittadini europei ma questi dati erano forniti dai nostri partner Ue». I governi nazionali che più hanno strepitato in questi giorni – Germania e Francia in primis – si troverebbero in imbarazzo verso i propri cittadini se queste affermazioni venissero confermate. «Non ci sarebbe niente di strano – dice Stefano Mele, coordinatore dell’Osservatorio “InfoWarfare e Tecnologie emergenti” dell’Istituto Italiano di Studi Strategici – se i servizi europei avessero passato informazioni a quelli americani. È una prassi naturale. Anche guardando alla storia, sono molteplici i casi in cui un Paese è stato avvisato da servizi stranieri alleati di quanto stava succedendo in casa sua. Spesso a dare informazioni agli altri sono proprio gli Stati Uniti».

Un’altra teoria, più complicata e con meno sostenitori tra gli analisti di relazioni internazionali, è che nel prossimo futuro saranno proprio Unione europea e Russia ad arrivare ai ferri corti, specialmente per la questione Ucraina. «Secondo me la cosa più probabile è che questo sia un tentativo dell’Europa di coinvolgere la Russia in quanto sta succedendo», prosegue Mele. «Non aveva senso che, nel momento in cui diventa noto all’opinione pubblica che tutti spiano tutti, il Cremlino rimanesse fuori dai giochi». 

La grande attenzione mediatica che sta suscitando il Datagate potrebbe essere usata dagli Stati – questo è l’auspicio di alcuni specialisti dell’Onu – per trovare delle regole comuni. «Ora come ora – spiega ancora Mele – se io spio gli altri va bene, ma se gli altri spiano me è reato. Vista la straordinaria evoluzione tecnologica degli ultimi anni è sempre più necessario trovare un accordo tra tutti, altrimenti rischiamo di rimanere nel Far West. Proprio per questo – conclude – poteva esserci interesse da parte della Ue a diffondere le notizie sulle attività di spionaggio della Russia al G20. Per portarli al tavolo negoziale in condizioni di parità con gli altri soggetti coinvolti».

Guardando all’evoluzione dello scandalo intercettazioni, finora, si ha la sensazione di un domino dove ogni tessera che cade fa in modo di abbatterne un’altra. Già l’origine stessa del caso, secondo alcuni esperti, è una reazione al deterioramento dei rapporti tra Usa e Cina dovuto al tema del cyber-spionaggio industriale cinese. Messa alle strette la potenza orientale avrebbe fatto emergere al momento opportuno il Datagate, mettendo in difficoltà Obama e gli Stati Uniti. In poco tempo lo scandalo ha attraversato l’Atlantico ed è arrivato in Europa. Qui ogni Stato ha sfruttato la questione per il proprio tornaconto – si fanno più insistenti le voci su un coinvolgimento dei servizi francesi nella diffusione della notizia sul cellulare della Merkel intercettato dalla Nsa –, anche in funzione “anti-americana”. Ma quando dagli Stati Uniti (dove pure il Datagate viene usato anche a fini di politica interna) è arrivata la controreplica sulla complicità dei servizi europei, ecco che viene coinvolta la Russia. E il giro di rivelazioni potrebbe ricominciare o allargarsi ad altri Stati, almeno fino a che non verrà stabilito un minimo di regole condivise e le attività dei servizi segreti non torneranno ad essere, per l’appunto, “segrete”.

Twitter: @TommasoCanetta

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