Europa in bilicoAgli Stati europei serve una strategia per i loro 007

Finora è mancata la visione politica

È con l’imbarazzo di chi è arrivato tardi a capire una cosa per altri ovvia che diversi Stati europei si trovano a riconsiderare il ruolo dei propri servizi segreti. Il Datagate – lo scandalo delle intercettazioni della Nsa, nato dai documenti trafugati dall’ex analista Cia Edward Snowden – in principio aveva colpito soprattutto gli Stati Uniti, accusati di spiare i propri cittadini e i propri alleati. Ma da fine ottobre, da quando le Monde ha pubblicato una nuova ondata di rivelazioni della “talpa” Snowden, le polemiche hanno infiammato il vecchio continente.

Secondo le recenti fughe di notizie, sono 70 milioni le telefonate che la Nsa ha tracciato in Francia. In un mese. In Italia 46 milioni, in Spagna 61 milioni, in Germania 361 milioni. Anche il Vaticano era sotto controllo. I governi degli Stati spiati hanno reagito con diverse sfumature di indignazione, accusando gli Usa di comportamento scorretto nei confronti dei propri alleati e minacciando ritorsioni. In particolare alcuni politici europei – in primis il presidente dell’Europarlamento e prossimo candidato a presidente della Commissione europea per il partito socialista, Martin Schulz – hanno ventilato l’ipotesi di sospendere i negoziati con gli Stati Uniti sulla creazione di un accordo di libero scambio tra le due sponde dell’Atlantico (il Tafta, Transatlantic Free Trade Area).

A peggiorare una situazione già tesa è poi scoppiato lo scandalo del cellulare del cancelliere tedesco Angela Merkel, spiato da anni dai servizi segreti americani. Il presidente americano Obama ha negato di esserne al corrente ma è stato smentito dalla sua stessa intelligence. Ora la Germania ha assunto una linea molto critica nei confronti degli Stati Uniti e in questi giorni da un lato si sta muovendo per raccogliere la testimonianza di Snowden, attualmente rifugiato con diritto di asilo in Russia, dall’altro all’Onu ha appena presentato insieme al Brasile la richiesta di una risoluzione per il diritto alla privacy nell’era digitale.

Ma non è solo la questione Datagate che incrina il rapporto tra gli Usa e la Germania. Nell’ultimo rapporto semestrale del Tesoro americano si attacca duramente la politica economica di Berlino: dipende troppo dall’export e troppo poco dalla domanda interna, col risultato di esportare deflazione non solo in Europa ma in tutto il mondo. Anche a queste critiche la Germania ha risposto con fastidio, definendole “incomprensibili”. Forse proprio le questioni economiche della prima economia europea – che sta attraversando una fase di ripensamento strategico, con alcune voci che consigliano di guardare più a est che a ovest – sono la ragione per cui l’intelligence americana ha dedicato particolare attenzione a quel che succedeva (e succede) a Berlino.

Spettatori interessati di questa crisi sono, in particolar modo, la Cina e la Russia. La prima, da alcuni considerata l’origine stessa di questo scandalo, vede con sollievo che il Datagate ha distolto l’attenzione dalla questione del cyber-spionaggio industriale portato avanti dalla Repubblica Popolare. La Russia approfitta dell’imbarazzo degli Usa e delle divisioni dell’Europa per rafforzare la propria posizione strategica. Anche se, dopo le rivelazioni su come il Cremlino stesse spiando i leader del G20 ospiti a San Pietroburgo, molto del vantaggio mediatico guadagnato concedendo l’asilo a Snowden è andato disperso.

Quanto agli Stati Uniti, i servizi americani hanno risposto alle critiche di Washington – la questione Nsa viene usata anche per dei regolamenti di conti interni ai vertici delle istituzioni Usa – negando di aver preso iniziative autonome ma di aver solo rispettato le decisioni prese dai politici. Anche le attività di raccolta dati svolte all’estero sarebbero sempre state concordate con gli alleati. Ketih Alexander, direttore della Nsa, ha dichiarato che «non abbiamo raccolto noi le informazioni sui cittadini europei ma questi dati erano forniti dai nostri partner Ue». Un recente scoop del Guardian sembra confermare che gli Stati europei fossero al corrente di quanto stava accadendo: da alcuni documenti riservati emerge, ad esempio, che i servizi inglesi (l’Inghilterra ha un sistema analogo al Prism Americano, chiamato Tempora) stessero aiutando quelli tedeschi ad aggirare la stringente normativa nazionale che limitava le loro capacità – definite dagli 007 inglesi “straordinarie” – di raccogliere e analizzare immense quantità di dati. Collaborazioni analoghe ci sarebbero state tra i servizi del Regno Unito e quelli Francesi, Spagnoli e Svedesi. Le nuove carte contengono poi aspre critiche ai servizi italiani, Aise e Aisi, accusati di essere frammentati,  incapaci o non disposti a collaborare anche – e questa per i cittadini italiani potrebbe essere una buona notizia – per via di “ostacoli legali” che avrebbero impedito l’accordo.

Gli “alleati” europei ora devono fronteggiare le proprie opinioni nazionali. Dovranno spiegare quanto sapevano, quanto hanno taciuto, perché – se sapevano – hanno finto indignazione e che livello di connivenza esisteva con le intercettazioni a strascico della Nsa. Ma, cosa forse più importante anche se meno percepita a livello di opinione pubblica, dovranno anche riconsiderare le proprie scelte strategiche di fondo in quanto a servizi segreti. È emerso in modo evidente da questo scandalo che le intelligence nazionali dei vari Stati dell’Unione europea – esclusa l’Inghilterra, per cui vale un discorso a parte – difettano di un chiaro indirizzo politico-strategico.

«Tutti in Francia sapevano quel che stava succedendo», dice Eric Denécé, direttore del Centre Français de Recherche sur le Renseignement ed ex intelligence francese, alle spalle operazioni con la guerriglia anticomunista in Cambogia e di controguerriglia in Birmania. «Si sapeva che la Nsa stava intercettando qualsiasi cosa. Se anche emergesse una nuova rivelazione alla settimana il quadro non cambierebbe: gli Usa spiano tutti e tutto. Dopo l’11 settembre, in particolar modo, la Nsa è diventata paranoica, c’è stata una reazione eccessiva. Con l’enorme quantità di soldi e capacità che hanno a disposizione, gli Stati Uniti hanno creato un sistema antidemocratico – spiano i loro stessi cittadini – e volto a salvaguardare l’egemonia americana a livello globale. Vogliono rimanere la prima potenza e non si fidano molto nemmeno dei propri alleati europei, preferiscono origliarne le conversazioni. Mi sembra grave che, a fronte di questa situazione gli Stati europei non abbiano una loro strategia autonoma».

Girano voci secondo cui in realtà la Francia si starebbe muovendo in autonomia in questo scandalo. La notizia del cellulare della Merkel, secondo alcuni esperti, sarebbe stata fatta emergere dall’intelligence francese allo scopo di indurire le posizioni della Germania a proposito del Tafta. «Assurdità», le bolla Denécé. «Gli attuali politici francesi sono i più filo-americani della Storia, anche quelli socialisti. Non è plausibile che abbiano avuto abbastanza coraggio da opporsi agli Usa con una mossa di questo tipo. In Francia, come anche in Italia e in molti altri Stati europei, non c’è proprio la visione strategica. Invece io penso che dovremmo approfittare del Datagate come pretesto per rafforzarci e opporre una nostra linea a quella americana», conclude Denécé.

«Sicuramente si andrà in questa direzione», afferma Claudio Neri, direttore dell’Istituto italiano di studi strategici. «Il Datagate è stato uno shock per i servizi segreti nazionali. Prima solo loro sapevano quel che stava succedendo, ora è diventato pubblico. Di qui lo shock. La reazione sarà probabilmente andare verso un rafforzamento delle intelligence nazionali. Non penso che si possano strappare chissà quali concessioni agli Stati Uniti: già condividono molti dati con i nostri servizi su singole questioni, non penso che si possa arrivare ad un flusso informativo costante dalle loro agenzie alle nostre. Snaturerebbe la funzione dell’intelligence. Al massimo saranno più disponibili a passarci qualche informazione, ma sempre su singoli casi, non di più».

Il potenziamento dei servizi segreti non è qualcosa che si ottiene immediatamente. «Le intelligence europee devono rafforzare – prosegue Neri – i servizi di raccolta e analisi delle informazioni. In questo ambito sei tanto più importante quante più informazioni hai. Se diventassimo noi per primi più potenzialmente utili agli Stati Uniti potremmo trattare con loro da una posizione di maggior forza. Per farlo servono risorse: investimenti economici e persone capaci messe nei posti giusti. Un’operazione che potrebbe essere portata avanti nell’arco di un quinquennio, il tempo necessario ad acquisire le strumentazioni e a selezionare il personale».

Le persone sono probabilmente l’elemento più importante. «Noi ora stiamo discutendo moltissimo di spionaggio elettronico – spiega ancora Neri – ma bisogna ricordare che questo è un supporto alle humint (human intelligence, cioè il fattore umano), che sono quelli che sul campo fanno materialmente attività di intelligence e raccolta informazioni. Ovvio che non possiamo raggiungere il livello degli Stati Uniti, la ricerca che loro finanziano è di un altro mondo rispetto alle nostre capacità. Ma del resto loro devono affrontare esigenze globali, l’Italia e la maggior parte degli Stati europei solo regionali».

L’Unione europea non è ancora al livello di riunificare le diverse intelligence nazionali per farne una unica. «E non avrebbe senso. Fino a che non c’è un unico governo europeo, ogni Stato nazionale avrà la sua intelligence. Al massimo si potrebbe creare una intelligence europea, in aggiunta rispetto a quelle esistenti nei vari Stati membri. Ma il problema non è questo. Si sta parlando moltissimo di intelligence, che è uno strumento, e della raccolta dati informatica, che addirittura è lo strumento di uno strumento. Si tralascia il dato vero che sta emergendo da queste continue rivelazioni: che gli interessi delle due sponde dell’Atlantico si vanno disaccoppiando. L’Europa deve decidere come collocarsi nel mondo, se stare ancora in una relazione speciale con gli Usa o meno. E non c’entra tanto lo “switch” da Mediterraneo e Golfo a Pacifico, annunciato dagli Stati Uniti, quanto la debolezza dell’Europa. Dovremmo essere più forti e capaci di offrire una sponda robusta all’America – conclude Neri – altrimenti Washington con noi giocherà sempre al divide et impera».

Twitter: @TommasoCanetta

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