Dopo Scelta Civica e il Pdl, si spaccherà anche il Pd

L’autunno caldo di Letta

Non c’è settimana in cui Enrico Letta non sia costretto a saltare nei cerchi di fuoco da una politica in stato di campagna elettorale permanente; e così la natura placidamente inerziale del suo governo trova parziale giustificazione nel contesto gladiatorio in cui è immersa la grande coalizione all’italiana. Al presidente del Consiglio viene, non senza ragione, imputato un certo immobilismo, una tendenza al galleggiamento, ma vien fatto di pensare che il governo dell’acquitrino sia anche l’unico possibile nelle condizioni date e che insomma inerzia e torpidezza siano forme difensive. 

Come può un Parlamento in rissa permanente intorno al destino politico e giudiziario di Silvio Berlusconi impegnarsi in un percorso di riforme istituzionali condivise? Come può un governo delegittimato dagli stessi partiti della maggioranza che lo sostiene trovare la forza e l’autorevolezza di trattare in Europa nuove e migliori condizioni per l’Italia? Si dirà che Letta non ci prova nemmeno, e che in definitiva la sua forza risiede proprio nella capacità di governare e tenersi a galla nell’acquitrino. È un’impressione diffusa tra gli osservatori delle cose politiche ed è anche la ragione di una drammatica impasse che forse solo la riforma della legge elettorale potrebbe risolvere. Ma si torna al punto di partenza: come può un Parlamento che fa baruffa, diviso da interessi di potere tra loro inconciliabili, riformare anche soltanto la legge elettorale restituendo al paese un sistema che dia garanzie di governabilità?

Dopodomani il Senato voterà la decadenza di Berlusconi dal seggio senatoriale. L’esito della votazione appare scontato, sarà espulso. Meno scontata appare invece la reazione del Cavaliere. Forza Italia si prepara a una grande agitazione tra Piazza e Parlamento, ma il leader del centrodestra non ha ancora deciso se posizionare le sue truppe all’opposizione delle larghe intese o se invece mantenere ancora una posizione sostanzialmente ambigua, di lotta e di governo, tenendosi pericolosamente in bilico in attesa delle elezioni anticipate. Berlusconi, dopo la scissione di Alfano, non ha i numeri per far cadere il governo ma può iniziare una facile rincorsa verso le elezioni accarezzando per il verso giusto il serpeggiante sentimento antieuropeo che ha già fatto drizzare la barba populista di Beppe Grillo.

Berlusconi potrebbe trarre grandi vantaggi dalla scissione con Alfano cominciando da subito una campagna elettorale contro la moneta unica, ma senza correre il rischio di far cadere il governo. Questa ipotesi è percepita con allarme dall’interno del Partito democratico, dove Matteo Renzi si prepara a diventare segretario l’8 dicembre. Il giovane sindaco di Firenze capisce la portata del rischio: vedersi schiacciato sulla impopolarità sonnolenta delle larghe intese dalla irruenza comunicativa di Grillo e Berlusconi. E difatti già da adesso, nelle battute finali dello scontro congressuale interno al PD, tutte le anime del Partito democratico hanno assunto un atteggiamento critico nei confronti di Letta e del suo esecutivo. “Adesso il governo dovrà anche prendere le nostre idee”, ha detto Renzi.

Ma il momento della verità sarà dopo l’8 dicembre. Rischierà Renzi di essere assimilato al governo e a Letta, o piuttosto tenterà di separare il suo destino da quello del presidente del Consiglio? La cosa più probabile è che Renzi, dotato di gran fiuto politico, si prepari anche lui, come Grillo e Berlusconi, alle elezioni. E allora quale sarà la reazione dell’asse che unisce Enrico Letta a Giorgio Napolitano? Cederanno? O forse il Pd sarà subito attraversato da tentazioni scissionistiche che assomigliano alla meccanica che ha allontanato Alfano dal Cavaliere? La tentazione è evidentemente esplosiva. La Terza Repubblica sta malamente nascendo nella deflagrazione delle forze politiche rappresentate in Parlamento: si è decomposta Scelta Civica, si è spento e separato il Pdl. Ed ecco il dubbio che fa ribollire il sangue del vecchio gruppo dirigente di centrosinistra: che fine farà il Pd?