A caso letterarioBinge-reading

In barba al caso

Bentornati alla nuova puntata di A caso letterario, una malefica invenzione che mi farà perdere molte diottrie e altrettante ore di sonno. Come ormai saprete benissimo, più di un mese fa mi sono infilato in un bel roveto: dopo alcune confabulazioni con l’integerrimo Giulio D’Antona, ho coperto gli occhi con una pezza di fortuna e ho scelto, sempre a caso, tre libri dalle mie librerie di casa. Quello che proverò a fare adesso è costruire un discorso attorno a questi titoli, unendo le cose che hanno in comune e provando a dimostrare che un libro non ha nulla a che vedere con il significare ma è tale solo in connessione con altri libri e con i lettori che lo attraversano.

Dopo la seconda puntata di due domeniche fa, mia nonna mi ha chiamato dicendomi: «Beh, dai, te la sei sfangata anche questa volta ma, ricorda, la mia quasi centenaria esperienza mi ha insegnato che dopo due botte di culo sarebbe meglio non tentare più la fortuna». Allora le ho detto: «Grazie per la fiducia!» e, sudando freddo, ho pescato i tre libri che mi rovineranno. Eccoli.

Charles Dickens – Il Circolo Pickwick (Adelphi)

Elio e le storie tese – Vite bruciacchiate (Bompiani)

Fernando Pessoa – Il libro dell’inquietudine (Feltrinelli)

Col Circolo Pickwick mi è andata bene, visto che è uno dei miei libri preferiti di tutti i tempi. Un bel mattone scritto da un giovanissimo Dickens che fa talmente ridere che quasi ti vergogni a leggerlo in un luogo pubblico. Fun fact: la sua prima edizione è apparsa in dispense e ha venduto 40.000 copie, dando di fatto inizio al grande mercato editoriale moderno. Un po’ come quando il Milan comprò Lentini nel 1992 per 60 miliardi, tipo.

Vite bruciacchiate è l’ennesimo capolavoro degli Elio e le storie tese, un libro in cui i componenti del gruppo e tutto il loro entourage (39 persone, 39 teste benedette) raccontano un sacco di aneddoti sulla band e si abbandonano ai ricordi di una carriera musicale che ha cambiato la faccia della musica italiana per sempre e, come tutti noi possiamo vedere, non accenna a smettere di farlo. 

Il libro dell’inquietudine, infine, è una bella pera di tristezza sotto forma di diario di Bernardo Soares, alter ego di Pessoa, che snocciola una specie di autobiografia di lunghi pensieri e brevi aforismi. Quando facevo l’università a Bologna lo leggevano e lo citavano tutti, è un po’ l’equivalente dei Nirvana per i quattordicenni che si chiudevano in casa, sformavano i maglioni e si prendevano male. E dunque?

Dunque iniziamo. La parola del 2013 è “selfie”, o almeno così dicono. “Selfie” ha battuto, rispettivamente al secondo e terzo posto, “twerk” e “binge-watch”. E visto che noi qua a Linkiesta Cultura siamo degli underdog, parteggiamo proprio per il gradino più basso del podio, anche perché, effettivamente, è occupato dall’espressione più vicina alle nostre attitudini. Essendo “binge-watch” la terza parola dell’anno, non credo che ci sia il bisogno di spiegarla. La cosa interessante, però, è quello che il binge-watching implica. E cioè una pratica di destituzione della serialità. Una specie di rivincita dei nerd, una manciata di sabbia tirata negli occhi del potere costituito. Voi mi spezzate una meravigliosa narrazione in 22 puntate e, dunque, in 22 settimane? E io guardo le produzioni di Netflix o aspetto che la mettiate tutta in onda per farne indigestione, fottermi gli occhi e fare il fico agli aperitivi. 

Questa destituzione della serialità è tale, tuttavia, solo a partire da una serialità originaria. Non esiste il binge-watching di un film, e non tanto per l’inferiore durata quanto per la mancanza di una sovrastruttura da rompere e da livellare. Ecco che piano piano ci stiamo avvicinando a quello che hanno in comune questi tre libri. Andiamo per ordine.

Il Circolo Pickwick è lunghissimo – 1015 pagine l’edizione Adelphi – ma è uscito in 19 puntate nell’arco di 20 mesi, dal marzo del 1836 all’ottobre del 1837. Due stagioni televisive. Proviamo a immaginare una casalinga disperata dell’epoca, che non doveva neanche pulire casa, visto che aveva la servitù. Si trova tra le mani il primo fascicolo dell’opera (capitoli 1 e 2), li legge in un millisecondo divertendosi un mondo e, per i successivi 29 o 30 giorni si prende malissimo e vorrebbe ascoltare un disco dei Nirvana e fare il buco nella manica lunga del maglione per infilarci il pollice e accarezzare mestamente le corde di una vecchia Fender Mustang calante. E così via per quasi due anni. Un incubo. E allora, magari, nell’unico atto di ribellione della sua agiata vita, si accontenta per un po’ di leggere qualcos’altro, aspetta 20 mesi e fotte il sistema: un binge-reading del Circolo Pickwick che manco Arrested Developement. 

Anche Vite bruciacchiate è un libro che in qualche modo evoca la sua destituzione. È strutturato in un modo e ne reclama un altro. Impone una pratica e ne suggerisce un’altra. Le 39 parti che lo compongono non sono 39 capitoli ma 39 puntate autoconclusive, 39 standalone, per continuare con la metafora seriale. È un po’ come la domanda che attanaglia da generazioni i lettori di Topolino: leggo una storia al giorno per cinque giorni oppure tutte in un colpo solo e sto una settimana senza? 

Vite bruciacchiate è costruito per dirti: leggimi con calma, tanto non c’è continuity, sono talmente bello che non vuoi finirmi subito. Suggimi, centellinami. Poi, però, appena attacchi pagina 7 non riesci più a fermarti. Cara Bompiani, ci hai provato, furbina. Volevi farmi spalmare il mio investimento di quattordici euro in almeno un paio di settimane e invece no. Invece io voglio tutto. Tutto e subito.

Il libro dell’inquietudine, infine, è il classico libro da comodino. Uno zibaldone di rara depressione che occhieggia da vicino al letto e ti dice: hai voglia di piangere, eh? Hai voglia di comparare la mia desolazione con la tua e sentirti meglio per lo scarto abissale che ci divide (ehi, cara, c’è qualcuno che sta peggio di me!)? È una bella sensazione e, come tutte le belle sensazioni, più dura, meglio è. Anche il contenuto del libro istituisce questa pratica di lettura. Troppo dolore in una volta sola. Dai retta a me, assorbilo a rate, non gettarti nell’abisso. E invece le cose che dice sono talmente belle, e profonde, e toccanti da sgomitare con tutto questo e cambiare strada. Cambiare metodo. Iniziarlo e finirlo in un lungo, unico e continuo sospirone.

Perché, alla fine, la ribellione è solo questo: seguire le linee di rottura che si annidano dentro le decisioni che qualcun altro ha preso al tuo posto.