Martini “profeta” della Chiesa di Papa Bergoglio

Un testamento premonitore

«La Chiesa è rimasta indietro di 200 anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio?». Le parole postume del cardinale Carlo Maria Martini ebbero l’effetto di una scossa improvvisa nel cuore di una Chiesa stanca, cupamente ripiegata sugli scandali vaticani, guidata da un pontefice sempre meno in grado di gestire le lotte intestine al palazzo e tradito dalla sua stessa corte. Il 31 agosto 2012 il cardinal Martini, ex arcivescovo di Milano, a lungo una delle figure più autorevoli e rispettate della Chiesa moderna, moriva, dopo essere stato per molti anni osteggiato dalle gerarchie ecclesiali conservatrici che nel tempo avevano ormai preso il sopravvento. Quell’ultima celebre intervista, nata da una conversazione con un altro gesuita, padre Georg Sporschill, e con Federica Radice Fossati Confalonieri, risaliva a poche settimane prima della morte – cioè all’8 agosto – e quando venne pubblicata destò scalpore. Rilette oggi le parole di Martini, che allora parvero utopiche e lontane dalla realtà, assumono il senso della profezia o di chi non rinuncia all’analisi lucida fino agli ultimi momenti di vita. L’elezione di Jorge Mario Bergoglio al Soglio di Pietro rappresenta – a guardarla in questa particolare prospettiva – una sorta di risposta positiva da parte del sacro collegio alle critiche durissime rivolte all’istituzione da un uomo di Chiesa tanto autorevole quanto emarginato.

Fra la scomparsa dell’ex arcivescovo di Milano e l’elezione di papa Francesco passarono infatti solo pochi mesi, e indubbiamente la morte del cardinale fu uno dei fatti storici decisivi che precedettero il conclave. Non solo per il j’accuse finale rivolto alla sua Chiesa, m anche per via di quella folla straordinaria, 200mila persone, che sfilò davanti al feretro dell’ex arcivescovo nel Duomo di Milano, segno di una riconoscenza che attraversava il tempo e restava nella memoria collettiva di una città e di un Paese scosso da una crisi etica e sociale senza precedenti, e alla ricerca disperata di leadership in grado di rappresentare con giustizia i sentimenti e i bisogni collettivi. Roma in quelle ore apparve particolarmente lontana, per un momento la Curia vaticana si voltò verso il Duomo ma non riuscì a leggere il segnale che da quella folla compatta di credenti e non credenti, arrivava. 

Il gesuita Martini del resto era già stato protagonista del conclave del 2005 quando in un primo tempo guidò con decisione il dibattito del pre-conclave in una Chiesa comunque turbata dal vuoto lasciato da Giovanni Paolo II, quindi venne considerato un candidato al papato ma egli stesso si chiamò fuori. Poi evitò che lo scontro fra la candidatura di un altro gesuita, Bergoglio, già forte allora ma non ancora in grado di vincere, contro quella di Ratzigner, portasse alla paralisi e alla spaccatura. Martini mediò, si disse anche per evitare che altre personalità più conservatrici emergessero, e alla fine portò i voti dell’area liberal sul futuro Benedetto XVI per evitare lo stallo.

Ma cosa disse Martini in quell’ultima clamorosa intervista dell’agosto 2012? Precisò alcuni dei temi che sono stati poi al centro della predicazione di Bergoglio in questi mesi, solo che quando vennero enunciati parevano appartenere a una dimensione che il potere ecclesiale non poteva fare propria. «La Chiesa è stanca – diceva Martini – nell’Europa del benessere e in America. La nostra cultura è invecchiata, le nostre Chiese sono grandi, le nostre case religiose sono vuote e l’apparato burocratico della Chiesa lievita, i nostri riti e i nostri abiti sono pomposi. Queste cose però esprimono quello che noi siamo oggi?». Sembra di sentire una delle omelie pronunciate la mattina a Santa Marta da papa Francesco, in pochi mesi parole come queste non sono più una sorpresa, le dice il Papa.

«Il benessere pesa – aggiungeva Martini – noi ci troviamo lì come il giovane ricco che triste se ne andò via quando Gesù lo chiamò per farlo diventare suo discepolo. Lo so che non possiamo lasciare tutto con facilità. Quanto meno però potremmo cercare uomini che siano liberi e più vicini al prossimo. Come lo sono stati il vescovo Romero e i martiri gesuiti di El Salvador. Dove sono da noi gli eroi a cui ispirarci? Per nessuna ragione dobbiamo limitarli con i vincoli dell’istituzione». La necessità di spogliarsi della ricchezza e del potere burocratico della Chiesa, la pomposità dei riti, il bisogno di stare vicino alle persone: Martini elencava in rapida sintesi alcuni dei motivi cardine del malessere della Chiesa ripresi poi da papa Francesco, citava ancora il martirio di Romero – la cui causa di beatificazione è stata ora sbloccata – e poi chiedeva la conversione del papato e dei vescovi. E qui le similitudini diventano quasi una citazione letterale se nell’Esortazione apostolica Evangelii Gaudium, è Bergoglio a mettere per iscritto «la conversione del papato» suscitando sorpresa e qualche malumore fra i conservatori.

Ma il cardinale andava anche oltre e affermava: «I sacramenti non sono uno strumento per la disciplina, ma un aiuto per gli uomini nei momenti del cammino e nelle debolezze della vita. Portiamo i sacramenti agli uomini che necessitano una nuova forza? Io penso a tutti i divorziati e alle coppie risposate, alle famiglie allargate». E di nuovo la coincidenza con Bergoglio è quasi impressionante quando papa Francesco afferma che «la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa», e per questo «nemmeno le porte dei sacramenti si dovrebbero chiudere per una ragione qualsiasi». Non solo: proprio sulla famiglia, sulla sua trasformazione sociale e su come la Chiesa si misura oggi con essa, Bergoglio ha convocato ben due sinodi generali dei vescovi il primo dei quali si terrà il prossimo ottobre.

Il testamento dell’ex arcivescovo di Milano irrompeva dunque con fragore nel settembre del 2012 nelle acque stagnanti della Chiesa, la Curia romana si preparava intanto a celebrare di lì a poche settimane il primo processo penale da tempi ormai lontani. L’imputato era l’assistente di camera di Benedetto XVI, quel Paolo Gabriele trovato in possesso di documenti riservati e autografi di Ratzinger: uno dei più stretti collaboratori del Pontefice risultava essere l’autore di una fuga di notizie quanto mai clamorosa. Le quattro udienze del processo non chiariranno mai fino in fondo se Gabriele operava di concerto con altre persone e settori della Curia; e però tutto lascia intendere, compreso il rapido andamento del procedimento durante il quale si è evitato di indagare questo lato della vicenda limitandosi al problema del furto aggravato, che il ‘maggiordomo’ non agisse da solo o quanto meno fosse adeguatamente ispirato da interessati consiglieri.

Resta il fatto che lo stesso Ratzinger non si fidò del tutto della verità ufficiale e incaricò tre cardinali di sua fiducia (Jozef Tomko, Salvatore De Giorgi e Juliàn Herranz) di svolgere un’indagine parallela su quanto avveniva dentro la Curia, sulle lotte di potere, le cordate, i tradimenti, i traffici che vi si verificavano. La relazione dei tre è rimasta segreta tuttavia, come fu detto all’epoca, nessuno impediva ai tre porporati di comunicare i contenuti di quel documento in fase di pre-conclave. Non solo: Ratzinger consegnò successivamente quel testo a Bergoglio. In ogni caso dopo il processo, si arrivò al Natale del 2012, Benedetto XVI concesse la grazia a Gabriele, la vicenda si chiuse a fatica e di lì a poche settimane, era l’inizio di febbraio, il Papa annunciò le dimissioni.

Le newsletter
de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter