MilanoMilano, tutta la città in marcia

Sciopero dei mezzi al tempo della crisi

A Milano il lunedì mattina conti su di te. Cammini. Sgomiti, e passi col rosso. Non c’è tempo per lamentarsi o arrabbiarsi. Lo sciopero dei mezzi ha colto molti di sorpresa. Assuefatti alle manifestazioni del venerdì, in pochi se lo aspettavano a inizio settimana.

«Come sei arrivato in ufficio?», chiedi a un collega, già attivo da un bel pezzo, alle 11.00. «Normale, da Garibaldi. Stamattina ho camminato a piedi», risponde pacifico. E com’era? «C’era gente, sui marciapiedi, che camminava». A piedi, fiumi di gente sui marciapiedi. È esattamente quel che hai visto anche tu. La città stamattina non si è bloccata. Ci siamo messi tutti a camminare. 

Alle 10.00 di mattina, alla banchina di Corso Plebisciti le signore non si lamentano. Un’anziana con il cappotto e il berretto si rammarica solo di non aver fatto abbastanza in fretta da prendere una rara 61 che le è passata sotto il naso in Viale Romagna. Ma la cosa le dà fiducia. Qualche bus sta passando, e lo racconta agli altri.

Una quindicina di minuti dopo arriva una ragazza con gli stivali alti. Dà un occhio alla banchina, aspetta pochi minuti, poi con le mani affondate nelle tasche del giubbotto e il bavero alto, affronta il marciapiedi. Se lo mangia a falcate. Tum tum, una dopo l’altra.

Passa un pullman con la gente stipata a sardina. Si ferma, ma solo pochi riescono a salire. Giro di tacchi e in breve molti sono già in cammino. Succede tutto in silenzio. È strano. D’un tratto la gente si sblocca e inizia a camminare.

In Corso Italia uomini incravattati scendono dal taxi incolonnato, pagano, e proseguono a piedi. Riescono ad essere più veloci così. Le biciclette del servizio comunale si intrecciano alle auto in coda. Signore con il tailleur parlano animatamente al telefono mentre affrontano convinte le strade del centro.

In Piazza della Scala una quarantenne impellicciata sale con il motorino sul marciapiede. Nessuno la insulta. Si capisce, la sua lotta è la nostra lotta, perché ostacolarla? Vedi la stessa scena in piazzale Cordusio. La marmitta tocca il marciapiede. Ma vuoi mettere la soddisfazione di quell’uomo nell’aggirare il semaforo intasato?

L’italiano è bravo a farlo, ormai. Aggirare gli ostacoli senza lamentarsi. Uno dopo l’altro, man mano che si presentano. E i piccoli focolai di protesta che si accendono non sconvolgono più. Sono un piccolo fastidio come tanti, amplificato dalle tv.

Ci si aspettava che lo sciopero dei mezzi unito alle proteste dei forconi creasse disagio, enfatizzasse il malcontento generale. Città italiane messe a ferro e fuoco, avrebbero scritto i giornali domattina. Ecco la saldatura tra Forconi e lavoratori incazzati per l’ennesimo sciopero. E invece no. L’italiano semplicemente salta la pozzanghera e prova a sfangarla. C’è una settimana di lavoro da avviare. E si corre in ufficio, ognuno chiuso nella sua lotta, in un inusitato branco da marciapiede.  

I forconi sono già una battuta da bar in via dell’Orso. Entra un gruppo di idraulici, il proprietario li prende in giro. «Non siete alla Centrale a protestare? Non ve la passate così male allora».

Arrivi sudato il 16 dicembre in ufficio dopo una camminata di mezzora. Accendi il computer, tranquillo. Fiero del ritmo con cui hai camminato. I colleghi sono tutti presenti, ognuno con la sua mattinata di lotta alle spalle. Il pullman, il 16 dicembre 2013, è solo una delle molte cose di cui impari a fare a meno. Inizia la giornata di lavoro, e lo sciopero è già leggenda.

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