Riusciranno i maker a salvare l’artigianato?

IMPRESE E NUOVE TECNOLOGIE

Riusciranno i maker digitali e i nuovi designer dell’innovazione a salvare il tessuto dell’artigianato italiano trainandolo nel terzo millennio e oltre la crisi? Ieri se ne è discusso nell’affollato Teatrino di Villa Reale a Monza, dove si è tenuto l’incontro “Innovating with Beauty”, organizzato dalla Fondazione Bassetti in media partnership con Wired, per capire se la piccola impresa può essere trasformata dall’innovazione (non solo) tecnologica di maker e designer. I temi trattati sono stati moltissimi e si è talvolta avuta l’impressione che la carne al fuoco fosse troppa e che alcune questioni venissero discusse con una sfrontatezza un po’ naive. Ma, nonostante i soliti slogan ripetuti, fa una certa impressione, e bisogna renderne il merito agli organizzatori, sentir finalmente parlare in una sede istituzionale di economia della conoscenza e della condivisione.

La carrellata dei vari interventi ha evidenziato una certa difficoltà a reinventare le forme di business legate al territorio, che  vive una profonda crisi e non si dimostra culturalmente pronto ad assorbire e a trarre vantaggio dall’innovazione (sia organizzativa che tecnologica). Come evidenziato dagli interventi di Marco Manzoni, Sindaco di Colle Brianza, e di Maria Xanthoudaki, del Museo della Scienza di Milano, in Italia manca ancora una cultura della tecnologia. È urgente impegnarsi a educare e a formare una mentalità aperta all’innovazione attraverso un’alfabetizzazione scientifica che parta sin dall’istruzione elementare. Per conservare la nostra cultura artigianale è indispensabile rinnovarla: la nostra tradizione non deve, non può, avere paura dei nuovi mezzi, ma, al contrario, deve approfittarne.

Una delle idee più interessanti per quanto riguarda la rivoluzione della filiera corta è stata quella presentato da Andrea Cattabriga, Slowd. Il progetto applica il concetto dello slow food al design, per raggiungere una “fabbricazione lenta” nel senso di avvicinare, e coinvolgere, il consumatore al processo di produzione, che, in questo caso, diventa personalizzata e del tutto customizzabile. Un progetto potenzialmente efficace che però a oggi ha ancora numeri troppo piccoli (220 designers e 97 aziende collaborano al progetto), ma destinato verosimilmente a crescere da gennaio quando la piattaforma diventerà effettiva iniziando a sviluppare anche il piano e-commerce.

Nell’orbita di Slowd, a Sulbiate, si muove un’iniziativa che oltre alla tecnologia, punta sull’innovazione sociale. Si tratta della riqualificazione dell’ex-Filanda di Sulbiate, un interessante esempio di archeologia industriale che versava in stato di abbandono. Il progetto, denominato Fabbrica del Saper Fare, consiste nel trasformare l’ex-Filanda in un centro ad alto contenuto produttivo, fortemente specializzato sulle connessioni tra imprese artigiane di qualità e nuove tecnologie. Attraverso l’impegno di ricercatori del Politecnico di Milano come Venanzio Arquilla verrà messo in opera un FabLab, ovvero un Fabrication Laboratory, la versione digitale della bottega artigiana.

A parte alcuni esempi, come quello di Berto Salotti, di aziende tradizionali che hanno saputo cogliere le nuove possibilità offerte dalla tecnologia, è evidente la difficolta da parte del mondo delle imprese nel capire e nel riadattarsi a un mondo e a un mercato che stanno cambiando, che sono già cambiati. Anche se è ben chiaro che l’innovazione non è solo tecnologica, ma anche dell’organizzazione aziendale e del tessuto sociale, i  progetti più interessanti vengono dall’accademia e, in particolare, dal Politecnico di Milano. L’università, anche grazie all’impegno personale di professori come Stefano Maffei, sta cercando di reinventarsi e di immaginare non solo i prodotti, ma l’intero contesto aziendale che li va a produrre. Stefano Maffei vuole far uscire maker e designer, impegnati nell’autoproduzione, da quella che in una breve intervista con noi ha chiamato  “clandestinità”; l’intento è quello di riuscire a rendere realtà economicamente profique saperi pensati nell’università. Un esempio è FABtotum: si tratta di un dispositivo multifunzionale che funziona sia come stampante, sia come scanner tridimensionale. Il progetto finanziato in crowdfunding su Indiegogo ha raggiunto quasi 600.000$ di finanziamento.

Chi si aspettava delle risposte però alla fine è rimasto parzialamente deluso; si sono sentite proposte (alcune nemmeno così innovative) e si sono scambiate battute e sorrisi di circostanza che facevano da cornice a quello che è stato un incontro istituzionale tra artigianato e maker. Un incontro che però, di fatto, ha sottolineato ancora la distanza sulla possibilità immediata di una collaborazione economicamente fruttuosa tra artigianato e nuove tecnologie. Nello spazio dedicato all’incontro si è avvertita, a tratti, l’aria pesante di una Italia in crisi e si sono ascoltati i lamenti discreti (non né era il luogo né il momento per sfoghi più profondi) rispetto alla difficoltà di rendere nuovamente produttivo un settore, l’artigianato, in declino. Oltre ai progetti legati all’università, si sono sentite tante parole e pochi numeri. Non si è ancora arrivati, infatti, a capire fino in fondo come sfruttare le nuove possibilità tecnologiche per favorire lo sviluppo di un business concreto. Alla domanda “potrà l’Italia sfruttare le nuove teconologie per far risorgere il proprio artigianato?” l’incontro di ieri non è riuscito a dare una risposta definitiva. La buona volontà c’è e anche le basi sono state impostate, ma bisogna vedere se riusciremo a concretizzare tutto questo e soprattutto, se il tempo a nostra disposizione sarà sufficiente.

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