Versace preferisce gli investitori esteri allo Stato

La gara per il 20% della maison

Versace non bussa alla porta del capitalismo di Stato. L’esclusione del Fondo strategico italiano (Fsi) dal novero dei pretendenti per il 20% della maison della Medusa si può interpretare così. A quanto risulta – la società non conferma né smentisce – se la giocheranno Blackstone, Investcorp e Ccmp Capital. Quest’ultimo, guidato dall’ex numero uno di Burger King Greg Brenneman, può vantare un advisor di peso come Robert Singer, membro del consiglio d’amministrazione della maison. L’araba Investcorp, con sede in Bahrain, conosce bene l’Italia, avendo acquisito Gucci nel ’93 per poi rivenderla tre anni dopo a Ppr e Lvmh, che se la contesero fino al 2004 quando Ppr lanciò una costosa Opa e la delistò (ma solo nel 2011 Lvmh uscì defintivamente dalla società). Blackstone, invece, parte defilata, scontando un focus non specifico sul settore del lusso.

Fsi non deve aver convinto gli advisor Banca Imi e Goldman Sachs, incaricati dalla famiglia di trovare un compratore. Forse perché il fondo controllato dalla Cassa depositi e prestiti (80%) e Bankitalia (20%) e guidato dall’ex Merrill Lynch Maurizio Tamagnini avrebbe deciso di convocare per la partita la joint venture da 2 miliardi IQ Made in Italy, in collaborazione con Qatar Holding. Lo Stato del Golfo, peraltro, detiene già la maggioranza di Valentino. Ciò nonostante, Fsi ha lanciato l’idea di costruire un polo del lusso: «Guardiamo a quello che succede in Francia, è una possibilità. Il nostro accordo con il Qatar va in questa direzione. Poi ci vogliono imprenditori interessati, ci auguriamo che colgano questa sfida» ha spiegato lunedì scorso l’amministratore delegato della Cassa depositi e prestiti, Giovanni Gorno Tempini. Tra queste non ci sarà Versace, ma di big “quotabili” come Armani, Ermenegildo Zegna, Dolce & Gabbana ce ne sono una quindicina, stando alla consueta ricerca annuale della società di consulenza Pambianco. Per Statuto, Fsi non può investire in società con un fatturato annuo netto inferiore a 300 milioni di euro e un numero medio di dipendenti minore di 250.

Moncler docet: se l’obiettivo è puntare alla Borsa – tra un paio d’anni – presentarsi con una platea di investitori istituzionali esteri è un ottimo biglietto da visita. Tanto per ragioni di marketing, leggi effetto traino, quanto per arrivare all’appuntamento con il mercato dei capitali con una crescita consolidata, conti in ordine e soprattutto multipli riconosciuti dalla comunità finanziaria. Non a caso tra i principali azionisti di Moncler, a parte il presidente Remo Ruffini, ci sono Carlyle e il fondo di private equity transalpino Eurazeo. Seguendo le frequentazioni di Donatella Versace, azionista del marchio al 20% – Santo ha il 30% mentre Allegra Versace Beck ha il 50% – con la cantante Lady Gaga e le star di Hollywood, il partner non potrebbe che essere a stelle e strisce. Si vedrà. Certo è che i numeri registrati da Versace nel 2012 sono equiparabili al gruppo dei piumini, che oggi in Piazza Affari vale 3,6 miliardi: 408 milioni di fatturato, margine lordo a 35 milioni, utile di 9,5. Le stime sulla sua valorizzazione si aggirano intorno a 850-900 milioni, mentre Fsi avrebbe offerto 1,1 miliardi.

La generosità dei multipli offerti dagli uomini di Tamagnini non è una novità, avendo a disposizione una cassa da 600 milioni di euro, raccontano alcuni operatori di private equity. Quando c’è di mezzo il lusso, tuttavia, si gioca sempre ad alzare l’asticella. Un recente report di Credit Suisse su Kering (ex Ppr), che consiglia l’acquisto delle azioni con target price a 191 euro, ovvero un prezzo pari a 19 volte gli utili. Guardando alle italiane, i titoli di Brunello Cucinelli sono scambiati a 70 volte gli utili, livello di gran lunga superiore rispetto a Ferragamo (40) e Tod’s (25). La new entry Moncler, considerando gli utili registrati a fine settembre, si assesta a 23 volte. Una bolla? Difficile dirlo, negli ultimi dodici mesi gli investitori non hanno fatto altro che comprare, come dimostra il rally dei titoli italiani: escludendo il balzo del negozio online Yoox, dovuto alle continue voci di vendita, dal debutto in Piazza Affari (giugno 2011) Ferragamo ha guadagnato il 164% così come Brunello Cucinelli (+122% da giugno 2012), mentre negli ultimi due anni il Ftse Mib, principale listino milanese, è salito del 23 per cento.

Sfumato l’affare Versace,Fsi – nato dalla mente dell’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti per contrastare la scalata dei francesi di Lactalis a Parmalat – si consolerà con il polo turistico nazionale. L’idea è conferire ad un fondo gestito da Fsi la proprietà immobiliare degli alberghi, separandoli dalla gestione vera e propria, allo scopo di dotare il settore di mezzi freschi e soprattutto trasformare in strutture ricettive gli immobili pubblici in via di dismissioni. Finora la politica d’investimento ha privilegiato i settori più disparati: da Metroweb, che gestisce la rete fissa milanese alle turbine di Ansaldo Energia, dall’utility Hera a Valvitalia, che produce sistemi di regolazione dei flussi per il settore petrolifero. Fino al gruppo Sia, che opera nei sistemi di pagamento elettronico, controllato da un pool di banche tra cui Unicredit, Intesa, Mps, Bnl. Un’insalatona di partecipazioni. Un gioco sempre in difesa.