Chi NON deve vincere il Pallone d’oro

La gara al contrario

Il 13 gennaio verrà assegnato il Pallone d’Oro al miglior calciatore in Europa. La sfida è a tre: oltre ai soliti Cristiano Ronaldo e Messi, quest’anno ci sarà anche il francese Ribery, fresco vincitore della Champions League con il Bayern Monaco. Per gioco (ma non troppo), tre firme di Linkiesta provano a spiegare perché ognuno dei tre giocatori non dovrebbe vincere il prestigioso trofeo.
 

Non Franck Ribéry
Secondo Jacopo Cirillo
Il modo migliore per sostenere che Franck Ribéry non debba mai e poi mai vincere il Pallone d’Oro è prendere le due classiche argomentazioni opposte sui criteri di assegnazione del premio e dimostrare che, in entrambi i casi, il francese non rientra nei parametri scelti. E, visto che questa è la classica cosa difficile a spiegarsi ma facile a farsi, facciamola.

L’articolo 9 del [regolamento ufficiale di France Football] (http://web.archive.org/web/20100108082943/http://www.francefootball.fr/FF/ballon_or/indexbo.htm) spiega che i giurati, nel ponderare il loro voto, devono tenere conto di:

Insieme delle prestazioni individuali e di squadra durante l’anno preso in considerazione Valore del giocatore (talento e fair play) Carriera Personalità e carisma

Insomma: vuol dire tutto e non vuol dire niente. E scommetto la Scarpa d’Oro di Mário Jardel che i giurati non l’hanno nemmeno letto, il regolamento ufficiale. Comunque. La cosa intellettualmente migliore, in questo momento, penso sia affidarsi all’enciclopedia di Eco, al rizoma di Deleuze, all’ordine del discorso di Foucault; insomma: alle chiacchiere da bar. E le chiacchiere da bar a riguardo si dispongono naturalmente su un asse che vanta, alle sue polarità, due posizioni ben definite.

Uno. Oggettività assoluta
Il Pallone d’Oro lo vince il giocatore più forte al mondo. Visto che ce ne sono talmente tanti, di giocatori forti al mondo (Zlatan anyone? Dai, su) e si potrebbe discuterne per giorni senza venire a capo di nulla, è preferibile andare sul sicuro e affidarsi alla mite e confortante freddezza dei numeri. Il giocatore più forte al mondo è quello che ha i numeri migliori. Severo, ma giusto. Semplice e rassicurante. Non si scappa. E, se stiamo dietro ai numeri, Cristiano è irraggiungibile. E pure Messi va meglio di Ribéry, ricordandoci sempre che, se rimaniamo nell’oggettività più rigida e intransigente, il fatto che Leo abbia vinto le ultime quattro edizioni non ha, o non dovrebbe avere, nessuna rilevanza nella scelta finale, né in positivo, né in negativo. Dunque, se il giocatore più forte al mondo è quello che fa più gol e più assist, Franck Ribéry non merita il Pallone d’Oro. Anzi, dovrebbe addirittura essere escluso dal terzetto a favore di Ibrahimovic. E Ibrahimovic dovrebbe vincere tutto, ma questo sono solo io che faccio un uso criminoso dello spazio concessomi da Linkiesta.

Due. Soggettività alcolica 
Premessa: l’ambientazione perfetta per questo discorso è un tavolino di formica tutto rovinato, in un vecchio bar, mentre bevi un bianchetto dopo l’altro e, piano piano, strascichi le parole e ti incattivisci con l’interlocutore che, nel 90% dei casi, è il tuo migliore amico. Il Pallone d’Oro è simile all’idea di MVP degli sport americani. Most Valuable Player, intraducibile con “giocatore di maggior valore”. E il valore non si misura solo con i numeri, suvvia. Anzi, i numeri mentono, deviano, strisciano e ingannano. Il giocatore più forte al mondo deve avere un’aura di vittoria attorno a sé, un carisma quasi innaturale che migliora i compagni, migliora tutto il sistema squadra e, soprattutto vince e fa vincere. Le squadre del giocatore più forte al mondo devono aver vinto un sacco e devono averlo fatto inequivocabilmente grazie al suo contributo. Ecco, allora vedi che Ribéry ha fatto il triplete, Messi si è preso la Liga mentre a Cristiano è andata decisamente peggio, nonostante i numeri con il Portogallo. L’inghippo però è talmente evidente da sembrare quasi ridicolo: Ribéry non è il miglior giocatore del Bayern. A mio parere – ma io non ci capisco nulla – il top è Robben e, anche se non siete d’accordo con me, mi sembra che la squadra di Heynckes e di Guardiola sia costruita proprio per rendere impossibile l’inequivocabilità del migliore in campo. Il sistema del Bayern incoraggia i discorsi da bar su chi sia il più forte perché è costruita per rendere forti tutti. Ogni tifoso ha il suo preferito e ogni tifoso ha ragione. Perché Ribéry e non Robben, o Lahm, o quel fenomeno di Thomas Müller? Al bar sport l’ardua sentenza.

Non Lionel Messi
Secondo Alessandro Oliva

Discutere Lionel Messi non è facile. Perché significa discutere un giocatore che all’età di 26 anni ha già vinto tutto, in alcuni casi facendo pure il bis. Se parliamo del Pallone d’oro poi, quella di messi è una vera e propria ingordigia: quattro. Roba che nemmeno Michel Platini, Marco Van Basten Franz Beckenbauer. Roba che nessuno mai prima: quello della “Pulce” argentina è un record assoluto, alla faccia pure di Diego Armando Maradona, che quel premio non l’ha visto mai nemmeno con il binocolo, ma ha vinto due scudetti con il Napoli.

Ecco, per criticare Messi sull’altare del Pallone d’oro si può cominciare col dire che a Barcellona vincere tutto è facile da aspettarsi come un plastico nei programmi di Bruno Vespa. La carriera di Messi in questo senso parla chiaro: cresciuto nella famosa cantera blaugrana, a Barcellona ha fatto valanghe di gol e vinto premi come terminale di un ingranaggio perfetto, ma per molti noioso e anti-calcio (vedi alla voce “Contro il Tiqui Taca” di Michele Dalai). Non è un caso che con la nazionale argentina, Messi non abbia combinato granché, risultando spesso poco decisivo e vedendo – stavolta lui col binocolo – quel Mondiale che Maradona vinse praticamente da solo nel 1986.

Il paragone tra Diego e Leo è una costante, in Argentina come in Spagna. Da una parte il più grande di tutti secondo tutti, dall’altra il più grande quantomeno secondo la Fifa e gli esperti di statistiche sportive. Un paragone sul quale la stampa ama marciare, trovando similitudini anche storiche. L’ultima è quella nel segno dell’8 gennaio. Nel 1984, Maradona tornò al Camp Nou dopo un infortunio che rischiò di costargli la carriera e segnò una doppietta al Siviglia. Trent’anni dopo, lo stesso giorno, nello stesso stadio, Messi torna dopo un infortunio (meno grave) e segna una doppietta. Gli argentini impazziscono per il paragone, tanto che il 9 gennaio il quotidiano sportivo “Olè” gli dedica la prima pagina, cambiando addirittura il nome della testata in “Lèo” e urlando ai quattro venti che al prossimo Mondiale il giocatore farà il botto. Il paragone in ottica Mondiale è un’ossessione che rivela in realtà la grande paura: quella che Messi non faccia quello che ha fatto Diego. E se la voce “carisma” è delle principali del nuovo Pallone d’Oro, Messi è in debito rispetto agli altri quantomeno con la maglia dell’Albiceleste, a differenza di quanto contribuisce ogni anno con il Portogallo uno come Cristiano Ronaldo: la conferma definitiva si è avuta durante gli ultimi playof europei al Mondiale, dove CR7 ha trascinato da solo un’intera nazionale. Troppo facile considerare solo quello che si fa con il proprio club. Il nuovo Pallone d’Oro premia la costanza di rendimento: una regola che, tra l’altro, evita di privilegiare chi vince un trofeo importante come fu nel 1996 con Sammer. La nazionale conta, perché rientra nel rendimento annuale.

Ma anche nel club, a ben vedere, Messi rischia di essere sorpassato dal portoghese. Se si uniscono i criteri di rendimento e carisma, Crsitiano Ronaldo è uno che decide le partite da solo. Nel Barça cambiano gli allenatori, ma il nucleo forte resta quello del tiqui-taca (a dispetto del calcio più pratico di mister Martino), che raffina il pallone da mettere tra i piedi dell’argentino. Il Real da tempo non gioca un calcio spettacolare, ma quando si fa grigia ci pensa il numero 7. Rendimento e carisma. Il secondo Pallone d’Oro del portoghese è praticamente già scritto. P.s.: volendo, c’è un altro motivo per cui non dare il premio a Messi: le sue discutibili giacche indossate durante la cerimonia di consegna.

Non Cristiano Ronaldo
Secondo Luca Rinaldi

Tra Cristiano Ronaldo e il pallone d’oro ci sono probabilmente due partite che giocatori e tifosi del Real Madrid ricorderanno a lungo: il doppio confronto nella semifinale di Champions League 2013 contro i tedeschi del Borussia Dortmund per arrivare alla finale di Wembley. A spuntarla saranno i tedeschi che ipotecano il passaggio del turno nel match di andata con un 4-1 che non ammette repliche, e in cui, paradossalmente, Ronaldo è forse l’unico a salvarsi segnando un gol e provando a fare qualcosa in più dei compagni. Una prestazione che gli vale giusto la sufficienza ma che spicca nella Caporetto tedesca dei “blancos”.

Nella partita di ritorno però Cristiano manca l’appuntamento con la storia, e invece di mettersi alla guida della riscossa madridista sbaglia l’impossibile. Oltre a questo probabilmente si mette poco altro rispetto ai numeri del campo che sono impressionanti per il portoghese, anche se il palmarès 2013 rimane vuoto in modo quasi desolante (solo la Super coppa di Spagna). E pure quei 34 gol messi a segno nella Liga perdono di solidità quando ne si verifica il peso specifico: sulle 34 marcature in campionato solo 15 sono state decisive ai fini del risultato. Insomma, al Real Madrid sono mancati i gol di Ronaldo proprio nei momenti di maggior bisogno.

Tra lui e il pallone d’oro potrebbero mettersi oltre alle semifinali di Champions la scarsa simpatia che il fighetto portoghese suscita nell’ambiente, la palese presa di posizione di Blatter, capoccione del governo mondiale del calcio in suo sfavore e sfacciatamente pro Lionel Messi, e una interpretazione del regolamento di assegnazione del premio ancora vecchio stile, anche se la riapertura delle votazioni ha riaperto ben più di uno spiraglio per CR7, che non avrà vinto nulla a livello di club, del resto come Lionel Messi, ma che ha deciso partite sia per il Real Madrid, sia per la nazionale portoghese. Nazionale che ha letteralmente trascinato verso i mondiali soprattutto nel corso della partita decisiva contro la Svezia di Zlatan Ibrahimovic.

L’ostacolo più grande però si chiama Franck Ribéry, uno che non è mai stato un goleador, ma che nel corso della stagione è stato decisivo per il Bayern Monaco che si è laureato campione di Germania, d’Europa e del mondo, oltre ad aver portato a casa coppa nazionale e supercoppa europea. E proprio il francese si è rivelato l’arma letale in mano al Bayern per arrivare sul tetto del mondo: tanti chilometri, assist e quando è servito anche gol, oltre a una maggior funzionalità in squadra, qualità che sia Messia sia Ronaldo spesso sacrificano in favore di una maggiore individualità e di una minore propensione al sacrificio. Sarà lui, “Quasimodo” o “Scarface” Ribéry a mettere in fila la “pulce” Leo Messi e Cristiano Ronaldo? Di sicuro la maggiore sostanza alla causa l’ha proprio portata il francese rispetto ai due concorrenti, se ne accorgeranno in sede di assegnazione?

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