Il rimpasto di Letta serve per fare la legge elettorale

Lo spettro del voto anticipato

Nunzia De Girolamo abbandona il governo, lo indebolisce forse d’intesa con Silvio Berlusconi, e condanna Enrico Letta a un percorso a ostacoli. Dunque il presidente del Consiglio adesso deve fare tutto in fretta e tutto insieme. Si consegna così alle parole morte della Prima Repubblica: interim (assumerà il ministero vacante), rimpasto (che però a Palazzo Chigi chiamano con gusto cosmetico “reshuffle”) e verifica (che loro chiamano “nuovo patto di governo”).

E, quando il focoso Renato Brunetta, allude alle elezioni come conseguenza della riforma elettorale, provocando spasmi nel Pd sofferente, esprime un giudizio quasi da osservatore, da commentatore della politica più che da militante e tifoso. Perché davvero il governo, che conta troppi ministri azzoppati (Zanonato, Cancellieri, Alfano) sembra aver esaurito le proprie energie, dopo aver già dimostrato una torpida tendenza al galleggiamento sui marosi della crisi economica che ha investito l’Italia vecchia e ferma con maggiore violenza che altrove. La riforma elettorale arriva oggi alla Camera, in commissione Affari costituzionali, e il mormorio di corridoio, dentro la maggioranza e dentro il Pd, fra i partiti minori che si sentono aggrediti dal patto Renzi-Berlusconi, lascia intendere lunghe trattative e infiniti strepiti.

Non solo le preferenze, ma la soglia di sbarramento e anche la soglia per raggiungere il premio di maggioranza. La strada che porta alla riforma appare tortuosa, gonfia di incognite, disseminata di tranelli che prendono la forma di almeno quattro votazioni segrete previste in Parlamento. E così il profilo delle elezioni anticipate si staglia gigantesco contro l’orizzonte della politica ferma, con o senza riforma: il governo ha esaurito le forze e forse anche la sua funzione, e il proporzionale (la legge elettorale vigente) che rallenta e azzoppa l’onda novista di Matteo Renzi, è una soluzione che non dispiace davvero a nessuno degli altri attori sulla scena: né alla minoranza Pd sconfitta, né a Silvio Berlusconi, né ad Angelino Alfano e alla Lega, né a Nichi Vendola, e nemmeno a Beppe Grillo che anzi lo considera un ottimo sistema.

E forse per la prima volta Renzi ha bisogno che il governo tiri a campare ancora un po’, perché senza governo non si fanno le leggi, nemmeno quelle elettorali. Ma le dimissioni di Nunzia De Girolamo sono precipitate ieri sera con una strana tempistica. L’ex ministro non si è certo dimessa per la minacciata mozione di sfiducia del Movimento 5 Stelle. Il governo ha già dimostrato una sorprendente capacità di tenuta parlamentare e politica nei casi Cancellieri e Alfano. Letta avrebbe preferito che De Girolamo fosse restata al suo posto, per dargli il tempo di riequilibrare la squadra, e sostituire il ministro con una tempistica favorevole alla stabilità nel corso dell’ormai inevitabile rimpasto (o nell’eventualità di un reincarico al Quirinale). E invece De Girolamo, dopo la sua aggressiva autodifesa di dieci giorni fa alla Camera, ha sorprendentemente abbandonato, cogliendo alla sprovvista persino Letta.

Sussurri, malizie, e ragionamenti logici suggeriscono che la mossa delle dimissioni sia stata concordata dall’ex ministro con Berlusconi per accelerare l’avvitamento del governo. Il Cavaliere ha riscoperto un’insperata centralità di manovra e sa che, in questa strana fase di passaggio, alla debolezza del governo corrisponde una debolezza di Renzi, impegnato nelle trattative sulla riforma elettorale. E insomma Berlusconi mette fretta al suo alleato-avversario, rafforza così le sue richieste nella trattativa sul sistema di voto, e coltiva l’intima certezza d’aver pochissimo da perdere e forse persino un po’ da guadagnare: andare alle elezioni con il proporzionale lo esime dal complicato passaggio di trovarsi un candidato premier all’altezza d’un sistema maggioritario e personalistico (la riluttante Marina Berlusconi e non il simpatico ma spento Giovanni Toti).

Renzi vuole chiudere tutto nei prossimi dieci giorni e la politica d’Italia sembra diventata sabbia che scorre dentro una clessidra. Nunzia De Girolamo difficilmente avrà un futuro politico all’altezza del suo recente passato ministeriale, condannata com’è a essere ricordata – nella migliore delle ipotesi – come il ministro del turpiloquio. Ma ieri sera ha fatto al Cavaliere un favore che forse le varrà qualche riconoscenza. 

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