A caso letterarioStorie che si scrivono da sole

A caso letterario

Bentornati alla nuova puntata di “A caso letterario”, la rubrica che indirizzerà il mio curriculum vitae per gli anni a venire, mostrandomi come uno che ha un bel rapporto con sua nonna e un brutto rapporto con le trame dei libri. Come ormai vi sarete stancati di sentire, quasi due mesi fa mi sono infilato in un bell’orticaio: dopo alcune strette di mano segrete con l’incorruttibile Giulio D’Antona, ho oscurato temporaneamente la mia vista con una pezzuola da piedi e ho scelto, sempre a caso, tre libri, sbattendo tra l’altro il mignolino del piede contro uno spigolo. Quello che proverò a fare adesso, oltre a mettere il Voltaren per il dolore, è dimostrare che i libri funzionano meglio quando sono messi in relazione con altri libri e con il mondo, in un sistema di deterritorializzazioni e riterritorializzazioni continuo.

Dopo la terza puntata sono andato a pranzo da mia nonna per bullarmi un po’ e lei mi ha detto: «Oh, insomma, gli utenti de Linkiesta non si sono ancora stufati di questa rubrica?» e io le ho risposto: «probabilmente sì, ma sono educati e non me lo dicono», al che mia nonna ha ribattuto: «magari non è educazione, magari si sono tutti addormentati». E poi ha fatto uno sbadiglione. Ritemprato da tutta questa energia positiva, ho riguardato i tre libri che il caso ha voluto mettermi tra le ruote. Eccoli.

Antonio Moresco – La lucina (Mondadori)

Jorge Luis Borges (evvai!) – Il libro degli esseri immaginari (Adelphi)

Roberto Peregalli – Proust. Frammenti di immagini (Bompiani)

La lucina è Il piccolo principe meets Walden meets qualsiasi cosa che ti fa venire i brividi e ti fa dire: ma pensa te, questo è proprio bravo a farmi cagare addosso dalla paura e non me lo aspettavo. È la storia di un tipo che vive in un borghetto abbandonato, completamente solo, e tutte le notti vede accendersi una lucina dall’altra parte della vallata. Dove non dovrebbe esserci nessuno. E invece qualcuno c’è, e posso dirvi anche chi, visto che è scritto in seconda di copertina: un bambino loschissimo. Il resto è tutto da scoprire.

Di Borges invece che cosa vuoi dire. Un libro che mi esterrefa sempre, una zoologia fantastica dei sogni e delle leggende mondiali, scritte da una divinità. Ho sempre pensato che Borges non sia uno scrittore, ma un uomo che ha sbirciato dietro la tenda della realtà, ha visto l’infinito, è diventato cieco e ha deciso di donare al mondo il suo più grande sacrificio. Bello bello in modo assurdo, come direbbe un’altra mia importante figura di riferimento.

Il libro di Roberto Peregalli invece è proprio strano. Una rilettura della Recherche (mi fa sempre ridere parlare di ri-lettura di quel libro, visto che, parliamoci chiaro, non l’ha mai finito nessuno, dai!) accompagnata da 300 foto dei luoghi proustiani scattate dallo stesso autore. Come dire: Alla ricerca del tempo perduto è talmente noioso che magari se ci metto anche le figurine la gente guarda quelle e può dire agli aperitivi che ha appena finito una profonda rivisitazione dell’indimenticabile capolavoro del Maestro. E dunque?

Dunque iniziamo. Nella sua tesi di laurea, il mio amico simone rossi – che ha scritto un sacco di libri molto belli – suggeriva che lo scrivere è come la pioggia. Impersonale. Si dice “scrive” nello stesso modo in cui si dice “piove”. È una roba molto potente, a cui ho sempre creduto un sacco. Io penso che le storie si scrivano sempre da sole. Nascono per loro stessa volontà, attecchiscono nella mente e nelle dita di chi è abbastanza ricettivo e si dipanano per loro stessa costituzione. Lievitano. L’autore prepara l’impasto e poi lascia che la natura faccia il suo corso. Allo stesso modo i libri vanno avanti da soli. A volte hanno talmente tanta urgenza di uscire, di affermare la loro identità attraverso la loro articolazione, che reclamano a gran voce la loro esistenza.

La lucina, tipo. Moresco scrive una lettera al suo editore e dice:

È una storia scaturita da una zona molto profonda della mia vita, è come una piccola scatola nera. […] È stata un’irruzione incalcolata e improvvisa. […] A un certo punto ha preteso una sua vita autonoma.

Ecco, appunto. Moresco stava scrivendo il suo nuovo romanzo, Gli increati, e a un certo punto un pezzettino di storia si è staccato, forse perché pensava di meritare un suo spazio. Ed è cresciuto nell’ombra, nel retrocervello dell’autore, finché non ce l’ha fatta più ad aspettare ed è uscita fuori. E Moresco, uomo con un grande rispetto per la letteratura, non ha potuto fare altro che assecondarla.

La lucina si è letteralmente scritta da sola. E lo schema narrativo, grande architetto del mondo e di tutte le cose, è perfetto perché abbastanza profondo da predeterminare i concatenamenti e abbastanza superficiale da contraddire anche se stesso. Le storie non sono nostre, siamo noi che siamo loro. Questo è uno dei più grandi insegnamenti che abbia mai avuto, e me l’ha fatto capire proprio JBL.

Il libro degli esseri immaginari non è un libro. L’accolita di mostri, bestie, demoni e divinità che lo popolano sono entrate nelle menti e nei sogni degli uomini, ci hanno abitato e sono prosperate. Hanno circolato da cervello a cervello, da persona a persona e sono diventate familiari, conosciute, rassicuranti in un certo senso. Sono diventate vere.

Culture diversissime e lontanissime tra loro hanno sognato gli stessi incubi: il Pesce dei Terremoti, un’anguilla lunga settecento miglia che tiene a galla il Giappone, è uguale al Bahamut arabo e al Midgardsorm nordico. E Borges, anche qui inumano e irreale come sempre, dice:

Ignoriamo il senso del drago, come ignoriamo il senso dell’universo, ma c’è qualcosa nella sua immagine che si accorda con l’immaginazione degli uomini, e così il drago appare in epoche e a latitudini diverse.

Il libro degli esseri immaginari non è un libro perché quegli esseri, in realtà, immaginari non lo sono più. Sono delle storie che hanno avuto la forza di staccarsi dal mondo e ritornarci a loro piacimento, secondo le loro modalità. E, a un certo punto, hanno deciso di possedere la testa di Borges e confluire dolcemente dalla sua penna nelle sue immortali pagine.

I frammenti di immagini di Proust sono ancora più sottili, più striscianti. Alla ricerca del tempo perduto infatti non è altro che LA storia, quella storia che contiene in sé tutte le altre. E appena ha iniziato a circolare per il mondo, ha gocciolato parti di sé (la pioggia è come la scrittura) bagnando le persone abbastanza incoscienti o innamorate da girare senza ombrello. E Roberto Peregalli si è preso proprio un bell’acquazzone di parole e immagini, poi ha aperto un libro bianco e l’ha messo fuori, a bagnarsi. Ha fatto quello che sentiva volesse essere fatto.

Perché, alla fine, scrivere significa assecondare una storia che, per qualche indefinibile e borgesiana ragione, ha scelto proprio te.