Geopolitica e filosofia nell’inglese di Matteo Renzi

Mostarda & Maccheroni

Alla fine restano la simpatia dell’arte d’arrangiarsi e una vaga, allarmata, sensazione d’inadeguatezza provinciale. Prendete per esempio l’sms che i collaboratori di Matteo Renzi hanno fatto girare tra i giornalisti al termine del giro d’incontri internazionali che ha portato il presidente del Consiglio italiano prima a Bruxelles, di fronte ad Angela Merkel, e poi a Villa Taverna dal segretario di Stato americano John Kerry. Ecco il messaggino: “Molto apprezzata la sua padronanza dell’inglese”. Chissà. Anche Bush disse a Berlusconi, che annaspava esprimendosi in una lingua che tutti capivano tranne lui: “your english is very good sir”. Ma era evidentemente una cortese bugia. E adesso ci sembra di riviverla quella bugia, osservando Renzi – che come Berlusconi ha studiato inglese con il metodo Shenken – nel suo titanico sforzo nell’arte ruffiana e simpatica di padroneggiare una lingua masticata: “A me gli occhi, please”. E c’è tutto il prodigio e il pasticcio dell’ Italia, l’irresistibile imbroglio di sempre, in un primo ministro che caparbiamente inciampa sulle sillabe e la pronuncia di una lingua che certamente capisce ma che in tutta evidenza non domina.

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C’è la simpatia dell’arte di arrangiarsi e c’è il riassunto di un’antica tradizione maccheronico-goliardica che dal latinorum arriva sino a Celentano, il quale, facendo il verso a se stesso, cantava in simil americano subito seguito da un magistrale colpo di “all right”. Anche se in realtà la simpatia della masticatura è sempre stata malinconica perché, nello sforzo generoso di parlare una lingua che non si conosce bene, se ne esalta l’estraneità. Come il napoletano Totò a Milano, con il suo “noio” al posto di “noi”, mostrava la distanza degli italiani dall’Italiano. Così Renzi dice di essere “really griit” agli Stati Uniti, e in “gineral” per la loro “collaborascion” e “coperescion”.

Le cronache di questa missione a Bruxelles, e le pacche sulle spalle di John Kerry a Roma, hanno puntato giustamente, e persino nella scelta delle immagini, a farci sentire orgogliosi per il rapporto di amicizia paritaria tra il gigante America e il nano Italia, tra il grizzly bear e il camoscio, dove l’italiano non è più il Cavaliere guascone che cerca di nascondere la propria marginalità facendo le corna nelle foto istituzionali, il cucù alla Merkel o urlando “Mister Ombamaaaa” di fronte alla regina Elisabetta. Eppure… Eppure c’è qualcosa che riga il quadro, che stride e che svela. Ed è appunto quell’inglese esibito, dettaglio che ribadisce strutture profonde di geopolitica, vale a dire la solitudine del gigante americano, e l’eterna subalternità dell’alleato italiano.

Nessuno pretende che Renzi parli e pronunci bene l’inglese come lo parlavano bene Enrico Letta e Mario Monti o come lo parla bene Mario Draghi. Solo certi gregari credono che l’inglese sia prescritto a ogni primo ministro da un qualche protocollo internazionale. Il primo ministro farebbe bene dunque a esprimersi, e con orgoglio, come gli hanno insegnato i suoi genitori di Rignano sull’Arno. Figuriamoci poi se il suo è un inglese parlicchiato. Di sicuro Renzi se la sarebbe cavata molto meglio in italiano. Sarebbe stato più autentico, più se stesso, e dunque probabilmente più divertente e più efficace. Ha preferito buttarsi nell’inglese, ed è come se Sordi avesse davvero preferito la mostarda ai maccheroni. Speriamo che il suo amico Beppe Severgnini almeno di questo si sia accorto, e che dunque – maestro d’Italians com’è – almeno lui possa correggerlo.