La sindrome italiana del “posto a vita”

La sindrome italiana del “posto a vita”

Il dinamismo del mercato del lavoro, misurato per mezzo di un indice di mobilità – in questo caso il numero medio di lavori detenuto durante l’intero arco della vita – è abbastanza basso nei paesi del sud Europa. Spagna, Italia e Grecia soffrono in maniera evidente della “sindrome del posto a vita”. Le persone con età superiore a 55 anni, ovvero o vicini alla fine della carriera o già pensionati, hanno cambiato 2,3 lavori in media durante la loro vita in Italia, cifra simile alla Spagna e ancor più bassa in Grecia. Si noti la differenza con i paesi del Nord Europa, dove si cambiano in media 4 lavori durante l’intero arco della vita.

Una delle concause, ma non l’unica, di tale ingessatura del mercato è da trovarsi nella più alta protezione all’impiego garantita dalle legislazioni nazionali. La correlazione con una media di lungo periodo dell’indice Ocse dell’Employment Protection è negativa, sebbene non spieghi tutta la varianza esistente nei dati. L’idea economica è che la protezione all’impiego sia una sorta di assicurazione, il cui costo è da individuare nel mancato pagamento da parte dell’impresa di una parte di remunerazione, che funge perciò da polizza contro licenziamenti ingiustificati. Più copertura assicurativa, a livello teorico ed empirico, non sembra avere un effetti sul tasso di diosccupazione di equilibrio, ma ne ha di potenzialmente peggiori sul grado di dinamismo del mercato. Costi più elevati in termini di licenziamento ex-post si associano a costi di assunzione altrettanto più alti ex-ante, ingessando il motore della distruzuione creatrice di lavoro. Non più disoccupazione, ma minori guadagni di produttività scaturenti da un migliori matching lavoratore-impresa, e minore dinamica salariale.

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