Yemen, un Paese sull’orlo della guerra civile

Yemen, un Paese sull’orlo della guerra civile

Lo Yemen è sull’orlo di una guerra civile. La capitale, Sana’a, da una settimana è quasi completamente sotto il controllo dei militanti Houti, un gruppo tribale sciita-zaidita originario del Nord del Paese. Il bilancio degli scontri, al 25 settembre, è di 270 morti. I ribelli erano entrati in città nella seconda metà di agosto, inizialmente manifestando pacificamente. Con l’inasprirsi delle proteste, però, sono arrivate anche le armi e la città si è trasformata in un campo di battaglia. Il 21, dopo molti giorni di combattimenti, l’inviato delle Nazioni Unite Jamal Benumar era riuscito a concludere un accordo tra i rappresentanti degli Houti, capeggiati da Abdulmalik al-Houthi, e il governo. In teoria si doveva trattare di un rimpasto per stabilizzare la situazione e accontentare le richiese degli insorti.

Di fatto, con le dimissioni del primo ministro Mohammed Salem Basindwa, il governo è caduto. La tregua si è rivelata essere solo una formalità. Sabato 27 gli Houti hanno attaccato la sede centrale dei servizi d’intelligence yemenita, vicino al palazzo presidenziale, scatenando violenti scontri con l’esercito regolare. Sembra che, nonostante abbiano firmato l’accordo per un nuovo governo, gli Houti stiano cercando in questi giorni di sfruttare la loro posizione per ottenere più potere possibile. Laura Silvia Battaglia, giornalista freelance di stanza a Sana’a, ci ha spiegato cosa sta succedendo in questi giorni e come potrebbe evolvere la crisi.

Qual è la situazione ora a Sana’a?
In questo momento è abbastanza normalizzata. Il traffico è di nuovo imponente anche in previsione della festività di Eid al-Ahda. I bambini però non sono ritornati a scuola e negli uffici governativi e delle Ong internazionali ancora si osserva prudenza e si resta a casa. Gli Houti hanno istituito una milizia stradale presente nei punti nevralgici della città. Sono giovani militanti che presidiano gli incroci, figure a metà tra il vigile e il soldato al check-point, e che hanno la funzione di assicurare l’ordine in città, in questo momento sotto la loro egida. Di giorno, comunque, la situazione resta volatile: non si sa mai cosa ci si potrà aspettare. Venerdì, ad esempio, in concomitanza con la celebrazione del 26 settembre, la giornata dell’indipendenza nazionale, gli Houti hanno attaccato il palazzo del comandante dei servizi segreti e un razzo è stato sparato contro l’ambasciata americana.

Milizie Houti controllano veicoli a un check-point (MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

Come si sono svolti i combattimenti?
Ci sono stati circa cinque giorni di scontri con armi medie e pesanti in alcuni punti chiave della città. In particolare, vicino alle sedi dove gli Houti avevano piazzato i loro campi (vicino alla Imam University e al campo di Jider, sulla strada verso il governatorato di Amran e vicino all’aeroporto). La situazione è degenerata con la decisione degli Houti di attaccare alcune sedi governative, dai media nazionali alle residenze militari, e la zona di influenza della famiglia al-Ahmar, famiglia supporter dei Fratelli Musulmani (Islah party), tradizionalmente avversa agli Houti. Il momento più pesante è stato quello dei combattimenti vicino all’aeroporto e alle residenze della dirigenza dei Fratelli musulmani, che hanno prodotto una serie di evacuazioni dalle case adiacenti a quelle colpite. In tutto ci sono stati 120 morti, tra soldati, dimostranti e civili.

Chi sono gli Houti e cosa li ha portati a invadere la capitale?
Gli Houti sono 5 milioni di persone divise in 400 tribù, dislocati soprattutto a Nord del Paese nella regione di Sa’da. Nascono dallo scisma successivo alla morte di Alì, il quarto imam sciita, avendo eletto come loro guida il figlio più piccolo di lui Zayd e non il fratello Muhammad al-Baquir. Dal punto di vista religioso si ritengono la quinta scuola islamica, dopo le prime quattro sunnite. Non hanno un’interpretazione radicale della sunna dal punto di vista religioso, ma un atteggiamento politico improntato alla ribellione. Gli sciiti si dicono sempre pronti a sovvertire e a delegittimare il potere di ogni attore politico di peso che essi ritengano di dovere combattere. Il loro leader Abdulmalik al-Houti ha iniziato un’attività di erosione progressiva del controllo governativo durante la cosiddetta primavera araba, nel 2011. Ha ingaggiato una guerra civile tra tribù nella regione di Sa’da e ha realizzato di fatto un governo parallelo (qui le milizie Houti hanno il controllo dei check-point, degli uffici postali, delle sedi del governatorato e hanno istituito anche un sistema di tassazione alternativo), costringendo alla dispersione molte famiglie locali che attualmente si trovano rifugiate nel governatorato di Hajjia. Da qui gli Houti hanno proseguito militarmente per avere il controllo nei governatorati di Al-Jawf e Amran con durissime battaglie, da un lato contro l’esercito governativo, dall’altro causando l’irritazione di Ansar al-Sharia (la sezione di Al Qaeda nella penisola araba, nota anche come Aqap, ndr) per il trattamento riservato alla comunità dei pakistani salafiti, oggi sfollati nel governatorato di Sana’a.

Che cosa vogliono?
Dicono di volere calmierare il prezzo del petrolio come primo obiettivo. Ma questo è ed è stato solo il cavallo di Troia per avere il consenso della piazza. Gli Houti vogliono chiaramente riprendersi il Nord del Paese e ripristinare l’imamato che lo reggeva prima del 1962.

Milizie Houti festeggiano al presa di una base militare fuori Sana’a (MOHAMMED HUWAIS/AFP/Getty Images)

Che ruolo ha avuto Ansar al-Sharia nello scontro tra governo e Houti?
Ansar al-Sharia è contro il governo per i suoi atteggiamenti filo occidentali ed è contro gli Houti perché sono una milizia sciita, opposta alla radice sunnita di Al Qaeda. Recentemente Al Qaeda ha rivendicato i due attentati mossi ai danni degli Houti nei loro quartier generali vicino a Sana’a, circa venti giorni fa. Rispetto ad Ansar al-Sharia è importante soprattutto il ruolo che potrà assumere in futuro. La sua capacità di interporsi tra le milizie sciite e quelle governative è segno di massima preoccupazione per l’equilibrio della regione. Inoltre, per indebolire gli Houti e dimostrare che essi non hanno alcuna capacità di mettere in sicurezza la regione, non è da escludere che possa essere finanziata dai Fratelli Musulmani per pianificare attacchi terroristici.

Come potrebbe reagire l’Arabia Saudita ai fatti di questi giorni?
Ha riparato nella sua ambasciata un importante generale yemenita e ha sospeso i voli da e verso lo Yemen. Due chiari segnali del suo appoggio ai Fratelli Musulmani e della sua disapprovazione e preoccupazione sul nuovo corso della politica a Sana’a. (Domenica il principe saudita Saud ha dichiarato che «La violenza nello Yemen si estenderà a minacciare la stabilità e la sicurezza della regione e dell’arena internazionale, ndr). Nei confronti degli Houti sciiti, l’Arabia Saudita ha avuto il ruolo di sempre: pressare il governo affinché argini l’avanzata dei ribelli verso Sana’a. Il governo non ce l’ha fatta e ora Riyad teme uno Yemen, o anche solo il Nord dello Yemen, a guida sciita. Non dimentichiamo, poi, che l’Arabia è l’interlocutore regionale più sicuro e funzionale agli Stati Uniti. Inoltre, è vitale per lo Yemen dal punto di vista energetico.

Quando si parla di Arabia Saudita si finisce sempre a parlare anche di Iran. Teheran sta appogiando gli Houti?
È quello che dicono i Fratelli Musulmani, è l’accusa mossa dal loro partito, Islah, agli Houti. È l’ipotesi di “cospirazione” formulata dall’ormai ex presidente Mansour Hadi. Non ci sono prove provate, ma ipotesi abbastanza probabili, se si tiene conto che gli Houti hanno già impegnato denaro nell’acquisto di armi medie e pesanti in quantità più che bastevoli. Infine, gli Houti hanno chiesto la scarcerazione di due pasdaran iraniani finiti dentro le carceri yemenite perché accusati di terrorismo e traffico illegale di armi dall’Iran allo Yemen. I due sono già stati liberati e rimpatriati via Aden e con la mediazione di due uomini di garanzia provenienti dall’Oman.

Il rimpasto di governo a San’a è una buona soluzione? Reggerà secondo lei?
Non credo. È una buona soluzione nell’immediato, ma bisogna tenere a mente che tutti gli attori in gioco stanno ragionando in funzione non dell’unità nazionale, bensì della divisione. L’ex presidente Hadi, che viene dalla regione di Aden, e non ha un grande appeal sulle tribù di Sana’a (che sono sempre rimaste fedeli all’ex presidente Saleh), ha fatto spostare tutta l’aviazione e parecchie truppe a Sud. Segno che dà quasi per scontato che l’unità nazionale non si farà e si prepara di conseguenza. Il fattore di instabilità è crescente rispetto anche al ruolo che potrà avere Al Qaeda come elemento di disturbo dell’assetto attuale.

Uno sguardo al Paese, tra droni Usa e terrorismo

Un Paese di tribù. La moderna repubblica dello Yemen nasce nel 1990 con la riunificazione tra la regione tradizionalmente islamica del Nord e la repubblica socialista del Sud, da allora il Paese è fondamentalmente legato alla sua componente tribale. Ed è solo attraverso quest’ottica che si può interpretare l’attuale situazione. Lo Yemen è una nazione dove le tribù e i rapporti tra esse sono alla base della vita e della politica del Paese. Se è vero che gli Houthi sono sciiti e il resto del Paese è sunnita, è anche vero che si parla di una tribù che contesta il potere degli altri gruppi tribali, una dinamica politica che potrebbe valere per qualsiasi altra religione o idealismo. Come in molti altri casi, infatti, la religione è uno strumento di azione politica e di competizione tra antichi gruppi culturali. Quando un Paese è stabile politicamente, difficilmente si combattono conflitti in nome della religione. In questo caso gli Houthi chiedono posti di potere e maggior partecipazione nelle scelte del Paese, da cui sono esclusi da decenni. In cima alle loro richieste, infatti, ci sono nuove elezioni e una nuova costituzione. Lo Yemen è il Paese più povero della penisola arabica, non gode della straordinaria abbondanza di petrolio degli altri Stati arabi, e la regione dove il greggio è più presente è situata in una zona ad alta densità di qaedisti, l’Hadramawt. Dopo la rivoluzione del 2011 sembrava che, nonostante le difficoltà, il Paese stesse in qualche modo risalendo la china. Con gli avvenimenti delle ultime settimane, però, queste speranze sembrano essere sfumate. Quello che ora si spera è che il Paese non entri in una guerra civile che potrebbe trasformarlo in una nuova Siria o in un nuovo Iraq.

Al Qaeda nella Penisola arabica. Dall’11 settembre e con l’invasione dell’Afghanistan, lo Yemen diventa uno dei principali e più sicuri rifugi dei seguaci di Bin Laden. L’alto tasso di religiosità e la povertà del Paese sono di grande aiuto per l’instaurazione del gruppo terroristico, che nella zona si chiamerà da allora Aqap: Al Qaeda in Arab Peninsula (noto anche come Ansar al-Sharia). Ad Al Qaeda è collegato anche uno dei pochi motivi che hanno reso tristemente famoso lo Yemen in questi anni: i droni americani. Secondo il Bureau of Investigative Journalism gli Usa dal 2002 al 2014 hanno effettuato 65-77 attacchi coi droni, uccidendo dalle 339 alle 494 persone, tra cui 64-83 civili. Gli Usa hanno eseguito anche altri tipi di operazioni sotto copertura nel territorio yemenita. Non sembra, tuttavia, che la “guerra dei droni” abbia portato grandi risultati. Al Qaeda è ancora ben piantata in Yemen e l’attuale instabilità la rinforza ancora di più. Per questo motivo una delle principali preoccupazioni (anche per la comunità internazionale) è che gli estremisti sunniti di Al Qaeda possano avvalersi della differenza religiosa per iniziare un’ondata di attacchi contro gli Houthi, e più in generale contro la popolazione sciita. Nonostante lo Yemen non sia al centro dell’attenzione dei media in questi giorni, le sue sorti allarmano le potenze regionali, Arabia Saudita in primis, e non regionali ( Stati Uniti). Una situazione di caos nel Paese potrebbe compromettere il passaggio di navi (e di petroliere) nel golfo di Aden, la via per lo stretto di Suez e il Mediterraneo.

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