La “buona scuola”: la consultazione è un valore in sé

La “buona scuola”: la consultazione è un valore in sé

Può convincere o lasciare perplessi nei contenuti, ma il documento governativo la Buona scuola ha un merito: non si sottrae alla discussione. Infatti, dal 15 settembre al 15 novembre, la proposta è al centro di una campagna di ascolto promossa dal Miur che, attraverso un sito ad hoc, punta a raccogliere un ampio numero di pareri a riguardo. Per il momento, nei primi quindici giorni, i contatti raggiunti dal portale hanno toccato quota 250.000.

I soggetti da ascoltare sono molti: i singoli attori della scuola – non solo gli insegnanti, ma anche gli studenti, i genitori, gli amministrativi – e quelli collettivi, come le associazioni professionali e le consulte studentesche. I contributi possono essere di vario tipo: è possibile rispondere alle domande di un questionario; partecipare a un forum tematico; attivare un momento pubblico di discussione. A completamento dello strumento online, è inoltre stato attivato un “dibattito diffuso” all’interno delle scuole, che saranno coinvolte attraverso gli organi collegiali, dunque attraverso un canale istituzionale (proprio in questi giorni i direttori degli Uffici scolastici regionali sono stati convocati a viale Trastevere sul tema).

L’apertura al confronto su un testo in progress è una novità. Infatti, negli ultimi anni tutte le proposte di cambiamento del mondo della scuola sono state calate dall’alto, senza alcuna previa consultazione, già pronte e blindate in formato decreto legge. Si ricordi per esempio l’ultima riforma sulla scuola superiore nel 2010: qualcuno ha avuto modo di dire la sua sul riordino degli istituti tecnici e professionali, sull’istituzione del liceo coreutico? Per trovare qualcosa di simile alla campagna di ascolto La buona scuola dobbiamo andare indietro fino al 1996, con il ministro Berlinguer. Nel frattempo, purtroppo, l’abitudine del mondo scolastico alla riflessione su se stesso, come quella alla partecipazione nel riformulare una nuova idea di scuola, è stata indebolita a favore dell’abitudine alla protesta.

Un’altra novità della consultazione in corso è la possibilità dei singoli, di coloro che non appartengono a un gruppo o non rappresentano nessun ruolo istituzionale nell’organigramma di un istituto, di esprimere la propria idea, comunicando direttamente con i responsabili della ricezione delle proposte per il documento.

In ultimo, il modello del testo partecipato sembra utile. Conviene al governo arricchire il suo dossier di punti di vista anche molto distanti da quello di partenza e mettere a punto una proposta largamente condivisa e dunque più serenamente attuabile negli ambienti scolastici; conviene anche a tutti coloro i quali vogliano contribuire a migliorare alcuni passaggi del documento perché vivono la scuola e la vivranno comunque essa verrà cambiata. Conviene persino a chi è contrario alle proposte contenute ne “la buona scuola” perché quelle persone possono fare in modo che anche il dissenso conti nella rivisitazione del documento.

Da questo punto di vista, meglio esserci che non esserci. La consultazione non conviene solo a chi protesta per principio. Non sarà molto credibile la critica di chi non avrà voluto partecipare a questa fase di ascolto: non potrà più lamentarsi, come in passato, di “non esser stato ascoltato” perché non avrà parlato quando ne ha avuto la possibilità.

Ovviamente non si può negare certo il diritto allo scetticismo: vista la mole di email ricevute nei soli primi quindi giorni è lecito domandarsi come sia possibile che tutte le email vengano lette e come tutti i contributi possano essere esaminati. Si tratta della stessa obiezione sollevata nei confronti della consultazione sulla PA. Tuttavia, per “la buona scuola” non esiste un indirizzo di posta elettronica al quale scrivere, ma un portale che prevede tre forme diverse di partecipazione diretta, tra le quali – va detto – anche l’equivalente di una semplice mail ovvero uno spazio che consente di esprimere un commento libero al progetto. Le restanti due forme, invece, potrebbero rassicurare i sospettosi. Il questionario ad esempio è uno strumento di consultazione oggettivo che consente di leggere analiticamente i risultati mentre l’ultima opzione, i forum tematici, si presentano come gruppi di discussione aperti, coordinati da una sorta di moderatore e da un gruppo di lavoro, sebbene è giusto ricordare che a 15 giorni dall’inizio delle consultazioni, non sembrano ancora esser stati individuati i moderatori. All’interno di queste aree l’utente può segnalare brevemente un progetto sperimentato a scuola, oppure più semplicemente può votare o commentare le idee degli altri.

Infine, va ricordato che ognuno può essere ascoltato all’interno della consultazione istituzionale che passa attraverso spazi fisici, di cui sono responsabili le scuole, come collegi docenti, consigli di istituto, assemblee aperte.

Certo, per capire quale sarà l’uso di questi dati e la qualità dell’ascolto offerto, bisogna attendere la fine della consultazione, ma nel frattempo gli strumenti adatti all’obiettivo sono stati predisposti. Per questo, persino nel dubbio e nella contrarietà ai contenuti del progetto, vale la pena compilare il format. Anche solo per non essere accusati di disfattismo preventivo. È utile ricordare a riguardo la regola dell’astensione: chi si astiene vota implicitamente per la maggioranza – come farà poi a lagnarsi del risultato? La partecipazione, quindi, indipendentemente dal giudizio sul documento, è un valore in sé.

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