“The Avengers: Age of Ultron”: 141 minuti per tornare bambini

“The Avengers: Age of Ultron”: 141 minuti per tornare bambini

Esce oggi nei cinema il secondo capitolo della saga degli Avengers, Avengers: Age of Ultron. Regia di Joss Whedon, con un cast stellare (c’è anche Linda Cardellini, per i fan di Freaks and Geeks) e 141 minuti di botte, esplosioni, effetti speciali e divertimenti.

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La trama, in poche parole, è questa: Tony Stark, per gli amici Iron Man e per i fan Robert Downey Jr., decide di fare di testa sua e prova a sviluppare una super intelligenza artificiale per proteggere definitivamente il mondo. Solo che la situazione gli sfugge un po’ di mano e questa intelligenza artificiale, Ultron, recluta due gemelli con superpoteri e dichiara il suo piano: distruggere gli Avengers seminando zizzania tra loro e, in generale, puntare all’estinzione del genere umano. Gli Avengers non la prendono troppo bene, litigano un po’ ma, alla fine, come al solito, spaccano tutto. Il finale è apertissimo e mette le basi per le prossime avventure, ancora più pericolose di questa.

The Avengers non è un film per ragazzini, e vale il detto never underestimate a manchild, ovvero, non sottovalutate mai un bambinone

Bene, tutto bellissimo, al cinema non riuscivo a stare fermo sulla sedia e prendevo a pugni la poltroncina davanti a me durante tutti i combattimenti, e ce ne sono tanti. Mentre lo guardavo, rapito come un bambino, pensavo tantissimo a questo post: never underestimate a manchild, (non) traducibile con: non sottovalutate mai un bambinone. Dico (non) traducibile perché, in italiano, bambinone si porta dietro un’aura negativa, degradante, di qualcuno che non è mai cresciuto e sarebbe meglio che si desse una mossa. Ma il manchild non è proprio così, anche perché Avengers: Age of Ultron è un film di manchildren a tutti i livelli, ed è per questo, secondo me, che ci piace così tanto. Dunque.

il rapporto con l’infanzia funziona così: fino ai 15 anni ci sei dentro, dai 15 ai 20 la rifiuti, dai 20 in poi, inizia il desiderio del ritorno all’infanzia

Una volta ho intervistato Arturo Brachetti, il mago trasformista, che mi ha detto una cosa molto interessante sul suo pubblico. Secondo Brachetti, il rapporto con l’infanzia funziona così: fino ai 15 anni ci sei dentro fino al collo, dai 15 ai 20 la allontani e la rifiuti bevendo birra e sputando per terra senza motivo e, dai 20 in poi, inizia il desiderio del ritorno all’infanzia, che tende a crescere in proporzione agli anni che passano.

Tutti noi, in un modo o nell’altro, più apertamente o solo nel retrocervello, vogliamo tornare bambini. Allora cerchiamo dappertutto delle macchine del tempo che ci permettano, anche solo per un determinato lasso di tempo, di rivivere la nostra infanzia. Avengers: Age of Ultron è un film che tocca delle corde potenti, un po’ come Godzilla o Pacific Rim: robottoni, dinosauri, supereroi, mostri verdi che spaccano tutto. Ma non nel senso di“spaccare” come dicono i giovani, proprio che spaccano le cose, le distruggono. Come i bambini, che stanno tre ore a costruire un robot complicatissimo con i Lego per poi frantumarlo con una manata e ridere da soli per due ore (ecco il motivo del grande e meritatissimo successo di questo format).

Con The Avengers hai 141 minuti per tornare bambino, poi però esci dal cinema e pensi al mutuo

La tensione verso l’infanzia è una cosa importante, atavica, quasi un riflesso. Quando viene intercettata e suggerita, se non avallata da un film o una serie tv o un libro o un videogioco, ecco che quell’oggetto culturale diventa un vettore, una freccia bella grande e luminosa verso il paese dei balocchi, un ritorno temperato dalla data di scadenza: hai 141 minuti per tornare bambino, poi però esci dal cinema e pensi al mutuo.

Questa cosa dell’essere manchild è presente a vari livelli del film. Per esempio: a un certo punto, tutti gli Avengers sono seduti sul divano e stanno cercando di sollevare, anche solo di un millimetro, Mjöllnir, il martellone di Thor. Il problema è che solo chi è degno può impugnare il martello ed, evidentemente, nessuno di loro si avvicina nemmeno al livello di purezza d’animo richiesta. Thor allora li prende allegramente per il culo, ricordandogli, appunto, che non sono degni e questa cosa va avanti a sprazzi fino alla fine, quando Capitan America e Iron Man fanno la battuta più bella del secolo a riguardo, che ovviamente qui non spoileriamo.

Ora, secondo me la cosa è grossa: ci sono degli adulti che fanno delle gag da nerd sul martello di Thor, solo che quegli adulti sono Iron Man, Capitan America e compagnia e il martello di Thor è davvero il martello di Thor. I supereroi ragionano su loro stessi e si mettono in discorso facendo quello che ogni manchild che si rispetti vorrebbe fare: discutere per ore su Mjöllnir e le sue peculiarità e farsi due risate a riguardo.

Come i bambini che giocano, The Avengers è la messa in pratica della fantasia, che non è altro che la capacità di fare collegamenti inediti

Ancora. Quando ero piccolo e giocavo da solo nella mia cameretta con i pupazzetti, le premesse erano sempre le stesse: “facciamo che He-Man combatte con Marshall Bravestarr e l’Ispettore Gadget”. Poi mi inventavo storie stranissime e lovecraftiane su mondi paralleli in cui l’ispettore Gadget era più sveglio di Capitan Harlock e rimanevo lì per ore e quelle ore passavano in due minuti, alla faccia di Bergson. Il “facciamo che” è prerogativa bellissima dell’infanzia, la volontà, cioè, di superare le limitazioni logistiche (mia mamma non mi ha comprato anche Robin, quindi Batman lo devo far giocare con qualcun altro) con la fantasia, che non è altro che la capacità di fare collegamenti inediti.

Gli Avengers sono nati così: facciamo che Hulk combatte con Capitan America e Iron Man. Spendiamo duecentocinquanta milioni di dollari e facciamolo. E lì, in quel momento, quando noi spettatori vediamo l’istanza dell’enunciazione che si trasforma in un bambino che gioca con i pupazzetti spaiati perché la mamma non gli ha comprato nulla che avesse una minima coerenza con il resto, ci cristallizziamo nella meraviglia non tanto dei ricordi quanto dei risvegli, degli stimoli dell’infanzia

Manchild non vuol dire rincoglionito, né irresponsabile, né incapace di condurre una vita da adulto e di trovare il proprio posto nel mondo. Tutt’altro.

Occhio, però. Manchild non vuol dire rincoglionito, né irresponsabile, né incapace di condurre una vita da adulto e di trovare il proprio posto nel mondo. Tutt’altro. Sono proprio quei momenti in cui possiamo rifugiarci in luoghi sicuri – che, paradossalmente, si costituiscono attraverso la loro rabbiosa distruzione – che ci permettono di gestire la realtà in maniera davvero adulta.

E il film lo mostra benissimo attraverso i suoi protagonisti che, rinfrancati dalle pause di chiacchiere insieme a Thor, portano avanti un set di valori eminentemente adulto, responsabile, grande. Occhio di Falco, per esempio, tiene famiglia e costruisce il suo personaggio attorno a questa responsabilità, nelle azioni e nei sacrifici che compie nella battaglia e nei doveri che questo comporta. Il manchild, quello vero, usa la parte child come premessa e possibilità della parte man, non viceversa.

E chi non ci crede non gli voglio più bene, ecco.