Viva la FifaDopo 30 anni, non possiamo più schivare la strage dell’Heysel

Dopo 30 anni, non possiamo più schivare la strage dell'Heysel

Dopo 30 anni, qualcosa dell’Hesyel l’abbiamo imparata. Ad esempio che un medico che fa il proprio lavoro a costo della vita non ha colpe. Roberto Lorentini era arrivato da Arezzo a Bruxelles per vedere la partita, il 29 maggio 1985. In poco tempo, si ritrovò a fuggire dalla calca dei tifosi in fuga dal settore Z dello stadio Heysel. Ma qualcosa lo spinse a tornare indietro: c’era un bambino ferito da soccorrere. Verranno travolti dalla seconda calca.

Non solo. Abbiamo imparato che un gruppo di tifosi che si organizza in maniera autonoma per vedere una finale di Coppa dei Campioni non ha colpe. Avevano tutti comprato il biglietto in quel diavolo di settore Z, diviso da quelli X e Y da una bassa rete metallica, ovvero dalla curva dove stavano i tifosi del Liverpool. A questi si erano mischiati alcuni headhunters (cacciatori di teste, tradotto letteralmente) del Chelsea, non proprio dei filantropi. L’obiettivo era chiaro: take the end, conquistare tutta la curva. Di fronte, dall’altra parte del campo, c’erano i tifosi della Juve, quelli organizzati, non gli autonomi. Che invece, nella testa degli hooligans inglesi, dovevano andare e fare posto. In maniera poco amichevole, sia chiaro.

E poi, cos’altro? Che un capitano dalla voce timida e dal cuore grande così, che prende il microfono e cerca di calmare gli animi, non ha colpe. Gaetano Scirea era l’anima di quella Juventus. Se si poteva parlare di stile per quel club, lo si doveva soprattutto a lui. Capitano di mille battaglie, forte ma mai scorretto. Mentre il settore Z ondeggia sotto i colpi degli hooligans, prende in mano un microfono e spiega «State calmi, giochiamo per voi». Gli hanno spiegato che è così, che si deve giocare. La Rai oscura il ritardo con cui si comincia a giocare, poi Bruno Pizzul spiega a verità svelata che commenterà con il massimo distacco possibile. La Germania non manda in onda la gara mentre in Austria sì, ma senza il commento e con una scritta fissa: «Questa non è una manifestazione sportiva». No, non lo era.

E se c’è un’altra cosa che stiamo imparando, 30 anni dopo la strage dell’Heysel che è costata la vita a 39 persone andate allo stadio per vedere una partita di pallone, è che di ciò che è successo non possiamo più fare a meno. Di parlarne apertamente, ad esempio. In molti hanno cercato di minimizzare, o cambiare discorso. Di certo, in pochi hanno imparato davvero. Da quella gara sono nati molti falsi miti. Uno su tutti, quello della nascita da quell’episodio della maggiore efficienza degli stadi inglesi. Niente di più sbagliato: l’Inghilterra dall’Heysel non ha ereditato nulla di buono, se non l’esclusione del Liverpool dalle coppe. Erano appena passati 18 giorni da un’altra strage, quella di Bradford, con lo stadio che era bruciato come un cerino. E ce ne vorrà un’altra, quella di Hillsborough del 1989, per arrivare agli stadi inglesi di oggi. Il Governo inglese non si fece scrupolo di dare la colpa agli hooligans, di cambiare le carte in tavola falsificandole, pur di arrivare al suo scopo.

Una verità, invece, è quella che la Uefa ha imparato qualcosa: dal processo e dalla battaglia ingaggiata dall’associazione dei familiari delle vittime (con Otello Lorentini, padre del medico Roberto morto a Bruxelles, a guidarla), il Governo europeo del calcio è uscito inchiodato alle proprie responsabilità. Da quel processo, abbiamo capito di chi era la colpa. Dopo tre gradi di giudizio, ci sono state le condanne per 13 hooligans, per il capitano della Gendarmeria belga, per il presidente della Federcalcio locale e per l’allora segretario generale della Uefa. Una sentenza che ha fatto giurisprudenza, come si dice in questi casi, perché la Uefa stessa è stata resa di fatto responsabile degli eventi organizzati, alzando gli standard di sicurezza negli stadi: «Il 29 maggio del 1985 la riunione (c’ è nei verbali del processo) si tenne in un ristorante nei pressi della Grand Place. Fuori gli hooligans s’ inciuccavano e razziavano i negozi; dentro, gli organizzatori pasteggiavano a frutti di mare e vino bianco. Adesso ci sono dei briefing che non si vedono neanche al Pentagono», ricorda Roberto Perrone, in un suo articolo del 2005 sul “Corriere”.

In Italia, invece, non abbiamo ancora imparato tutto, anzi. Perché il dibattito si è spesso e volentieri spostato sulla solita battaglia campanilistica. Dalla nostra opinione sulla vicenda, è dipeso il nostro incasellamento in una delle categorie preferite da noi italiani: juventini contro anti-juventini. Restituzione della coppa o no. Giusto giocare o meno. Giusto esultare o meno. Da quel che rispondi, dipende la tua appartenenza all’uno o all’altro schieramento. Buttarla in caciara, pur di non discuterne in maniera corretta: «Era meglio non par­lare di Hey­sel, era un argo­mento sco­modo. La pole­mica tra il diret­tore della Gaz­zetta dello Sport, il com­pianto Can­dido Can­navò, e il pre­si­dente della Juven­tus sull’opportunità di resti­tuire o meno la Coppa è esem­pli­fi­ca­tiva. Per Boni­perti quella coppa doveva rima­nere nella bacheca del club. La posi­zione della Juve era che i gio­ca­tori non sape­vano nulla di quanto acca­duto nel set­tore Z prima di entrare in campo, eppure prima Ste­fano Tac­coni nel 1995 e poi Paolo Rossi nel 2004 hanno fatto dichia­ra­zioni che vanno in dire­zione con­tra­ria», ha spiegato di recente al “Manifesto” Francesco Caremani, giornalista autore di un libro sull’Heysel in cui viene ricostruito tutto, dalla strage al processo.

Il problema è nei gesti seguiti alla gara. Come quello dei giocatori della Juve che, una volta scesi dall’aereo, alzarono la coppa. Perché se in molti hanno detto che non sapevano nulla dei morti mentre erano nella pancia dell’Heysel ad aspettare di giocare, il giorno dopo nessuno non poteva non sapere. Così la posizione del club e dei vertici del nostro calcio, per molti anni, è stata quantomeno dubbia. «La Figc è un tasto dolente perchè non c’è stato in Italia, in generale, una volontà di sostenere soprattutto mio nonno, presidente delle vittime dell’Heysel, di sostenerci nella battaglia processuale. Il calcio italiano ha voluto stendere un velo davanti a quella tragedia. La stampa ha sempre cercato di trattare con marginalità questa vicenda, anche perché di mezzo c’era la Juventus. Fino all’avvento di Andrea Agnelli la Juventus si è comportata con indifferenza nei nostri confronti, con Boniperti che ha sempre parlato della piena legittimità di quella vittoria, e così i dirigenti che si sono succeduti in quegli anni», spiegò lo scorso anno Andrea Lorentini, figlio di Roberto, nipote di Otello. Che a sua volta raccontò: «Giampiero Boniperti, tre giorni dopo la strage, disse che si doveva mettere una pietra sopra l’ accaduto. La Juve voleva stendere un velo sui fatti dell’ Heysel».

Fiorenzo Peloso, bergamasco che ora vive in Nuova Zelanda, ha fatto parte degli accompagnatori del club in quella trasferta. E all’Eco di Bergamo ha raccontato alcuni aspetti di quella gara, tra cui «l’indimenticabile frase dettami sottovoce da Platini all’aeroporto: “ne muoiono di più sulle strade, perché fare tanto casino”». «”Questa società non c’ entra nulla, con l’ altra” si è sentito rispondere qualche settimana fa un giornalista straniero che aveva telefonato alla sede della Juve cercando recapiti dei parenti delle vittime», ricorda ancora Perrone nel suo pezzo sul Corriere, scritto prima di Juve-Liverpool in Champions nel 2005. All’epoca, nella gara giocata ad Anfield, la Kop espose la scritta “Amicizia”. Dall’altra parte non tutti gradirono e ci fu chi si girò dall’altra parte.

In Italia abbiamo fatto una fatica enorme a gestire il dopo Heysel. Curve comprese. Nell’ultima gara allo Stadium contro il Napoli, al minuto 39 (lo stesso del conto dei morti di quel giorno) dalla curva bianconera è partito il ricordo per le vittime. Un grande numero 39, con la scritta “rispetto”. Giusto chiederlo, ma da quella stessa curva spesso sono state presenti macchie più o meno folte di tifosi che dileggiavano i morti Superga. Così come da molte altre curve l’Heysel è stato motivo di scherno. Andrea Agnelli lo scorso anno ha partecipato ai funerali di Otello Lorentini e ha disposto uno spazio dedicato al ricordo di quel giorno nello Juventus Museum. Stringersi nel ricordo di quei morti dovrebbe essere una cosa facilissima, mettendo da parte il tifo e preferendo sempre la voglia di verità. Dopo 30 anni, qualcosa si muove. Chissà quando tutti avremo davvero imparato qualcosa.

Le newsletter de Linkiesta

X

Un altro formidabile modo di approfondire l’attualità politica, economica, culturale italiana e internazionale.

Iscriviti alle newsletter