Le relazioni industriali italiane viste dagli Usa

Le relazioni industriali italiane viste dagli Usa

Pittsburgh – Fca, Marchionne, Landini, Squinzi. Tutti nomi e sigle circolati in una giornata ruotata intorno ad un concetto che, pur dominando inconsapevolmente le pagine dei giornali, sembra sconosciuto: relazioni industriali. E di relazioni industriali si parla ogni anno alla LERA, convegno che si svolge negli Stati Uniti e che ha a tema proprio il presente e il futuro dei rapporti tra lavoratori e impresa

Avendo la fortuna di partecipare a questo evento stimolante, e vedendo che il panorama americano ha moltissimo da dire a quello italiano ed europeo, è stato chiaro come fosse necessario un diario di bordo. 

Quest’anno la sede è Pittsburgh, nel cuore della Pennsylvania, città un tempo industriale e oggi, pur non condividendo il destino triste di Detroit e altre città ormai fantasma, si trova a lottare con una crisi dell’industria che ha forti ricadute sociali ed economiche. 

È la crisi, bellezza

Perché abbiamo aperto citando il dibattito su Fca e parte del sindacato? Perché è proprio con un panel sul settore automobilistico che si apre LERA 2015. Si parla dell’United Automotive Workers, uno dei simboli del sindacalismo americano, e di Ford, uno dei simboli dell’industria statunitense, nonché madre di tutto un sistema di produzione, il fordismo appunto, che ha dominato il novecento industriale. 

Due soggetti in profonda crisi, il primo per un calo degli iscritti che ne ha dimezzato i membri negli ultimi dieci anni, il secondo per la concorrenza asiatica sul mercato automobilistico che ne ha radicalmente ridotto la quota di mercato. Se la crisi è su entrambi i fronti, ognuno cercherà di risolvere il proprio, si può ipotizzare. Ebbene no, oggi si è parlato proprio del contrario. 

In un sistema di relazioni industriali come quello americano, che è tutt’altro che collaborativo, nel quale si sono verificati alcuni degli scontri più aspri, e talvolta violentissimi, nel corso del secolo scorso, la crisi economica sembra aver portato una ventata di aria fresca. 

L’uscita della Ford da una fase non rosea non può avvenire senza una rinnovata attenzione al fattore lavoro. E allo stesso tempo il lavoro non può rinascere senza una attenzione alle esigenze dell’impresa. Si è individuata nella formazione delle competenze dei lavoratori la chiave per questa rinascita 

Giustamente sono stati presentati i pressure point di ciascuna delle parti, che non sempre coincidono. Ma il nodo nuovo interessante è che il panel è ruotato intorno all’idea che l’uscita della Ford da una fase non rosea, aggravatasi negli ultimi anni, non può avvenire senza una rinnovata attenzione al fattore lavoro. E allo stesso tempo il lavoro non può rinascere senza una attenzione alle esigenze dell’impresa. Per questo si è individuata nella formazione delle competenze dei lavoratori la chiave per questa rinascita, che è obiettivo comune di entrambe la parti. 

L’unione fa la forza? Sembra un motto giovanilistico, ma è paradossalmente la possibile soluzione individuata stamattina da entrambe le parti. Con tutte le difficoltà e i problemi del caso, in particolar modo quella di essere disponibili al cambiamento, con la maggior parte dei lavoratori che sperimenta nuove modalità di organizzazione del lavoro che si dichiara soddisfatta, ma allo stesso tempo l’altra parte che preferisce lo status quo. 

Il sindacato? Una questione di politica economica

Queste le buone pratiche, ma essendo un convegno scientifico si è fatta anche della sana teoria. La tesi dominante è che l’argomento principale per sostenere l’esistenza e il rinnovamento del sindacato è di natura economica, ossia che l’unica risposta efficace, più del salario minimo, per combattere la stagnazione dei salari in una situazione di crescita della produttività, è la contrattazione. Tesi che appare strana oggi, in cui il termine contratto collettivo sembra più una parolaccia che altro. Ma se questa è la provocazione non di un paese post-sovietico, ma dell’America liberale, forse è utile prenderla in considerazione anche da noi no?

La tesi dominante è che l’unica risposta efficace, più del salario minimo, per combattere la stagnazione dei salari in una situazione di crescita della produttività, è la contrattazione

Psicologia del paraocchi

Un paio di critiche, anche dure, al sindacato non sono mancate. La prima una analisi quasi psicologica, che porta a dire come parte del movimento dei lavoratori, e in Italia lo sappiamo benissimo, ha una reazione galvanizzante di fronte a critiche e attacchi. Come se ogni attacco non fosse altro che la conferma che gli altri hanno torto e loro hanno ragione, eliminando qualunque lontana ipotesi di autocritica. Questa difesa ideologica dell’esistente sarebbe ciò che non permette di vedere il cambiamento vivendo con un paraocchi con impressa una immagine ancora in bianco e nero. 
 

La seconda critica riguarda la percezione che il sindacato ha: perché Uber è amata da tutti (tassisti esclusi ovviamente) e il sindacato no? Perchè la prima è vista come una realtà che offre un servizio a tutti, che migliora la situazione dei trasporti in modo che tutti possano beneficiarne, mentre il sindacato è visto come una realtà che difende gli interessi di pochi e di un numero sempre minore. Quasi che più sono le vittorie del sindacato meno sono i benefici per i lavoratori nel complesso. 

Provocazioni ovviamente, ma che devono far riflettere, ed è proprio lo scopo di questo diario, mostrare che parlare oggi di relazioni industriali, di impresa e di sindacato non significa cercare di mettere il gettone nell’Iphone.

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