L’Italia in guerra

L’Italia in guerra

Racconta Giacomo Properzj, in un bell’articolo sull’entrata dell’Italia nella Grande Guerra che ospitiamo oggi su Linkiesta, che alla firma del Patto di Londra, nel febbraio del 1915, il Generale Cadorna non avesse né divise né munizioni a sufficienza per i suoi soldati. In queste condizioni, con un’opinione pubblica largamente sfavorevole e con le conseguenze del conflitto, in atto da un anno, ben visibili, quella scelta fu, a posteriori, una follia. Allora, probabilmente, non venne percepita come tale. L’Europa era la polveriera globale per antonomasia e scannarsi a colpi di mortaio in nome della Nazione, per qualche chilometro di terra in più era tristemente normale. 

In cento anni è cambiato tutto. Oggi l’Europa – al netto del conflitto balcanico – sta vivendo uno dei più lunghi periodi di pace della sua Storia. Stati che si erano massacrati per secoli – due su tutti, Francia e Germania – sono stretti alleati, colonne portanti di un’Unione Europea che cent’anni fa sarebbe sembrata fantascienza quanto oggi lo potrebbe sembrare un’Unione Israelo-Palestinese. Un’Unone, tuttavia, senza esercito. E che, paradossalmente, trae il suo coordinamento difensivo più dalla presenza della basi Nato (leggi: americane) che punteggiano il continente, che dalla presenza di un effettivo esercito europeo.

Nel frattempo non c’è più la leva volontaria, gli investimenti militari – in tutta Europa, non solo da noi – sono in forte calo dall’inizio della crisi e nessuno o quasi sembra interessato alla prospettiva di una difesa comune continentale. Di un esercito, se non unico, perlomeno fortemente coordinato. 

Per questo, e non solo per la ricorrenza tonda, abbiamo deciso di dedicare questa domenica all’Italia in guerra. Per ricordari che le cose succedono anche se non le vogliamo. E che anche la guerra, per quanto tendiamo a negarlo, è una cosa che è sempre successa e che con ogni probabilità, presto o tardi, succederà di nuovo, seppur in forme e modi radicalmente diverse a cent’anni fa.

Esserne preparati non vuol dire certo affilare le baionette, bensì essere consapevoli che la guerra – sia essa cyber o drone o finanziaria – è pur sempre guerra. E che, nonostante il secolo tondo che ci separa da quel 24 maggio del 1915, noi siamo ancora oggi impreparati ad affrontare una simile eventualità. La speranza, ovviamente, è che le analogie finiscano qui. 

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